Laughter is contagious, questo il sottotitolo alla locandina del film (1998) nel titolo di cui sopra: la risata è contagiosa; quanto mai inappropriato e strano in un periodo in cui essere positivi è diventato una cosa negativa. Ma qui non si parla di positività ad un agente virale, è invece in ballo un altro tipo di cosa, è il valore formidabile della risata e della sua capacità di cambiare in meglio umori e quindi persone. Ancora nella locandina del film (regia di Tom Shadyac), ravvisabile l’eterno Robin Williams  con il camice bianco da sanitario e un naso rosso, pomodoro. In genere alla figura medica è associata una certa seriosità, gravità, affidabilità spesso tuttavia messe in dubbio dal fatto che per uno stesso male esistano pareri discordanti tra professionisti o semplicemente per il carattere incomprensibile della loro scrittura (frutto forse di un’insicurezza nel prescrivere la cura farmacologica?). Un medico cura un paziente mediante terapia prestabilita dalla pratica clinica a cui egli aderisce, in maniera automatica, metodica, in una parola: scientifica. Il medico in questione, tuttora vivente, invece decide di distaccarsi dalla semplice adesione a metodologie prestabilite per fare di testa sua. Durante i suoi studi eccelle nei voti, ma non lo si vede mai studiare, se non poco; è strampalato ed estroso, veste abiti colorati e scherza tanto. E’ Patch Adams e vuole curare i pazienti con le risate. Facendoli ridere e ciò influisce positivamente (di una positività contro la quale per fortuna non serve un vaccino) su loro umore. Durante il suo tirocinio si avvicina ad una donna dolorante in corsia, affollatissima, tutti i suoi colleghi che aspirano alla professione guardano al malato come ad un campione biologico su vitro, come se si trovassero di fronte ad una serie di congegni che hanno bisogno di una riparazione o di essere oleati per fungere meglio; Patch invece, si sofferma sull‘Io del sofferente e fa una domanda diretta: “Come ti chiami?”. Essere presenti a se stessi e uniti nella propria identità è già un passo in avanti, anziché essere un semplice oggetto da osservare, come fanno gli altri colleghi. Per le sue stramberie il medico in questione non viene giudicato bene da i reggenti del college in cui studia, nessuno può tradire la millenaria precedente pratica medica e questo nuovo metodo sembra essere fin troppo profano. I risultati, soprattutto con i bambini, funzionano molto. Da qui l’essenza clownistica nella locandina del film, il pagliaccio buono che si sacrifica, che fa si che venga messa in dubbio la sua serietà umana e professionale per far ridere chi ne ha bisogno. Come già spiegai in Ermeneutica del comico l’equazione non ridere mai = serietà (o peggio gravità) è assolutamente infondata, tanto discutibile per chi è capace di analisi.  Chi ride molto è proprio perché è molto serio e cerca di prendere le distanze dalle finte gravità della vita, per agire con una leggerezza che invece è lo specchio di un’incudine capace di andare molto a fondo, con conseguenti struggimenti interiori. Per evitare di essere tirati giù in un vortice di nera negatività, l’intelligente prende le giuste distanze dalle cose ridendo di modo che il fantasma venga scovato e cacciato via dalla coscienza. Le persone malinconiche ridono molto, la malinconia (non semplicemente la tristezza) è uno stato della coscienza frutto di una somma di percezioni che vedono la loro origine di frequente da situazioni malsane, da cose malsane. Tornando al film, proprio questo ruolo del riso come medicina naturale contro le brutture e le sofferenze della vita diventa un farmaco vero e proprio, dall’efficacia sperimentale, fino a che, nel film, Patch Adams decide proprio di creare una piccola clinica (chiamata Gesundheit! Institute nella Virginia Occidentale) in cui aiutare i pazienti con i suoi metodi. Robin Williams, vecchia figura di un cinema colorato di altri tempi, saggio strizzacervelli in Will Hunting genio ribelle (1997), e altrettanto carismatico professore in quell’attimo fuggente (Dead Poets Society, 1989) che tutti dovrebbero cogliere prima che sia troppo tardi; direi un attore adatto al ruolo con i bambini, per definizione fatto di fantasia come nel coloratissimo Flubber, un professore tra le nuvole (1997), in cui domina un verde giocoso. Nel film di cui sopra e che nel titolo cito eccelle la sua vena creativa di attore sui generis, per natura fuori dagli schemi ed ironico, coraggioso per il fatto di voler curare i pazienti con il riso e trasformare le sale di bambini malati terminali di cancro in parchi giochi in cui il protagonista saltimbanco indossa abiti da clown ma è pur sempre un medico, fa ridere ma è serio. Le forme di cui faccio menzione sopra sono come quelle della conoscenza di Kant. Per il filosofo tedesco erano il modo in cui noi interpretiamo il mondo attraverso categorie intellettuali, sono quelle e non può essere altrimenti; per Patch Adams le forme possono cambiare, è lui che introduce un nuovo modo di guardare alle cose innovativo, speciale, rivoluzionario. Il paziente non è soltanto un oggetto che va interpretato (così come i fenomeni kantiani) soltanto come qualcosa di puramente materiale, senza che il soggetto interessato abbia una qualche possibilità di venir considerato come soggetto attivo, dotato di psiche e anima, bensì è un persona, è umano. Qui, come spesso davanti alle persone con disturbi mentali, la pratica medica o psichiatrica poco va a considerare il lato emotivo e sensibile della persona, poco spesso capita il discorso  a tu per tu, la psichiatria invece incita all’adesione alle maschere sociali di cui la pratica medica è il risultato. Su questo si veda un mio precedente articolo Normalità e Patologia. Essere considerati nel qui ed ora, essere amati, far si che splendano gli occhi per un complimento sincero, per un incoraggiamento, per un motto di spirito, tutto questo fa e come. Non è cosa da poco, ma probabilmente nemmeno i medici sono davvero capaci di considerare i pazienti come umani, fatti di umore e volontà di essere felici. Avviene un risveglio (come nel commovente  film del 1990 con Robert De Niro, con Williams nei panni del medico), i pazienti diventano presenti a se stessi, per quel miracoloso effetto della comunicazione, quella vera ed autentica, non il parlare soltanto con il cervello, il parlare accorato e diretto. Come il professor Keating nell’attimo fuggente sali su un banco dei suoi allievi per distruggere le geometriche teorie sulla poesia, per dire che gli esseri umani sono appassionati e che la poesia è indispensabile alla loro natura e che non va giudicata come un punto definito sullo spazio cartesiano fatto di inespressive ascisse e ordinate, così il medico “buffone” sale come gli imbonitori di cui parlava Bachtin e detronizza la cultura alta, la porta a livello di un naso rosso, magari ridicolo, ma del colore della vita e delle emozioni. Non serve soltanto la scienza, serve anche l’entusiasmo e l’umanità affinché le terapie mediche che pur hanno una importante e indiscussa valenza sperimentale vengano accompagnate e rinverdite da ciò che un libro non insegna.

Giovanni Sacchitelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*