In evidenza, Nanni moretti in Caro Diario, 1993.

Ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo (Bianca, N. Moretti, 1984) diceva, appunto, Michele Apicella in quel Bianca di tanto tempo fa; perché davvero ad ogni camminata corrisponde un tipo di passo, una scelta di una scarpa e una visione del mondo.  Chi indossa espadrillas non è come chi indossa scarpe lucide di cuoio, è un fatto di credo politico e di essere a sinistra. C’è chi cammina velocemente, chi invece lo fa adagio, chi, ancora non cammina ma corre e chi si trascina. Bisognerebbe fare come quel gentleman inglese di Il giro del mondo in ottanta giorni, Phileas Fogg, il cui incedere era perfettamente allineato con il suo pensiero, e preciso raggiungeva la meta, senza mostrare né preoccupazione, né concitazione o agitazione esterna di sorta, non si scomponeva mai, e mai mancava di arrivare in orario alla meta. Della camminata si potrebbe scrivere una metafisica, una visione teorica che raccoglie l’essenza del camminare e poi categorizza il tipo di persona che corrisponde a quel modo di mettere insieme piedi e pensieri. Camminare da spaccone o da impiegato, da hooligan oppure da “…sveglia e caffè, barba e bidet, presto che perdo il tram..” per non rischiare di non timbrare il cartellino. Si potrebbe camminare fuori dal tempo, facendo finta che questo non esiste oppure camminare nel tempo, restringendo l’arco plantare nei minuti e nelle ore di un tempo artificiale, creato a tavolino e che le lancette di uno strano oggetto metallico al polso o messo dentro l’occhio di un campanile, poi segnano in un quadrante e i più vi si adeguano, rispettandolo, non c’è tempo da perdere!, il tempo è denaro!, il tempo è oro! e così via dicendo. Questo tempo creato da una congregazione di individui al fine di modellare il passo, mettere in un cubo invisibile i pensieri, fino al raggiungimento di un  obiettivo spazio-temporale, ma di un tempo artificioso e perciò non assoluto. Pascal e le sue celebri passeggiate fuori dal tempo o ancora Kant e il suo rigorismo che portava gli abitanti della sua Könisberg a regolare i dispositivi sulla sua perfetta uscita alle cinque del pomeriggio; ne discende che il tempo e la camminata sono strettamente connessi, uno influisce l’altra. La camminata può essere sinonimo di una ricerca di stimoli, come fa l’artista o lo scrittore alla ricerca di intuizioni o stimoli che lo possano poi portare ad una creazione, cercando un paesaggio rurale, un rivo nel quale si specchiano volatili e si nutrono piante rigogliose, la compagnia di una persona bella e interessante, un monumento maestoso. La camminata può essere sinonimo di fretta o ansia di incontrare qualcuno, la vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate diceva qualcuno (e questo sia un vademecum di comportamento a tutti coloro che non rispettando gli orari poi si mostrano meravigliati delle reazioni nervose di chi attende), i passi sono quindi commisurati a come il soggetto nello spazio tempo si muove per raggiungere quel qualcuno che sta cercando. E’ anche una visione del mondo, chi cammina lentamente può prendere alla leggera la vita e le cose, chi cammina con le spalle basse potrebbe essere sinonimo di essere passivo ed impotente alle vicende del mondo, chi cammina a testa alta, è quasi sempre fiero di sé e sicuro dei propri passi. Nanni Moretti nel Caro Diario (1993) fa quel famoso giro in vespa per Roma, e quel girare, quel get around (“…I’m getting bugged driving up and down the same old trip, I gotta find a new place where kids are hip”.. The Beach Boys, I get around, 1963), ad un età oramai avanzata lui è uno splendido quarantenne, misurando l’età che gli resta e che avendo gridato cose giuste da giovane, adesso lo è ancora, davvero. Il get around è un girovagare che ha spesso un preciso scopo ed una precisa teoria generale alla base; camminare e girovagare, vagabondare è una ricerca spesso di compagnia, per questo una metafisica della camminata è spesso una metafisica della compagnia. Andando e girovagando per le lande deserte e periferiche di Roma (e della sua famigerata Spinaceto), oppure per qualsiasi altro luogo, ecco che ciò indica un girare per ritrovare se stesso nell’altro, nella ricerca di compagnia che si limita a sfiorare il pavimento del significato esistenziale ma non ci va dentro, perché, come già dissi in un precedente articolo, sono le persone che contano e non le azioni. Ironico, nello stile morettiano, il vagare e tornare ragazzi, quando il tempo è veloce e non è appesantito da quel tempo lento e pregno di significati sociali che poi si sperimenta con l’entrare in società. E’ anche la musica che gira intorno (I. Fossati, le città di frontiera, 1983), che accompagna l’umore e la camminata che è sempre pronta alla scoperta e a procedere avanti, con un entusiasmo sempre tenuto alto dalle note della canzone preferita e dalle metafore del cantante. Camminare troppo velocemente potrebbe essere sinonimo di essere totalmente schiavi di quel tempo invisibile creato dai visi severi dei gerarchi sociali, potrebbe essere sinonimo di alienazione e di mancanza di autocoscienza, così come un eloquio troppo esagitato. Non camminare affatto, potrebbe essere sinonimo di passività o di un dato una volta per tutte, di una realtà che quindi si è scoperta in toto e che oramai non c’è più nessuna novità da raggiungere. Camminare sempre in gruppo, come quell’uomo della folla di Edgar Allan Poe, che trova se stesso soltanto confondendosi nel tutto, significa che soltanto in gruppo un individuo è e che questo essere soltanto nel gruppo è sinonimo di un’identità che si esprime soltanto nelle regole precise dell’armento, stando da soli e non in compagnia non si è. Ad ogni camminata una visione del mondo e da oggi tutti ci faremo più caso.

Giovanni Sacchitelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*