In evidenza la cover di It’s my life, Talk Talk, 1984.

Visione artistica e nuovi orizzonti, nuove combinazioni cromatiche per arricchire il senso di realtà al fine di rieducarlo e porre nuovi skyline di significato; perché quando si tratta di vita e di dignità allora viene fuori il ruolo dell’arte come salvezza, pulchritudo salvabit mundum, ed è vero, perché è indiscusso il valore forte del bello come elevazione dal bieco e torvo status quo, per eleggere e creare nuovi colori, nuove forme, nuove armonie contro l’utile e contro il materialismo imperante; un orizzonte, può essere di diversi colori, o semplicemente blu, ma quello che ho scelto è un orizzonte rosa, perché questo colore (il rosa, è la risultante tra il rosso mescolato al bianco, rosso che indica passione e bianco simbolo di purezza) così come quei fenicotteri che misi in evidenza in Dialettica dei contrari, è simbolo della rinascita, della vittoria sul negativo, del  colore che si spiega sulle sagge direttive dell’entusiasmo, dell’artista che nelle sue visioni pone nuovi schemi di significato. Perché l’arte ci rende migliori ed è un tenere insieme di frammenti di realtà elevati ad un livello superiore al materialismo, come salire su un pendio e alla fine trovare il fuoco vitale, dove soltanto le anime spirituali, quelle che non di solo pane vivranno, per cogliere lo scettro della creazione. Quanto abbiamo bisogno del bello contro l’inguaribile cattiveria degli iloti, bisogno dell’arte per educare le genti, dovrebbe essere il punto di arrivo di ogni azione, per giungere a dire come Oscar Wilde, che il contenuto è nella forma. It’s my life diceva un noto artista inglese, Mark David Hollis, è la mia vita, non dimenticarlo (“..it’s my life, don’t you forget […] it never ends…”), affermazione suprema di difesa dell’Io più intimo, della preziosa boutique, prima che questo venga attaccato, modificato, alterato dal consorzio con le anime volgari e i negativi; gli antagonisti dell’eroe, coloro che, incapaci di sentimenti di bontà umana, fanno di tutto per ostacolare il cammino dell’uomo saggio, alimentando dubbi e instillando nella sua concezione pura idee frutto di menti scarsamente adatte alla contemplazione, veloci e de-pensanti. L’arte è contemplazione, è stare davanti alle cose del mondo e subirne le rifrazioni autentiche, come un atto messianico contro l’utilitarismo e l’attaccamento alle cose materiali dei negativi,  la cui personalità non è ma un avere (essenziale e di definizione ciò che il borghese ha e non ciò che è. Avere tante case, avere tante macchine, avere tanti vestiti, avere tanti soldi, avere potere economico. Questi dettami fanno si che l’anima pura venga squadrata e vista dall’alto in basso, e quindi giudicata non per la sua purezza d’animo e per la sua virtù, ma squallidamente per quello che possiede. Ne consegue che l’anima borghese è un avere oggetti, un avere cose per far si che l’Io sia una somma visibile ed esponibile di oggetti che si hanno e non di qualità interiori. Ostentazione di denari in bella vista e coscienza come insieme indistinto e irrazionale di adesione a mode e luoghi comuni), che nel loro pensamento restano incagliati nei fanghi delle paludi che essi stessi hanno eretto a paesaggi della normalità, posti bui e foschi in cui non c’è spazio per il sorriso, in cui simili a muli da soma si muovono strisciando e fanno nulla per cambiare la loro situazione, paesaggi dell’odio e dell’indifferenza, della lussuria e del culto del denaro, a cui l’artista antepone l’eden della poesia, le invincibili estati dei gesti delicati, delle elevazioni, dei momenti nobili, ed è come mettere accanto e paragonare pietra pomice e lava vulcanica ai diamanti più complessi e rari nelle loro geometrie interne; già dissi in passato che l’arte e il denaro sono nemici quanto il fuoco e l’acqua che lo spegne, e continuo su questa direttiva, perché il gesto della parola è dato e non chiede nulla in cambio se non quello di donare bellezza ai chi abbia voglia di ascoltarlo, a chi ha voglia di vivere in maniera nuova, rinnovandosi in quelle parole. Gli orizzonti rosa sono il pastello con il quale l’anima buona, perché il bello è sempre l’azione di chi ha sensibilità e emozioni, disegna i suoi sogni, la sua etica, la sua visione di come dovrebbero essere le cose, dell’amore romantico, dell’interazione profonda tra le persone. Gli hostes (i nemici), come dicevano i latini, non indeboliscono o scoraggiano il poeta, anzi, lo rendono perfetto in un labor limae indefinito e gli danno situazioni e accadimenti che servono all’artista per perfezionare la sua visione. Mark Hollis e i Talk Talk, band sperimentale inglese, ricordati da tutti per il famoso  adagio a confine con l’isteria ed il senso di sdegno o vergogna in such a shame (1984), segno tangibile di un’anima inglese che definisce una fuga impossibile e anche l’incredulità nell’ accettare l’esistente (such a shame to believe in escape). Un singolo pienamente anni ottanta, intenso quanto living in another world (The Colour of spring, 1986), lirica che raccoglie in sé le radici dell’anima del poeta che si chiede il perché di tanta irrazionale sofferenza (I see people crying there) e soltanto la donna angelica (when I see tenderness, before you left […] but only angels look before they tread) può salvarlo, la donna di buon cuore, di una bellezza interiore, che possa tirarlo fuori da quel labirinto complesso, frutto di una complessità non difficile, ma semplice quanto quella creata dall’anima borghese, che le anime materialistiche hanno creato per soffocare prima loro e poi chiunque si provi a mostrare un poco di umanità. Da quel labirinto complesso, ma in realtà semplice come la mentalità borghese che l’ha eretto, il poeta esce fuori con i fiori del bene e qualcuno che gli sia di ispirazione per far si che le liriche che egli crea siano un’arma potentissima contro il dire borghese. Grazia e dignità, nobiltà d’animo e momenti aulici per combattere il senso discendente borghese, per una nuova alba, in cui non sorgano ombre  e dissolvenze ma i flutti e profumi della poesia, oltre l’orizzonte di senso degli individui comuni.

Giovanni Sacchitelli

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