Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono e poi si vince. Così diceva Ghandi, che credeva nel valore inestimabile della non violenza e nella capacità di pensare con la propria testa, nonostante tutte le avversità, i pareri contrari dei plebei, la forza nerboruta (come l’antagonista goffo e grossolano, Brom Van Brunt, del pedagogo Ichabod Crane, di cui parlai in La leggenda della valle addormentata) ma priva di cervello dei potenti. Analizzando la frase: prima ti ignorano, inizialmente l’armento non considera il saggio come degno di attenzione, un pazzoide che agita le piazze, poi ridono di te, e quel riso è una forma di distanza dalla loro incapacità di fare quello che fa l’individuo fuori dal coro (non hanno il coraggio di dire-fare quello che fai tu, allora mentono a loro stessi ridendo della tua pazzia, incapaci di venire a patti con se stessi), poi ancora, vedendo la tua forza interiore e la tua tenacia, ti temono e fanno di tutto per combatterti, ma, non avendo i mezzi intellettuali e di tempra del saggio, perdono, perché ci vuole corpo e anima nelle cose. E’ anche la scelta che Io ho fatto scrivendo tutti i miei articoli, trovare un giusto mezzo tra l’accademia e la divulgazione, tra l’essere intellettuali e l’essere percettivi, applicando, rivedendo l’astrazione nei particolari dei film, della musica, dei libri, dei testi delle canzoni, perché credo che la filosofia, la cultura siano cose estremamente quotidiane, giornaliere, in una parola: pop. La frase di Ghandi che tanto tempo fa rimase impressa nella mia coscienza, è segno e conseguenza logica di una natura interna, di un’essenza forte che sopravvive agli attacchi delle anime volgari e porta avanti un ideale. Gli individui che muovono le sorti della storia, universale o particolare, quelli che hanno veramente capito cosa è la libertà di espressione (Libertà di esprimersi e di affermare ciò che si vuole e non temere il giudizio di nessuno). Uno stato realmente democratico non censura, non pecca di quella tolleranza repressiva, (termine che utilizzò il filosofo Marcuse, che indica come ciò che apparentemente si tollera in realtà poi il contemporaneo lo relega in uno spazio si accessibile, ma lontano dallo spettacolo dei giusti) che apparentemente accetta ma poi mette in secondo piano ciò che è potenzialmente pericoloso alla sua stabilità.  Una forma di stato aperto fa si che venga messa in scena anche la tragedia più ispida se essa descrive le sue mancanze e la sua inconsistenza. Il diritto alla satira, non dovrebbe essere un diritto quanto un dovere. Il vero artista è sempre contro l’ordine costituito (quelli che si dicono artisti ma poi non sono realmente espressivi, dato che la loro azione è un riflesso incondizionato delle mode del periodo, sono servi di stato), contro ogni forma di censura e dittatura della forma e del contenuto, sono quelli che hanno fatto di testa loro, coraggiosi al punto tale da non temere le reazione dei violenti e, come fece l’astuto Ulisse con il ciclope, andare dentro e scalfire i loro punti deboli, la loro rete irrazionale di pensieri e luoghi comuni a cui aderiscono ciecamente. Tanto irrazionale è la guerra quanto le menti che l’hanno concepita. Il pensatore indiano fu un bell’esempio di come la forza interiore (in contrasto alla sua figura gracile), che genera coraggio, di come l’intelligenza e la visione positiva degli eventi alla fine abbia la meglio sulla forza fisica, che è sempre figlia di una grande incapacità di affrontare civilmente gli argomenti (e per questo purtroppo furono creati gli avvocati o, per evitare gli sfruttamenti, il diritto del lavoro. Come se fosse cosa naturale sfruttare gli individui e fosse necessario un accordo tra le parti sociali per non far si che i cattivi trionfino). L’individuo illuminato, quello che è grado di vedere cose diverse dagli altri, scruta nell’antro buio degli occhi degli interlocutori cogliendo tutte le loro debolezze, e vince, ma con una vittoria sana, frutto dell’intelligenza e del raziocinio. This world is heavenly, be god’s glow  e ancora together we cry happy tears (Heal the world. M. Jackson, 1991. Il bel videoclip della canzone poi, illustra bene cosa vuol dire mettere i fiori nei cannoni, quando i soldati poi, in un rimorso di coscienza, decidono di tornare alla loro infanzia perduta, superata dalla rigida disciplina militare, e buttare i loro fucili, arrendendosi davanti alla dolcezza di un bambino che in mano porta un fiore, che è la primavera di rinascita dal buio della fame, della guerra, dell’odio.). La pace, la ricerca di essa, non è un qualcosa che sta nei libri di storia come una finale regolare,  perché alla fine il bene trionfa sempre; di questo parlano le favole, la pace è una ricerca costante, una predisposizione che ogni persona civile, bonaria, disposta al dialogo e al confronto sano, deve avere. La volontà di ferire il prossimo, di fargli del male, la crudeltà banale devono essere estirpate per sempre dai singoli e dalla società intera. Le persone hanno tanto rancore dentro, la violenza sembra scoppiare da un momento all’altro,  covano come nere ciminiere vendetta e della violenza si fa anche virtù e vanto per aver sottomesso un debole (numerosi i fatti di cronaca giornalieri di ragazzini violenti, che seminano odio e violenza in branco). Ma la debolezza è un dono, ed essere fragili, sensibili alle critiche, mansueti, non è da codardi, è da persone mature. Perché il maturo riconosce il male ed è a conoscenza di tutte le possibili conseguenze dell’azione malvagia. Ogni volta che ci si confronta nelle situazioni dell’umana quotidianità, dall’edicolante, alla fermata dei trasporti pubblici, negli uffici statali è come se bisogna stare sempre sul pezzo, attenti, se no il forte si approfitta della nostra distrazione. Errore alla base, radice marcia. Questo è far west, non società civile. Lode alla distrazione e alla dolcezza di spirito. L’intelligente sa come è fatta la propria anima, conosce come essa si snoda nel tempo, fa di tutto per elidere ogni forma di cattiveria e violenza contro il prossimo. Quelli che sono sempre pronti alla forza fisica, hanno un cervello piccolo come una noce. Sensibilizzare ed educare al bene verso il prossimo. Ulisse detronizzò Polifemo facendogli bere del mosto, che gli diede alla testa e lo rese estremamente vulnerabile. Se anche grande e forte in altezza e costituzione, il ciclope accettò di buon grado il dono velenoso dell’eroe intelligente, e questa azione è segno di quanto ad una grande forza fisica spesso corrisponda un esile temperamento, una scarsa lucidità, una incapacità di essere educati, civili, rispettosi. Una civiltà retta dall’istinto, non è abituata al confronto razionale, e quando l’intelligente vince, quell’istinto irrazionale spinge l’uomo comune a combattere quella vittoria, in maniera automatica. Come un pesce insegue l’amo. Educare alla non violenza, come già spiegai in Il compito di educare (una non-violenza anche nell’atto di insegnare, nel non costringere), non significa educare alla mollezza di spirito. Non violenti, ma forti e decisi nel far valere le proprie idee. Perché è con la decisione, con  il credere in se stessi che si portano avanti le cose. L’intelligente è sicuro e risoluto, crede in se stesso ed è assertivo. Davanti alle risate delle anime volgari e dei plebei, va avanti a testa alta perché in sé ha la chiave per muovere gli eventi, in positivo. E’ una guida ed uno stratega, non usa armi se non quelle del buon senso e del ragionamento. Gli atti di violenza quotidiani, l’orrore del quotidiano, mi spinge solo ad essere migliore con più volontà (Battiato, e ti vengo a cercare, 1988). Gli eventi negativi, anche quelli più neri ed infausti, spingono il saggio a trasformare quegli accadimenti in fiori del bene (come un mio articolo precedente). Elevarsi, come la bella lirica di Baudelaire (Elevazione, 1857), dal fango e andare verso il cielo. Alle offese il saggio reagisce con slanci verso il cielo. Che è il suo luogo naturale. 

Giovanni Sacchitelli

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