In evidenza: un fotogramma da Jumanji, Joe Johnston, 1995.

Il filosofo romantico Friedrich Schiller sosteneva che soltanto nel gioco l’uomo  è davvero tale. Wittgenstein, invece, creò una vera e propria teoria linguistica che considerava il linguaggio come un vero e proprio gioco per raggiungere un fine, uno strumento per raggiungere un fine. Il gioco è un’altra considerazione dei rapporti tra gli umani, è una riproduzione in piccolo delle logiche che regolano le azioni, i dialoghi, le interazioni e gli accadimenti; il bel film con Robin Williams, Jumanji, del 1995, ci riporta in quell’atmosfera magica (anche se ormai desueta) che caratterizzava quel film e il gioco in sé, film colorato e ricco di fantasia; i bambini giocano, lo fanno anche gli adulti, diverse le tipologie di legame tra i partecipanti. Giocare, come era il linguaggio per il filosofo Wittgenstein, prevede determinate regole, per raggiungere la vittoria. Emblematico è capire perché per definizione possono giocare soltanto i bambini, e perché dopo una certa età se lo si fa ancora vuol dire che si soffre della sindrome di Peter Pan (e qui ancora degno di nota il vecchio Hook capitano uncino, 1991), e perché i bambini giocano e desiderano questa azione spesso come evasione dalle logiche di comportamento dei loro genitori o della realtà in cui sono immessi (realtà spesso poco vivibili, o povere di stimoli). Come ho  detto sopra, giocare è una imitatio rei delle logiche normali. Si dice spesso “qui non stiamo mica giocando” oppure “questo non è un gioco! è una cosa seria!”. Serietà e gioco, come dire, realtà e surrogato di essa, verità e sogno. Nietzsche diceva che bisogna vivere le cose della vita con la stessa serietà con cui un bambino gioca a dà dialoghi ai suoi personaggi, e probabilmente il legame tra gioco e realtà, è così labile, da chiederci cosa sia giusto, se essere reali e concreti, oppure fare finta che così non sia e giocare per modificare il senso di realtà. Tutti abbiamo giocato e tutti ancora, inconsciamente, desideriamo farlo, perché quando si gioca torna il sorriso e si può anche diventare milionari oppure capitani di una nave che solca l’oceano o cavalieri alla ricerca del Santo Graal. Viene da chiedersi se effettivamente il gioco non sia la natura autentica dell’essere umano e se poi tutto non sia così grave che non si possa stemperare con un atto giocoso. Si dice che giocando, si torna bambini, ma che non sia invece quello stato di innocenza la vera forma di lettura della realtà, quel modo così saggio con cui si mettono insieme mattoncini per una costruzione, secondo regole precise, e ci si distanzia da quella realtà troppo banale e meschina per essere chiamata maturità. Se si gioca quindi è perché non si vuole cogliere in sé il frutto amaro del senso di realtà e ci si vuole ritirare in un mondo più interessante, più complesso, pregno di fantasia e di colore. Non è un caso che i ragazzi o i bambini autistici, che sono mediamente più intelligenti dei loro simili, amino giocare da soli e chiudano i ponti con il mondo esterno, perché non interessati a quello che succede, perché non accettano e trovano assurde le convenienze per il quieto vivere, incapaci di indossare maschere. Si dovrebbe di nuovo imparare a giocare anche “da grandi”, ma non vivendo il gioco, come cosa da ridere, bensì come fatto davvero serio, come una nuova visione degli eventi, degli stati di cose, delle cose e delle persone. Il gioco, per gli adolescenti, è un qualcosa in cui rifugiarsi dagli infausti eventi della vita, da situazioni malsane e opprimenti, dal grigio dei luoghi che sono costretti a frequentare. Giocare è una valida alternativa alla verità, ovvero alla semplice constatazione di ciò che accade, è mettere insieme le cose con un nuovo valore. Quando si gioca, tutto diventa incredibilmente possibile, ciò che nella vita quotidiana rappresenta un freno, in quel momento diventa frutto della fantasia, si apre la strada a nuovi mondi, la felicità allora diventa possibile, come l’occhio di Walt Disney e dei suoi bei personaggi. Allora aveva ragione il filosofo Schiller, che la vera natura dell’essere umano, maschio o femmina, è in quel atto giocoso. Le cose ludiche, hanno, come ho anticipato nel titolo, delle logiche, dei precisi regolamenti che portano un azione da un punto a ad un punto b, l’azione di un partecipante viene in essere secondo una precisa intenzione che sta ad un determinato regolamento. Queste logiche, sono, paradossalmente, anti-razionali. In quanto sono una imitazione dei fatti reali, delle azioni che portano da un punto a ad un punto b nella realtà; queste logiche, nel caso dei fatti reali, hanno come fine la verità o l’oggettività, nel gioco invece, è in ballo l’imitazione e non già il fatti oggettivi. Ma, la verità dei fatti cosiddetti reali o adulti, è cosa stabilita dagli umani stessi e quindi, come cosa umana, non è definitiva ma può essere cambiata; ne consegue che il gioco con le sue logiche, può essere un sostituto della realtà, nel senso di un’inversione (o anche detronizzazione, per dirla con Bachtin) degli ordini di senso. I bambini, spesso giocano e scelgono determinati giochi, per avere una realtà migliore, magari anche con più buon senso, dolcezza, profondità; la serietà con la quale ad esempio i ragazzi si riuniscono per creare, intorno ad una casetta di legno nei boschi, società con una determinata gerarchia, regole, ruoli e obiettivi (conquistare nuove terre o creare palizzate, merli, torri di guardia, fossati per difendersi dai nemici), ci fa capire quanto il gioco sia forse più serio e più coerente in sé rispetto alle logiche adulte o borghesi. Si dovrebbe giocare anche da grandi e non sentirsi, per questo, strani. Nelle logiche razionali gli oggetti sono quello che sono, per un bambino invece, la ricchezza di significati intorno ad un oggetto è molteplice, la fantasia e l’immaginazione fanno interagire le cose per superare la banalità e la datità; giocare per essere felici.

Giovanni Sacchitelli

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