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Music’s got me feeling so free, We’re gonna celebrate, l’adagio di una vecchia canzone del duo parigino dei Daft Punk, menestrelli elettronici che ci hanno fatto emozionare e ballare around the world (Homework, 1997), in maniera technologic e regalando notti di emozioni a quelli che stanno in pista in discoteca o in qualunque altro posto in cui la musica si fa sentire, essendo la loro musica elettronica pop e adatta anche al grande mainstream di diffusione; i disc jockey (più comunemente detti d.j.) danno un’emozione ai loro spettatori, in quella saturday night fever, che, anche a distanza di anni comunque è sempre attuale; accade un qualcosa di magico, il meraviglioso potere della musica e della sua capacità di cambiare in positivo l’umore, perdendoci nei ritmi lanciati abilmente dalla console. Lose yourself to dance non a caso dice una nota canzone dei Daft Punk con il featuring con Pharrell Williams, perdi te stesso ballando, slegando il corpo dai suoi legami con il tempo e lo spazio, provando e tentando  il get lucky. Ritrovare anche se stessi (we’ve come too far to give up who we are, cit. Get lucky. Random Access memories, 2013) e poi raggiungere le stelle. Il lavoro del d.j., è un’azione di intuito, è un suonare  a tutti gli effetti, nonostante si dica spesso il contrario e si sminuisca la professione, è combinare vinili e tempi stretti per sovrapporre melodie contraddittorie, che tengono con il fiato sospeso gli astanti, che aspettano il grande classico prima o poi lanciato su di loro, e agiscono anche sulla loro memoria riportandoli in periodi storici differenti, con stili diversi ma che nel generale e complessivo lavoro di mixaggio hanno un loro preciso significato, come un’onda che procede con cuspidi e momenti contrari. Abili, i daft punk, gruppo oramai sciolto, a ricordarci che siamo human after all e che quella pantomima da robot, simboleggiata dai loro caschi cibernetici, come nella foto in evidenza, può essere anche cambiata e si può ritrovare il viso umano dietro l’automatismo, così tipico degli automi elettronici, così tipico dell’uomo moderno, come già dicevano i pionieri del genere, coloro che ispirarono anche Bowie ed Eno nella trilogia di Berlino, i Kraftwerk e i loro Die Roboter.  Il giusto mezzo, la loro musica (dei Daft Punk), tra commerciale e ricercatezza, tra elettronica d’avanguardia e musica pop. Importante la collaborazione con Giorgio Moroder (colui che collaborò con Philip Oakey degli Human League per la colonna sonora del film Electric Dreams, cosa di cui parlai nel mio articolo omonimo), per l’edizione del singolo Giorgio By Moroder (Random access memories, 2013). Presenti, nella loro opera, anche commistioni con il rock e l’uso di chitarre elettriche ad esempio nel singolo robot rock. Oltre ai ritmi ossessivi anche ballate elettroniche malinconiche, tipico dell’anima francese,  come make love. Perché la musica fa anche ballare e se diciamo let’s dance è soltanto perché abbiamo voglia di gettare via i nostri pensieri e vivere il tempo con intensità nelle luci intermittenti delle notti di festa. Fare il d.j. (come dice un noto pezzo di Bowie, tratto dall’abum Lodger) è un atto quasi messianico, citando il testo: I’m a D.J. I am what I Play. I’ve got believers, believing me. Sono un disc jockey e la gente crede nel mio potere di donare felicità e questo calore del pubblico è visibile anche nel videoclip del singolo, quando Bowie fa un bagno di folla, danzando anche con una passante. Perché, quando ci si diverte (time flies when you’re having fun, cit.) il tempo vola e quelle ore concentrate della notte appaiono brevi ma intensissime. Quindi, one more time, ancora una volta dovremmo credere nel potere della musica di smuovere gli animi, come ha fatto Sophie Scott nella intramontabile e leggendaria Hypnotized, che ci ha fatto tornare indietro nel tempo, 80’s are back. Ancora una volta dovremo pensare che la musica ci fa unire, sorridere, sulle ali dell’entusiasmo e quelle serate in cui tutto sembra più soffuso, e tutti più simpatici. Dimenticarsi di sé e di ciò che accade fuori (come nel videoclip di one more time in cui si continua a suonare fino alla fine, quando arriva il nemico da un altro pianeta. Don’t stop the dancing, diventa l’imperativo). E’ un momento mistico in cui la coscienza si fa ammaliare dalla batteria riprodotta ai sintetizzatori e tutto il resto diventa innocuo e secondario. One more time e ancora, per sempre vivere il magico potere della musica.

Giovanni Sacchitelli

 

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