Amore e fuga, ma anche amore e ed evasione, ritorno di quelle melodie degli anni ottanta che già con il grande successo Hypnotized si era imposto al grande pubblico con l’abile lavoro del d.j. tedesco Purple Disco Machine con l’unione saggia e riuscita delle melodie che riprendevano la dance degli anni passati unendola con la moderna elettronica e lo stile e la lirica diretta di Sophie Scott; un connubio di forma e materia, di eleganza e delicatezza dei contenuti, sinceri e leggeri come il testo scritto da Sophie Scott per il ritorno in grande stile dopo Golden nights per un viaggio nel tempo direttamente nei gloriosi 80’s che ci fanno gridare, e anche ballare, che ottanta’s are back, nuovamente e con una forma spiccatamente moderna. Un’estetica del buio, un amore per l’oscurità, un’artista moderna e antica, giovane e classica nella scelta dei colori, nella sua parvenza esteriore e nella conservazione dei temi (oltre che un vero e proprio gothic revival nel contrasto dei colori, bordeaux e bianco perlaceo, si pensi anche al corsetto gotico indossato nella versione acustica di Hypnotized), che restano legati all’amore come affection, come un delicato affetto, come era già  in Hypnotized (“…they won’t find us in the paradise we’ll make..”) autentica opera d’arte (amore come arte anche in In the dark: the pain you caused cut so deep truly was a work of art)  come già descrissi in Sofia tra i giganti, miscellanea e composizione di colori forti (rosso aranciato, fucsia) che erano un cambiare progressivo nelle forme roteanti del videoclip (perfettamente 80’s) e nell‘estetica della front girl, unione cromatica di caratteri ed umori, come il bianco della sua pelle a contrasto con il colore rosso del vestiario, purezza e passione; un’artista che sin dal primo colpo d’occhio mi ha impressionato e conquistato per la sua dolcezza, spontaneità e legame con i ritmi e testi della musica di altri tempi. E, questo senso estetico, questa perfetta riproduzione in musica, parole, immagini torna in una nuova collaborazione recentissima con P.D.M. nel singolo In the dark. Ambientazione anni cinquanta, bianco e nero da cinema d’essai, fumoir incallito dei frequentatori di un locale dalle luci soffuse, la cantante è al centro dell’attenzione in un caschetto biondo e con un abito succinto, è forse una spia (poliziotti in incognito si scambiano opinioni e foto tra il fumo di ciminiera delle loro sigarette, nella notte di un luogo imprecisato, l’aria umida riveste il selciato sul quale parcheggia un auto dalle forme tondeggianti tipiche di quegli anni, e tra loro discutono sul da farsi, su come acciuffare la spia, Sophie), ma conquista il palco, simile alla Lady stardust cantata da Bowie, con aria soave e sensuale al contempo, corpo e anima, irruenza ed innocenza; pare essere un night club, ed è come stare in un film di altri tempi, ma è un videoclip attualissimo. Il testo di in the dark è sempre una rima ed un portare in luce dei sentimenti più profondi, quelli che anche in golden nights si erano di nuovo palesati; ancora una volta una ricerca di presenza, di affetto diretto, di un cuore che ha voglia disperatamente di innamorarsi e di abbattere quelle barriere del buon senso, ma anche della morale (e alla fine il cortometraggio termina con la fuga dei due nel buio, contro tutti e contro tutto, quando l’amore supera la morale e la rende superflua); estetica e romanzo, forma e materia, la delicatezza di Sophie e un contenuto, forse troppo semplice e adolescenziale, ma è il contenuto di cui tutti abbiamo bisogno; una ricerca di amore e di presenza, che spinge la cantante a fidarsi anche troppo del suo indagatore in borghese che l’ha sedotta con le sue parole dolci (pulled me in with your words so sweet) e poi lei si accorge che lui è un liar  e di I’m living a lie (aver vissuto in una bugia), ma il bisogno di affetto e di un amore che vada oltre le facce inespressive che la scrutano da tempo in quel luogo losco senza poesia (come la lady stardust di Bowie: “…people stared at the make up on his face, laughed at his long black air, his animal grace..”), e alla fine non sa se cedere (Should my heart surrender?) e se questo amore come in Hypnotized (“…I’m coming back down tonight..”) la porti giù (am I going under?). L’amore è un cadere, un falling apart, di cui parla anche il testo di In the dark. Dal punto di vista musicale, ineccepibile e perfetto il lavoro di Purple Disco Machine, ritmi ancora anni ottanta, decisi, netti, ma modernissimi ed espressivi. L’elettronica ricercata di Purple Disco Machine (decisamente meglio del precedente featuring con Benny Benassi) porta ad un livello superiore Sophie e la rende in linea con il grande successo, leggendario di Hypnotized. Anche qui, nel testo che considera ancora l’amore come fuga, come unione decisiva dei cuori nel marasma degli eventi (e così termina il videoclip di In the Dark, con i due protagonisti che salgono a bordo della stessa macchina, l’uno dimenticandosi di essere un poliziotto in borghese, l’altra di essere una spia, perché l’uno cederà all’amore sincero e l’altra farà anche lo stesso), per una musica che affonda le radici nel passato ma guarda al futuro, come tutti i grandi classici.

Giovanni Sacchitelli

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