In evidenza M. MacGregor, Hot Air Balloon.

Come il volo di Lindbergh (colui il quale, nel 1927 compì la prima eroica trasvolata dell’oceano da New York a Parigi) o come la mongolfiera in evidenza, frutto dell’ingegno dei fratelli Montgolfier, così l’anima si invola verso terre felici (quell’isola che non c’è di Bennato o quell’happy land di cui cantava Bowie nel 1967), dove si possa vivere il qui ed ora, per tante ore felici. Oggi, come non mai, adesso, che lentamente gli occhi del mattino scendono verso i tempi dell’avvento, per la venuta del redentore, riflessioni significative per cogliere il tempo con le mani, riempirlo, andare oltre gli stati psicologici dell’uomo-macchina per definire e rendere chiaro a sé ciò che il corpo e il suo sostrato vuole. Nell’origine delle disuguaglianze e nel pensiero rousseauiano, si evince, come già in precedenza esplicai, l’idea di uomo di natura forte ed autentico anteposto al civile, lamentoso, triste, incapace di felicità, dalla mente dominata dalle pratiche sociali, dominata,  essere alterato profondamente nella sua genuina bontà. Il tema della felicità, delizia per i filosofi, croce per gli esattori delle tasse e per i topi della previdenza sociale,  interesse dei teologi o  di chiunque abbia a cuore l’animo umano e i suoi sviluppi, è forse il fine ultimo di ogni riflessione che voglia porsi come tale, lo sforzo verso cui ogni persona tende, capire se e come si può essere felici, a quali termini, in quali condizioni; il cammino dell’uomo saggio è minato dall’attacco dei negativi, dei rospi dell’invidia, di coloro che mentono a loro stessi e che poi, stranamente, vogliono imporre la loro teoria sugli altri senza accorgersi che la critica verso gli altri e poi un ammonimento a loro stessi. La saggezza (quel saggio ideale e trascendentale che mai sbaglia nessuna azione) trova poco spazio nella società dell’usa e getta, del consumismo, dell’utilitarismo che davanti all’immagine (come può essere un quadro o una canzone) vede solo il fine ultimo per il suo utilizzo e non la contemplazione che è l’arte e l’animo desueto del poeta; quanti hanno scritto sul tema della felicità e quanti smussamenti, trasformando la felicità in serenità oppure negando le gioie del qui ed ora per arrivare a gioie indicibili, gioie eterne, frutto di un dio spesso troppo personale, il paradiso e i suoi antipodi: l’inferno. Accettando la morale cattolica nella sua indubbia utilità educativa (anche se artificiosa e da chierichetti, un artificio a volte indispensabile per rispondere alle offese, mio passato articolo), come spiegai nell’articolo le ragioni della trascendenza, e il suo valore prima che religioso, civile e democratico, condivido alcune cose delle figure cristiane, quali Gesù stesso e il suo porgere l’altra guancia, o anche alcune prediche di alcuni religiosi, che non considerano il Dio Cristiano come un Dio punitore e vendicativo (come quello del Primo Testamento), ma invece come qualcuno che ci vuole felici (come può essere anche l’atteggiamento dei francescani, meno teorici e più pratici. Più vicini alla fede dei semplici, una fede sentita e non intellettuale); penso che ogni persona capace di voler bene a se stesso e poi agli altri, debba riflettere sull’annoso e sulla vexata quaestio del tema della sofferenza universale e quindi della possibilità o meno di essere felici; il fatto, ad esempio, di immettersi necessariamente negli ingranaggi della società lavoro e dell’uomo-macchina, è già un segno di come l’uomo in generale abbia poca propensione a prendersi cura e ad amare se stesso (una bella frase di Walter Benjamin: “gli animali non parlano se no gli uomini li farebbero lavorare”, ci fa capire quanto sia innaturale l’azione lavorativa). La fatica, la sofferenza, sono freudianamente una negazione del principio di piacere, quindi chi sceglie deliberatamente di negare il proprio istinto al piacere non è che sia poi così tanto saggio. C’è chi in tutta la vita non si è mai posto il problema e ha sempre vissuto comunque negando i propri istinti al piacere, alla felicità, in maniera consapevole o non, tenendo in sé come una ciminiera il nero oscuro del risentimento e dell’insoddisfazione, cosa che sfoga sul prossimo con piccinerie e azioni malvagie. L’anima e la sua capacità di comprendere il mondo e poi se stessa, non considera saggio ciò che va contro di essa, l’intelligente respinge le sofferenze immotivate, l’intelligente prende le distanze dalla meschinità, anche se la logica gli impone di stare al gioco, e di meritare le umiliazioni o le sottomissioni. La maturità è la capacità di riconoscere il male e di allontanarsene, qualsiasi cosa questa cosa comporti. Per la dignità, per essere umani davvero. Molti considerano la spiritualità cristiano-cattolica una buona alternativa alla mondanità e ai vizi del mondo, chi decide di prendere i voti, oppure di fare come quegli eremiti che rinunciano a sé (Battiato, Fisiognomica, 1988). Gesti forse estremi? Ai fatti esistenziali (che riguardano l’esistenza in sé e non le cose contingenti, quel sentire o quel vuoto che le persone con problemi psicologici accusano. E non le cose materiali, non le case e i giardini curati, tutto ciò che circonda la psiche) talvolta si decide  di rispondere gettando la spugna oppure andando contro la morale comune ed essere considerati insani, pazzi. Una società che riflette su stessa e su suoi meccanismi che la regolano, come i noti meccanismi sociologici di esclusione, è una società critica che prende coscienza dei propri limiti e pone soluzioni a chi poi, per causa sua o per causa esterna, decide di abbandonarla. La spiritualità cristiano-cattolica, per quanto nobile in certi suoi precetti, tuttavia decade spesso in una fede senza gioia, in gioie costruite o fatte ad hoc, limitate in certi usi della mente (il raziocinio in fatti di fede trova poco spazio purtroppo), non sembrano soddisfare le richieste universali dell’uomo. La negazione del consorzio dei corpi e la limitazione alle mura del matrimonio (e non prima), mi pare estrema e non fruttuosa di felici conseguenze (si pensi ad esempio ai sacerdoti che decidono di spogliarsi della tonaca e prendere moglie). Nel giorno di natale, tanto rispetto per la venuta del redentore (applicando poi le note categorie del bon bourgeois di cui parlai nell’articolo Aprile), ma anche tanto rispetto per i canditi del panettone e dei discorsi ad hoc della morale borghese, nido autentico di invidie mascherate dal volemose bene di ascendenza tipicamente democristiana. Ma, soffermandoci sul fatto dell’anima, per essere felici c’è bisogno di inzaccherarsi nella logica della vita del mondo che verrà, bisogna per forza di cose rispettare i precetti di un parroco e credere nelle sue parole? Ammirevoli le opere di bene dei religiosi, la loro volontà di aiutare il prossimo, la visita ai centri di accoglienza (come ha fatto di recente il papa in Grecia), ma la chiave della felicità deve per forza essere un ente esterno all’Io, un essere metafisico? Anche fuori dagli schemi religiosi l’essere civile sa trovare risposte ai propri interrogativi e non serve un deus adveniens che giustifichi le sofferenze sulla terra. La bellezza della natura, i suoi fiori rigogliosi, l’arco colorato dei tramonti e delle aurore, sono inviti al vivere adesso, perché nel mondo percettibile, del qui ed ora, che l’uomo trova risposte ai suoi dubbi esistenziali. Tante le cose belle della vita, tante le cose per le quali val la pena vivere, serve solo la volontà di prenderle e l’umiltà di rendersi bambini davanti alle cose del mondo. Un meccanismo noto della psicologia dell’uomo contemporaneo è quello del continuo abbassamento delle cose negando i momenti alti e nobili, con uno spirito post-moderno di negazione del pathos e della percezione aestethica. Invece è proprio in queste cose che sta il dono di vivere, la meraviglia dell’esistenza e non c’è problema economico che possa deformare la genuina bellezza delle cose (come quando si fa un viaggio per svago o per lavoro: due stili di pensiero, l’uno contempla, l’altro supera gli oggetti e li classifica come utili per il fine della produzione). Per essere felici, questione teorica grandissima, spesso si trasforma la felicità in serenità, facendo in modo di negare i piccoli piaceri istantanei e vivere per una gioia che si spande nel tempo, una gioia sicura, più duratura nel tempo. La serenità è quindi un conservare le energie per avercene di più nel tempo che si protrae innanzi, mi pare già un surrogato della gioia autentica. Ma è un buon compromesso. La felicità sembra allora possibile, negando le piccole gioie quotidiane oppure mitigandole, ma la strada verso la felicità sembra ancora impervia e non si sorride di pieno gusto. Probabilmente la vera felicità non sono i musi appesi e il suo confinamento a determinati momenti della giornata o della settimana, è una scelta, la si fa anche se tutto intorno all’Io va storto, anche se il mondo va in pezzi, io sono comunque felice, perché ho scelto di esserlo, perché il tempo lo afferro con le mani e non aspetto una vita che verrà oppure il fine settimana per dare agli alcolici il seme della mia follia repressa. Ancora una volta il ruolo dello scrittore come educatore, come risvegliante le coscienze, e la religione, a detta di Marx, è come un oppio che ottunde la coscienza. Si creano situazioni o concetti, azioni, dette “buone” ma non sono frutto di una bontà diretta, che viene dal cuore, ma di una bontà discorsiva, come quando si dà l’elemosina a qualcuno perché è giusto farlo ma non perché si sente di farlo. Felicità ed esistenza, quanti gli individui che si pongono problemi esistenziali e poi decidono per l’estremo gesto o quanti si tolgono la vita, attentando ad un dono preziosismo, per fatti esterni all’Io, come il denaro o le responsabilità. Una società che crea emarginazione, esclusione, individui respinti per il loro colore, la loro pelle, il loro orientamento sessuale e la loro sensibilità, deve come minimo capire perché lo fa e perché ci sono tante invidie e le panchine sono piene di gente che sta male. Quindi, prima di tutto, un lavoro di autocoscienza degli individui su di loro e poi della società tutta, per capire perché esistono ancora meschinità e sulla comprensione che la vita è bella e vale sempre la pena di essere vissuta. Il tentativo religioso di creare uomini e donne sane, incorrotte quanto il corpo perfettamente conservato dei santi, esseri perfetti, con una tonaca e i volti pallidi, non ancora soddisfa la vocazione alla gioia che è terrena, estremamente terrena. Nella vita di adesso che l’uomo raggiunge la piena felicità, si può essere felici, basta volerlo ed avere il coraggio di rompere le sovrastrutture che opprimono il petto dei civili. Per essere felici, serve l’anima, lo spirito, fondamentale il ruolo di collante del Natale, l’invito a stare insieme e a volersi bene, ma altrettanto essenziale riflettere sul perché sia stato necessario far scendere dal cielo qualcuno per dirci che dobbiamo essere buoni. Essere buoni, con gli altri ma soprattutto volendo bene a se stessi, doveva essere qualcosa di già insito nella storia dell’umanità, dovrebbe essere a prescindere a tutto l’operato di Cristo e dei suoi discepoli. L’allineamento tra pensiero-linguaggio-azione è ciò che porta a distanziarsi dalle situazioni malsane e a riprendersi la propria dignità di esseri umani, e volare in alto come la mongolfiera e noi seduti dentro ai colori dell’entusiasmo.

Giovanni Sacchitelli

 

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