E tutto questo si perderà come lacrime nella pioggia (“…Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e ho visto raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser…”) diceva l’androide Roy Batty a conclusione dello storico capitolo della storia della fantascienza su schermo, Blade Runner (di cui il mio articolo omonimo) come espressione e definizione del senso dei ricordi e su come essi albergano nella coscienza di chi li detiene come un tempio sacro custodisce in sé gli altari  e i mausolei di immagini, volti, cose, fatti del soggetto; epico e malinconico il finale di Blade Runner, cupo e fosco come la città cyberpunk che fa da teatro della scena e la pioggia, tanta, che cade abbondante sulla scena, simbolo della malinconia e dell’anima che si specchia in un temporale che cade freddo sul buio e sulle luci tenui, soltanto gli occhi azzurri di Roy Batty freddi e glaciali, ricordano ancora la sua cibernetica umanità, ansia di redenzione e del giudizio del dio della biomeccanica. Scena cult per tutti gli amanti del cinema e per tutti quelli che amano il tempo uggioso, amano le ambientazioni dark e la notte buia che, contro il sole, porta tutta la nobiltà di cui l’anima necessita quando è come un salice piangente, che piange se stesso. Ricordi che andranno persi come lacrime nella pioggia, come qualcosa che verrà spazzato via e confuso con la creazione fredda del supremo orologiaio, invenzione di un Dio superiore che ha creato lo scrosciare severo per nutrire la terra ma anche per ricordarci di quanto siamo succubi e impotenti davanti alla natura creata, così come la fine e il limite della vita. Ma i ricordi, quando sono come pioggia, allora andranno persi e confusi in un turbinio di vento, tuoni e acqua fredda che cade a cascata e tutte le cose belle della persona poi, saranno un tutt’ uno con il tempo bigio e il volto torvo della creazione, nero e decadente come quando è la fine, come quando si è come il robot Roy Batty, che capisce che è tempo di lasciare quell’umanità di cui egli è simulacro, che la fine dei suoi ricordi sovra-umani è giunta, che è tempo di morire. La malinconia e la pioggia, due concetti così vicini, che soltanto chi vive la prima può capire perché il tempo piovoso sia il migliore amico dell’anima sofferente; la malinconia, come condizione generale dell’essere umano davanti alla mancanza di eloquenza dell’essere, gioisce del confronto con cosa gli è più simile, con le atmosfere cupe e decadenti, e si è felici, anche se melanconici, quando piove. L’anima malinconica rivede i suoi fatti interiori riflessi nella pioggia fredda che cade e il sole viene allontanato come ospite indesiderato, perché quando c’è struggimento interiore (che è la base e il nutrimento terrestre della poesia) soltanto le ombre, la visione offuscata e grigia può dare man forte ai sentimenti più profondi e radicati dell’anima, i raggi del sole e la luce che rischiara sono soltanto il vezzo dei superficiali. L’autunno e la sua porta per i sentimenti più decadenti, come le foglie che cadono e i suoi colori così affascinanti sono un invito alla riflessione, sono i fiori e il frutto della natura che si avvicina alla sua stagione più fredda, finita la torrida estate l’anima si adagia e corrisponde, come quella poesia di Baudelaire, ai colori dell’autunno, delizia per la riflessione, stimolo principe per la percezione aesthetica; nobile l’inverno, affascinanti e come una poesia da conservare in un portagioie raro i suoi momenti, la neve, l’armonia della sera, il tempo grigio, la rugiada sui fiori di pesco di un parco, la nebbia che al mattino accompagna il risveglio in un sole che non vuole sorgere perché ansioso del giudizio della Luna, che da poco se ne é andata ma ancora vuole imperare su un orizzonte di foschi pensieri. La malinconia, condizione dell’anima che è un insieme di percezioni e idee scure che affondano le loro radici in stati di cose malsani e bui. E’ la condizione principe delle anime nobili e si specchia nel tempo nebbioso e cupo come naturale proiezione dei paesaggi interiori; le lacrime nella pioggia, quelle dell’androide Roy Batty ma di ogni malinconico che guarda il creato, il sole ne è un nemico, la nobiltà d’animo gioisce delle ombre della notte che rendono uguali e pari i colori delle cose, immergendoli in un unicum di stati di cose omogenei, tutto nella notte scuro e fermo. La malinconia è la reazione del poeta all’incomunicabilità delle piccole pedine e delle maschere meschine che gli passano davanti, come marionette in un teatro dell’incubo, ai piccoli umani che lo scherniscono, come facevano quelli con L’albatro di Baudelaire. Era incapace di camminare con le sue ali da gigante e così era la risata degli onesti camminatori, degli individui comuni così tanto bravi a camminare, ma poi incapaci di volare e di librarsi in alto per raggiungere lidi lontani come quando alla fine del Nosferatu di Herzog l’eroe romantico prende la via del deserto, coraggioso, tra le sabbie aride e a cavallo di un destriero. La pioggia e il malinconico che in essa si specchia dovrebbero essere un tesoro, uno stato dell’anima raro da preservare, qualcosa da non buttare via come se niente fosse, un esempio di come il tempo vada centrato e non superato. Un momento alto e nobile, delizia di chi è in grado di apprezzarlo e da non confondere con la banale tristezza delle anime comuni. L’aria rarefatta dell’inverno e i caducifoglie dell’autunno sono l’elisir di lunga vita per la contemplazione ed il poeta è vivo in quegli attimi.

Giovanni Sacchitelli

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