In evidenza uno scatto da Rocky 5, John G. Avildsen, 1990

Nell’ultimo episodio della saga di Rocky, personaggio di cui già in Rocky IV, nascita di un eroe contemporaneo, avviene la rinascita di un rapporto padre-figlio in quel sole, quello shining sun che già i Pink Floyd in quel coming back to life, definivano come simbolo per eccellenza della luce come forza invincibile contro le tenebre, la natura che riaccompagna l’uomo e i suoi pensieri verso la positività. Il sole riscalda, dà vita alla natura, risveglia il creato dal freddo inverno e dà a lui un nuovo nome, chiamandolo Primavera (come un mio precedente articolo). Nel sole ardente Dino Campana, poeta tormentato, desiderava che la sua anima si risvegliasse libera e fremente, il sole è dunque sinonimo di luce contro i pensieri oscuri, lenitivo naturale per guarire dalle ferite del quotidiano vivere, modifica in meglio l’umore, colora le giornate e dà speranza. Il sole interiore, quel concetto-limite, quella meta che ogni anima alla ricerca della felicità insegue, può esserci anche quando fuori è grigio, quando la pioggia fell dark and slow. E’ una scelta, ma anche una vocazione, un desiderio costante di tutte le anime pure, di tutti coloro che cercano sempre l’alba dietro l’imbrunire, molto bella la canzone di Marco Masini l’uomo volante (2004, Masini), che è il desiderio forte di un padre di regalare un mondo diverso al proprio figlio, un mondo che ha fatto la pace con la sua crudeltà, ma soprattutto un sole nascosto che nasce da dentro. Questo desiderio di dare quella luce interiore, di conquistare il cielo come un uomo volante, sogno di Leonardo Da Vinci e immagine onirica frequente,  è un vero e proprio atto di coraggio, di chi decide di volare sopra le cose umane e di dare la luce, una vita colorata come il giallo che è uguale al sole. Il lavoro autentico di ogni genitore che tale si voglia definire, raggiungere quel colore emotivo che già cito nel titolo, è quello di trasmettere valore e contenuti ai propri educandi, farli sentire amati, anche se questi hanno dei difetti caratteriali o talvolta si mostrano, come spesso accade, ribelli ai dettami paterni; tante volte ho insistito nei miei articoli sulla pedagogia genitoriale, che considero quella normale-borghese, su come bisogna essere genitori e quali sono i reali obiettivi educativi. Un genitore sostiene il volo dell’anima del proprio figlio, un genitore non offende, un genitore non fa sentire i propri figli sbagliati, non costringe  e non si pone come padrone. Li fa sentire amati e manifesta questo affetto, questo volergli bene, in maniera chiara e ravvisabile in ogni comportamento, sin dalle piccole cose. Perché, il diavolo si annida nei dettagli. Quel sole interiore che è anche un’altra bella canzone della musica italiana, per la penna di Renato Zero, quei giardini che nessuno sa (l’imperfetto, 1994), dove vanno tutti quelli che hanno ancora voglia e desiderio di essere qualcosa, di esistere, molto evocativo il testo da questo punto di vista: siamo niente senza fantasie. L’autore, che nel testo parla in prima persona, darebbe se stesso (“..ti darei gli occhi miei per vedere ciò che non vedi, l’energia, l’allegria per strapparti ancora sorrisi, dirti si sempre si e riuscirti a farti volare […], senza più quel peso sul cuore..”) pur di vedere la propria amata felice, senza più quel malessere o male di vivere al quale si cerca di ovviare con “quelle pillole” o “quelle bambole”. Essenziale qui il senso dello spazio e del tempo che caratterizza ogni rapporto genitoriale, basato sulla distanza e sulla freddezza, in questo testo, vengono cancellati e si vive il qui ed ora, e questo fa bene all’umore. Il rapporto genitoriale si colora quindi di nuove sfumature, non si tratta più di un rapporto asettico  e di distanza tra chi ti mette al mondo e il suo biologico risultato; diventa invece uno scendere a patti con la presunta maturità (come Patch Adams e le sue nuove forme di visione della realtà) e decidere di andare in quei giardini che nessuno sa per vivere il tempo e le emozioni con una luce nuova, che rischiara i conflitti interiori, che è in grado davvero, sulle ali dell’entusiasmo e dell’affetto sincero e diretto, di curare i lati oscuri, guarire i mali della contemporaneità, rallentare quella fretta insensata di crescere per poi rendersi conto che era meglio prima. La cura non sono gli psicofarmaci o le parole scure di un religioso. La cura è l’esserci. Il tempo, la vita, non sono cose lontane dalla percezione, così come l’amore e l’affetto. Vivere le emozioni è cosa di tutti i giorni, qualcosa che vive in ogni momento, le distanze che si stabiliscono per il quieto vivere o perché così fanno i grandi, sono sterili oltre che assurde (talvolta grottesche). Facendo riferimento al titolo, al giallo uguale sole, ho scelto come foto in evidenza uno scatto significativo tratto dall’ultimo episodio della saga di Rocky. Il Rocky V del 1990. Nella foto compaiono tre elementi, un padre oramai sulla quarantina abbondante, un figlio in erba e una grande statua alle spalle, simbolo del passato glorioso e che guarda forte la città di Philadelphia, sulle quali scale e davanti al museo di arte moderna svetta come cimelio di vecchie glorie. L’ultimo episodio della saga, senza dubbio un classico da preservare, è una rinascita nel sole che viene dopo il buio e lo scuro della lite accesa nei sobborghi della città tra un manager, ex pugile oramai fallito, e il suo pupillo ventiduenne che delude il suo mentore facendosi abbindolare dai soldi, dal successo facile e dai magnate del sogno americano. Finito in disgrazia, il campione torna nella sua città natale, in una casa piccola e modesta, indossando gli abiti della sua gioventù di bullo di periferia, quel cappotto che gli sta come un guanto (molto bella la canzone di Elton John, the measure of a man, che dà sottofondo alla sigla finale che riassume tutta la storia del pugile dal primo episodio fino all’ultimo) ed è come un tornare a casa senza l’oro e l’argento delle medaglie della vittoria, qui però la sua rispettabilità può essere ancora salvata allenando un giovane pugile, Tommy, che il manager porta al successo, spiegandogli il mestiere e regalandogli anche i suoi preziosi pantaloncini; tutto sembra andar bene fino a quando il giovane atleta si accorge che la strada dei soldi è ancora impervia e infinita, decide allora di rompere i rapporti con il suo maestro e di seguire i consigli del mondo dei quattrini facili. Rocky cerca in tutti i modi di distoglierlo dai suoi propositi, cercando di farlo ragionare come aveva fatto Mickey con lui, ma il moderno ed i soldi non vedono valori se non quello del lusso e dell’abbondanza. La lesione celebrale che Rocky ha subito durante il suo incontro con il russo Drago, lo rendono anche lento nel ragionamento e fragile. Non è più giovane, ma ha ancora un grande cuore. Ha fatto di tutto per trasmettere al suo allievo quel sano sport, quella competizione sana ricca di valori e di autostima, ma non ci è riuscito, perché i tempi che corrono sono aridi di contenuti. Ma alla fine, dopo il buio delle umiliazioni e del conflitto aperto, c’è quel sole nascosto che nasce da dentro, è la riscoperta del rapporto con il proprio figlio, che durante il film fa di tutto per cercare l’attenzione del padre, tutto concentrato su Tommy Gunn. Alla fine il rapporto tra i due si riallaccia, in un sole splendente, in un’invincibile estate più forte di ogni cosa, che illumina la statua del vecchio campione e una giornata diversa all’insegna degli abbracci e di una giornata al museo, con una mostra proprio su Picasso, quello che diceva che per essere giovani, veramente giovani, ci vuole del tempo.

Giovanni Sacchitelli

 

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