In evidenza: Sam Riley come Ian Curtis nel film Control (2007) di A. Corbijn.

New dawn fades (traccia n.5 del primo album), svaniscono le ombre e le sfumature della nuova alba, come scrive Ian Curtis, front-man carismatico dei Joy Division, gruppo post-punk che nasce nella cupa ed industriale Manchester della fine degli anni ’70, ambiente provinciale che influì sulla creatività e sullo sviluppo di quel genere musicale nuovo che dalle ceneri del punk (scarno, di protesta, dirompente, e poco ricercato musicalmente e nelle liriche) portò allo sviluppo di una nuova maniera, un nuovo punk rinnovato con l’aggiunta di sonorità più cupe, sintetizzatori (soprattutto con il loro secondo album, Closer, del 1980), liriche più intense e decadenti, perché in quell’ambiente di provincia, quei giovani che formarono i Joy Division, non avevano più voglia di sorridere, perché la felicità sembrava quasi un piacere sconosciuto, uno degli unknown pleasures (il nome del primo album dei Joy Division uscito nel 1979), di cui narra la prima produzione degli joy division con la storica etichetta della factory records (di Martin Hannett). Un gruppo che ha fatto la storia della musica, influenzando molti altri gruppi degli anni ’80, e creando un nuova concezione che univa i ritmi veloci e incalzanti della musica punk con il predominio del basso elettrico, strumento non più solo di riempimento e di accompagnamento, ma valorizzato e messo al centro dell’attenzione dalla saggia mano di Peter Hook, a cui si devono i virtuosismi che ne fanno una caposaldo per tutti i cultori del genere e per tutti quelli che amano il basso elettrico, portato ai suoi più intensi sviluppi; azione di Peter Hook portata avanti anche nel nuovo ordine New Order, la formazione successiva a quella che termina con la tragica scomparsa di Ian Curtis, il cui primo album del 1981 (Movement) è ancora un calco del post-punk dominante dei primi due album dei Joy Division (Unknown Pleasures e Closer, del 1979 e del 1980) e i successivi sono una progressiva apertura al pop fino alla dance elettronica (che sancisce così l’unione tra il basso di Peter Hook, sempre più ritmico e i sintetizzatori). Quei quattro ragazzi inglesi, dagli abiti grigi, spenti e dai capelli pettinati, erano così tetri, così poco rock and roll (come quel famoso scatto di Kevin Cummins, sul epping walk Bridge di Manchester, fotografo che più volte ha raccolto in momenti decisivi le loro gesta e i loro movimenti nella neve e tra i mattoni consunti della rivoluzione industriale inglese), decisero così di dar vita ad un mondo oscuro, nero come la copertina di Peter Saville (scatto di copertina dell’album di esordio, che rappresenta i segnali e le onde radio provenienti da un Pulsar, idea che venne a Saville  leggendo un vecchio libro di scienze); ancora più tetra e straziante la copertina del secondo e ultimo album (Closer, 1980), foto che rappresenta la tomba della famiglia Appiani, dal cimitero Staglieno di Genova (foto di Bernard Pierre Wolff), in cui si possono ammirare tra le più affascinanti sculture con angeli in lacrime. Il basso di Peter Hook, intenso, pastoso, dominante accompagna la batteria ancora punk e velocissima di Steph Morris, e trasmette quel disorder, quel disordine interiore che il front-man disperato sentiva in sé, quella ricerca di una guida (I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand, could these sensations make me feel the pleasures of a normal man?) che lo portasse via da quel suo male epilettico sul quale Ian Curtis cercava disperatamente di costruire un equilibrio (this is  a crisis  I knew had to comedestroying the balance I’d kept, cit. Passover, Closer, traccia n.3) alla ricerca dell suo Io più intimo (it was me, waiting for me, hoping for something more […]  me, seeing me this time, hoping for something else) e alla nascita di una nuova alba con le sue dissolvenze. In un gioco di ombre shadowplay (così bene accompagnato dal basso dominante e supremo di Peter Hook) dove alla fine si giunge all’intuizione (insight, traccia n. 4 del primo album) di sogni che cadono e discendono verso una fine inevitabile (guess your dreams always end, they don’t rise up, just descend) in cui la paura di toccare l’Io più profondo si cancella (I’ve got the spirit, lose the feeling. cit. Disorder, traccia n.1 di U. P.), e alla fine I’m not afraid anymore. Un genere ed un album unici nella storia della musica, Unknown Pleasures, una forma di espressione della malinconia del suo autore diretta e senza fronzoli, ai limiti del surreale come l’epilepsy dance che Ian Curtis impersonava nei suoi concerti, una danza che era il risultato di quel suo male insopportabile per il quale poi scelse la fine, che è nota a tutti. Un grande classico della storia della musica, senza dubbio da preservare, letteratura e fini armonie.

Giovanni Sacchitelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*