In evidenza Judith MacGregor, Bryan Park.

L’atto di creazione, come alterazione e modificazione del senso di realtà, presuppone una determinata considerazione dei sensi e dei significati, che sono propri all’artista e che fanno di esso un pot-pourri di doti naturali di contro alla normale considerazione degli eventi che invece caratterizzano chi, per natura, non è creativo; se tutto fosse semplicemente ciò che appare, se il soggetto (la struttura universale di conoscenza del mondo esterno all’Io) si limitasse semplicemente a categorizzare il mondo e invece non avesse un’alternativa alla lettura degli oggetti e degli eventi, allora non esisterebbe l’arte, non esisterebbero le emozioni, ci sarebbe un mero appunto e constatazione di ciò che succede, una cosa semplice, una cosa “normale”. Invece, oltre agli individui ordinari, oltre alla ragione classica borghese, esiste anche l’atto di creazione, un modo di vedere le cose che dà agli oggetti una nuova veste, li mette insieme e li fa parlare secondo un’orchestrazione di cui l’artista è direttore, ogni oggetto un timpano, un violino, una viola, un oboe, un’arpa, tutti insieme per dare un nuovo significato generale alle cose. Un parco è semplicemente un parco, una sedia semplicemente una sedia, un cucchiaio altro che un oggetto di ferro; l’artista invece informa la materia di un nuovo significato, sta davanti ad essa con nuovi occhi, il ruolo dell’arte, come esposi nell’articolo incentrato sul fotografo francese John Batho, è quello di stare davanti all’immagine e non mirarne, kantianamente (Critica della capacità di Giudizio, 1790), al possesso; ciò vuol dire non vedere gli oggetti come “utili” a qualcosa, bensì vederli come fermi, autonomi, degni di rispetto. Creare, quindi, è un far risorgere gli oggetti e le cose, dare ad essi una nuova vita, fare come chi fece risorgere Lazzaro dalla morte di significato tipicamente borghese e utilitaristica; la morale borghese, il mondo della ragioneria che cataloga le cose in utili e inutili, viene così vivificato dall’atto di creazione, che pone in movimento gli oggetti, facendo di essi dei colori da inserire in una tela. Il creativo dà una speranza all’uditorio, come quando un musicista anima l’aria ferma e discendente della morale borghese, e fa sorridere anche i più bisbetici. Questo dono, questa capacità di leggere i fenomeni in una nuova luce, non è cosa da tutti, permette di fare autocoscienza su ciò che consideriamo come definito o statico, e chi la pensa diversamente definisce il creativo come fuori dal mondo. Quando si crea, in quella serie di movimenti dell’anima oleati dal punto luce interiore dell’ispirazione, si prende il significato e il senso di ciò che è esterno all’Io, lo si trasforma, lo si rende vivo verso una nuova lettura delle cose, nuova, dirompente; l’artista è per natura insoddisfatto dello status quo, lo considera come banale, ovvio, troppo esatto, perciò per evitare la morte dell’anima, crea un nuovo mondo, una nuova vita con segni e significati differenti. Ha un animo di bambino che non si rassegna al fluire normale degli eventi borghese, ma rompe le convenzioni e crea una nuova combinazione di significati; l’ispirazione è la madre natura della scrittura o di qualunque atto di creazione (musica, pittura, fotografia), essa è come un Dio che muove gli arti e le membra dell’artista per fargli dire nuove cose, cose diverse, cose belle. E’ un’energia interna che afferisce alla sfera del magico e soprannaturale, e il risultato, spesso, sembra frutto di un vero e proprio miracolo. Dall’ispirazione, che avviene in determinati  e salienti momenti, ed è un’azione che si pone all’animo dell’artista, si giunge all’azione creativa, essa è un risultato di una serie di movimenti interni all’anima del poeta che, dopo aver letto gli eventi, produce un nuovo collagene di significati, mettendoli insieme nell’atrio complesso delle rime e dei versi, organizzando il tutto secondo regole precise che gli sono date dalla sua capacità (capacità artistica, ovvero il dono di fare arte ex nihilo, è qualcosa di iscritto nella natura di una persona, ciò che lo rende unico e irripetibile, diverso dall’homo civilis). Il poeta mette insieme le parole dal nucleo caldo dell’ispirazione, il pittore fa lo stesso mettendo insieme colori e forme nella tavolozza, il musicista compone mettendo le note in una combinazione unica e straordinaria (come quando Gustav Mahler andò in cura da Freud, ma questi si rifiutò di curarlo per non alterare la sua capacità di composizione, che all’esterno poteva dare i frutti di una stramberia fuori dal normale). La creazione si pone a metà tra il delirio psicotico (si pensi ad esempio a quel gatto dipinto da Van Gogh,  artista a me caro di cui ho parlato nell’articolo Lei e nessun’ altra. Note sull’arte di Vincent Van Gogh, che nelle sue fattezze si fa sempre più  strambo fino a scadere nell’arabesco incomprensibile) e constatazione delle cose puramente normale. L’estremo della creazione, ovvero il delirio psicotico, è invece non la nuova combinazione dei sensi e dei significati, ma è bensì una distruzione, non si afferma, ma si annulla, si distrugge. Non deve meravigliare se poi gli artisti abbiano una vita sui generis, a metà tra assurdità e normalità. Ricapitolando, l’artista crea e questo atto magnifico (di una natura assolutamente diversa rispetto all’atto normale utilitaristico, che è come una devitalizzazione delle cose, un prendere le cose ed usarle) discende in maniera naturale, come la poesia per il poeta Keats, dal fuoco interno dell’ispirazione che guida i sensi dell’artista creando mondi diversi per il tramite delle sue specifiche capacità. L’artista parla, il borghese dice. L’artista dà vita alle cose, la morale borghese ha invece un set di significati, un elenco già stampato e predefinito, con il quale la realtà è definita per sempre e non si può cambiare. Fondamentali e strettamente connessi ai concetti di ispirazione, capacità sono quelli di ordine e disordine. E’ proprio vero, come diceva Nietzsche, che bisogna avere un caos dentro per partorire una stella danzante, questo non vuol dire semplicemente che essere disordinati esteriormente o avere una tendenza alla mancanza di cura sia naturalmente sinonimo di caos. Einstein diceva che una scrivania vuota e priva di oggetti, una scrivania ordinata è sinonimo di una mente banale e per nulla adeguata alla vita, che è fluire incessante, energia, caos primordiale. L’artista è capace di ordine, secondo il suo dono specifico, che discende dall’ispirazione e dal dominio del caos interno, verso una nuova lettura dei fenomeni. Il disordine interno dell’artista, non è “confusione” o mancanza di lucidità, è frutto invece di una precisa lettura dei fenomeni, internamente agitato perché la sua visione del mondo lo è, l’artista ha un caos dentro perché ha colto perfettamente la natura delle cose, che è movimento, fluire incessante, non è una scrittura inespressiva e priva di accenti di un freddo contabile. Caos, ispirazione, capacità e ordine, creazione artistica. Questa la sequela di significati che costituiscono l’anima ribelle dell’arte, quella autentica, quella espressiva. Il caos interno dell’artista è una facoltà straordinaria e rara che permette al fortunato, di rendere noto a tutti di quanto la realtà sia discutibile e cambiabile, niente è dato una volta per tutte, niente è definito per sempre, tutto è invece suscettibile di discussione, come la natura che costantemente inizia-finisce e si ricrea. E’ una vittoria contro la morale del cenere eravamo e cenere diventeremo. Il borghese ha in mente una struttura definita di sensi e significati, questi possono essere vivificati dall’azione del creativo, che, dopo aver contemplato la realtà, scrive i desideri del suo dàimon interno e pone dinnanzi al pubblico una realtà alternativa, tante realtà alternative, componendo i significati verso una nuova luce. L’atto di creazione, è forse quello più nobile ed originale rispetto all’azione borghese-lavorativa, suscita meraviglia o paura, rende l’uomo più vicino alla natura e al suo panta rei incessante. Quando si ascolta della buona musica l’umore cambia in meglio, quell’atto di vivificazione dell’anima è una rottura della normale semantica borghese e l’elezione di un nuovo mondo. Il creativo, per definizione, è poco incline all’accettazione dell’autorità di significato borghese, difficilmente riesce a stare nei banchi, negli schemi e nelle gabbie di senso del questo significa questo. La sua mente gli pone costantemente nuovi significati e nel suo sangue non c’è acqua, ma vita autentica e forte. Una vita che distrugge i monumenti al senso della morale borghese e ne erige di nuovi, alternativi, per dare agli altri, un sole eterno e un’invincibile estate.

Giovanni Sacchitelli.

 

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