Le prime impressioni del pianeta terra (2006), quelle che i principali esponenti dell’indie rock hanno subito (che hanno ricevuto come un segno nella tabula rasa della loro coscienza musicale) dopo i primi album, quelli più decisamente independent, che ancora in sé tenevano gli elementi tipici del garage rock, del rock and roll autentico (degli anni ’60 e ’70) e dei riferimenti cardine che essi stessi affermavano come essere loro d’ispirazione: The Stooges, The Velvet Underground (di cui una famosa cover, run run run). Julian Casablancas e The Strokes, gruppo che è il punto di svolta nella storia del rock, unendo l’estetica con l’etica del dandy newyorkese, irriverenti al punto da scrivere una canzone contro i poliziotti della grande mela (New york city cops, dal testo: they act like Romans, but they dress like Turks), poi censurata dopo i fatti dell’undici settembre; tutti figli d’arte, creatori di un rock and roll leggero, che nel tempo si è frammisto alla synth pop music con collaborazioni anche con i Daft punk (Instant Crush, Random Access Memories, 2013). Ma i vecchi tempi quelli che erano degli Strokes veri e propri e che li hanno resi famosi per questa nuova maniera di fare musica, non tanto attaccata ai virtuosismi (che si aprono leggermente agli assoli ricercati nell’album First impressions of earth, con un innovativo hard rock, ad esempio in Vision of division o in Heart in a cage), in cui non conta quanto sei pulito nel suonare il basso o la batteria, o quanto Julian era capace effettivamente di cantare e di prendere note più alte, ma l’estetica indie, l’arte e i colori sul palcoscenico (quanto Sophie and the Giants nelle loro prime produzioni) così affascinanti da vedere dei baronetti americani sul palco che invitano a vivere sempre e comunque, you only live once (traccia n. 1 di F. I. O. E.) e che si stava meglio someday (when we was young, […] did we have fun, always, always. cit. someday, traccia n. 5 dall’album d’esordio, is this it, del 2001). I primi due album, Is this it e Room on fire (2003), ma soprattutto il primo, sono la definizione autentica dell’indie rock, la perfetta riproduzione in tempi oramai moderni degli anni duemila, del rock and roll degli anni settanta. Nota a tutti è la famosa last night (indimenticabile la voce roca di Julian Casablancas nel cantare last night she said “oh, baby, I feel so down”) traccia n.6 dell’album, semplici melodie e testi essenziali, diretti come trying your luck (and I’ve lost my page again, I know this is surreal. But I’ll try my luck with you). Altrettanto malinconica la alone togheter (insieme ma soli e irraggiungibili) e ancora simbolo dell’incomunicabilità è hard to explain. Tracce di cui Julian Casablancas è autore e cantautore, che sono impersonate bene dal suo capello mosso e dal suo timbro vocale a metà tra parlato e cantato, perché, come ho detto sopra, l’indie rock è estetica messa sul palco, atmosfere, colori e abiti sgargianti per unire forma e contenuto in un’armonia di note semplici ma significative; fu il gruppo che formò la mia adolescenza, il mio gruppo preferito, e di cui serbo ancora adesso dei bei ricordi; nello spazio temporale delle prime produzioni degli Strokes avviene una evoluzione dal garage rock classico fino all’apertura all’hard rock e alle sonorità più dure. First impressions of earth è il risultato di una maturità raggiunta dal gruppo, una maturità musicale e personale, dopo i leggeri tocchi dell’indie dei primi tempi, le prime impressioni della terra nel senso di una constatazione della realtà che si trasforma in tocchi del basso più cattivi (il mansueto Nikolai Fraiture) come nel pezzo Juicebox o nell’apertura del chitarrista solista (Nick Valensi) ai virtuosismi come nella traccia Ize of the world,  o la commistione con l’elettronica nel brano electricityscape. Il cuore in una gabbia è al centro del videoclip di Heart in a cage, a terra e sull’asfalto tra la gente c’è Julian nel suo consueto chiodo, citazione dal punk pregresso quanto le scarpe converse di moda nel gruppo, che gli passa accanto ma è indifferente, un malessere esistenziale che è anche il male di vivere delle grandi città (I don’t want what you want, I don’t feel what you feel […] I’m stuck in a city but I belong in a field); il cuore batte nella sua gabbia per incapacità di esprimersi ed i colori che animavano le prime due produzioni si trasformano nel nero (che è l’immagine che ho scelto in copertina, front cover dell’album) in cui ancora c’è il rosso, tra due saette, simbolo di come ancora un cuore c’è, ma va tirato fuori dallo scudo e dall’involucro che lo protegge dal mondo (help me, I’m just not quite myself cit. Heart in a cage). Sono le prime impressioni della terra che simboleggiano il soggetto universale che si espone al senso di realtà e ne viene fuori depauperato del suo colore, e restano solo le tenebre che avvolgono un cuore nella gabbia e alla fine the sun will be shining e my children will burn. Una pietra miliare nella storia del rock, qualcosa che va conservato e ricordato.

Giovanni Sacchitelli

 

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