In evidenza: la cantante inglese Kate Bush.

Nei tuoi occhi, (In your eyes, nome del singolo), Io vedo la porta a mille chiese (“…In your eyes, I see the doorway, to a thousand churces..”), è quello che Peter Gabriel (So, 1986) vede negli occhi della sua donna, del suo oggetto del desiderio, un momento catartico di purificazione e nobilitazione dell’anima dalle catene del quotidiano vivere, dalla banalità del male, dall’indifferenza delle genti. Ancora nel testo all my istincts, they return, e senza il suo orgoglio the grand facade presto cade, come dire che l’amore e la contemplazione dell’oggetto amato porta alla distruzione e all’abbattimento delle barriere, anche quella caustica dell’orgoglio. Nei suoi occhi il cantante vede ancora the light, the heat, contempla la luce, il battito. Una canzone intensa che scandisce delicatamente il ritmo del falling in love e del rapimento mistico e sensuale. Amore come evasione, ma anche e soprattutto come soluzione (the resolution of all  the fruitless searches, incontro quindi come risoluzione alle infruttuose e indirette ricerche dell’anima, che, invece, chiede cose significative); c’è ancora qualcosa per la quale vale la pena vivere come in Everything I do, I do it for you di di Bryan Adams (1991) (“…don’t tell me it’s not worth trying for..”)? Qualcosa di stabile e significativo, di essenziale che giustifica ogni fighting for?. Nel deserto esistenziale, il saggio chiede risposte, cosa conta davvero? Il testo della canzone di Peter Gabriel è un inno all’amor puro, all’amore degli occhi. Non una semplice intesa, un’amicizia dalle tinte leggermente più forti, ma un amore che rinsalda l’essere, che permette di avere quelle connessioni profonde, un ponte con il nucleo caldo del sentimento, che riportano alla natura più vera e profonda dell’essere umano. Parole desuete per chi ancora crede nell’amore romantico e nella comunione delle anime. L’autore a volte si sente solo (“…I get so lost..”), si sente perso. Questo senso di smarrimento, di disorientamento è il marchio di una sensibilità forte, che all’esterno può apparire come una ricerca di attenzioni adolescenziale, ma che invece, a mio parere è un segno di quella ricerca di presenza, di esserci. Ancora nel testo: the emptiness fills my heart, la vacuità, il vuoto invade il mio cuore, desiderio di fuggire, I want to run away. Quel vuoto non va colmato semplicemente facendo un’azione, oppure riempiendo i vuoti con asciutti vaniloqui con compagnie apparenti. Quel vuoto è l’anima che chiede senso e significato. Il poeta ha un animo in grado di sentire molto, di percepire; quindi, la cura non è nel pensiero della felicità, cercando l’amore nelle pagine di un romanzo, ma nella percezione della felicità, nel sentire la felicità. La purezza degli occhi, lineamenti delicati, modi dolci e aggraziati, emozioni bambine: la cura al male di vivere. L’alchimia segreta che la Natura ha intessuto nel bel viso di donna, creando bellezza, armonia, come contrasto all’imperfezione del quotidiano. Perché l’amore, quello vero e non la distanza frutto di un commerciale accordo tipicamente borghese, è un prisma perfetto da cui si rifrangono come fasci di luce i cuori in festa degli amanti. Quando si sente solo e smarrito, citando ancora In your eyes, l’autore va nel posto dove to the  place  you are, nel posto dove sta l’amata, per ritrovare l’oggetto del desiderio, ma soprattutto se stesso (I reach out from inside). Le pratiche quotidiane, il vivere delle azioni e delle maschere, confondono in senso interno e fanno credere all’anima di essere appagata (si evince un bisogno di completezza, ancora nel testo: I wanna be that complete. Il logorio quotidiano lo indebolisce ed è stanco di vedere so much pain. Perché tanta sofferenza?), in un duello dove la ragione ha sempre la meglio e domina il cuore ansimante di affetto e di vicinanza. Ma dentro, c’è qualcosa che chiede quel non so che che è più della somma delle parti. Il tutto, diceva Hegel, è più della somma delle parti, è un rapporto organico e complesso tra le parti. Non si può analizzare in più parti perché ci si innamora di qualcuno o di qualcosa, non è un sentimento scindibile. La ricerca interna dell’anima che chiede emozioni, è una volontà di irrazionale (qualcosa che, come ho spiegato nel precedente articolo, muove all’azione e tiene accesa la lampada della coscienza: I look to the time with you to keep me awake and alive), di qualcosa che non è il risultato di una donna ed un impiego in banca come diceva Gino Paoli seduto con quattro amici al bar, che poi il mondo non l’hanno più cambiato (esempio classico di modello preformato borghese di felicità). L’amore degli occhi è un’opera d’arte che ogni giorno si espone nel museo dei ricordi dell’anima, è una nobilitazione dell’individuo, come quando si sta attoniti davanti ad un diamante e alle sue perfette geometrie interne, oppure osservando i disegni difficili che la natura ha iscritto nelle ali di una farfalla. Ciò che conta non sono le azioni, sono le persone, i sentimenti, per questo cose ha senso combattere, per queste cose e non per un’idea astratta di affermazione sociale o economica come quei funzionari affaccendati tra le loro scartoffie di cui parla Flaubert che poi tanto finiscono male, per un qualcosa che vive e non per un’idea teorica. Ciò che il cantautore inglese vede negli occhi nell’amata, Battiato ne fa una cura, che, come ho detto in precedenza è nell’esserci. Avere cura è protezione dagli inganni del tuo tempo e dalle ossessioni delle tue manie, dai dolori e dagli sbalzi d’umore e il testo è noto a tutti. Testo di rara bellezza e complessità nel tuo essere così semplice e diretto. Il rapporto empatico tra l’amante e l’oggetto da proteggere arriva anche al campo dell’irrazionale, fino a voler superare le correnti gravitazionali lo spazio e la luce per non farti invecchiare. E, alla fine, guarire da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed Io avrò cura di te. E qui, si tratta di amore puro, uno scendere nelle scale ripide delle segrete dell’anima, avere il coraggio di un prode combattente e stanare tutti i mostri che agitano il corpo e la mente, salvare. L’amore è dedica sentimentale, come la bellissima e intramontabile your song di Elton John (1970). Ancora gli occhi qui, i crateri lunari al di sotto delle pupille, che sono oggetto di ispirazione (termine che ho spiegato nell’articolo Creare) del musicista; l’artista non ha molti soldi (“…I don’t have much money..”), ha il mantello bucato di un vecchio commediante, ma ha una cosa fondamentale: l’onore e l’orgoglio di fare arte. L’arte e il denaro sono nemici quanto il fuoco e l’acqua che lo estingue. L’orgoglio, non dipende da quanti soldi si hanno in tasta, ma è qualcosa che si ha a prescindere; si nasce con la camicia, si nasce poeti. La dedica al ragazzo, al boy, dedica, tra l’altro, arditissima e coraggiosa, si colora della gioia di averlo accanto, di quanto how wonderful life is while you are in the world, è una frase complessa nella sua semplicità: averti vicino, sapere che ci sei, mi rende felice e questo mi riempie di gioia. La canzone, la tua canzone, non è molto, è poco, ma quell’espressione di vero affetto vale molto più di un segreto in banca. Il poeta ha un animo desueto, ha un animo per natura portato a donare senza voler in cambio altro che la gioia di chi gli sta davanti. Per questo motivo, l’artista  ha poca confidenza ha con i fatti moderni del guadagno e delle apparenze, mira al centro dell’essenza e dei contenuti, contempla e poi agisce con gli strumenti che gli sono dati dall’arte che gli è propria. Non ricorda se i suoi occhi sono green o sono blue, l’importante è che sono the sweetest eyes I have ever seen, e questo è tutto.

Giovanni Sacchitelli

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