A qualche chilometro dalla cittadina in cui vivo (Orta Nova, in cui comunque sta in piedi ancora un “restaurato”  Palazzo Gesuitico del 1600, che è degno di nota), facendo pochi minuti di auto o proseguendo per i tratturi interni (paesaggio rovinatissimo dalle pale eoliche, che creano “energia pulita” ma di cui anche Don Chisciotte si sarebbe indignato) si arriva ad un posto inconsueto, come quei monumenti che cozzano con il resto di ciò che li circonda nei paesaggi urbani (come parlai nell’articolo Filosofia del monumento); Herdonia, anche Sgarbi quando venne a visitarla si sorprese di tanta bellezza non valorizzata, bella quanto la Pompei che, insieme ad Ercolano, nel 79 d.C. andò a fondo per la rabbia del Vesuvio. Rovine romane di antiche civiltà (insediamento dauno-greco poi divenuto municipio romano nel I a.C., che si sviluppò soprattutto tra il I e il III secolo d.C.) che condividono gli spazi aperti e il cielo chiaro con le campagne circostanti e con il centro abitato (Il paese che ha ereditato il nome del suo insediamento originario, Ordona), sembra quasi che i fondi  e i terreni continuino la loro opera silenziosa di dare frutti ai loro padroni ignari del tesoro sommerso (portato in vita per gli scavi che iniziarono nel  1962 per opera dell’équipe belga diretta dal prof.  J. Mertens) che di lì a poco si erge con i suoi capitelli, le colonne mozzate e il ciottolame che in terra (in cui sono ancora presenti i solchi dei carri. E’ la Via Traiana, costruita dall’imperatore Traiano nel 109 d.C. per collegare Benevento a Brindisi) sostiene stanco il peso del cammino dei visitatori in un’atmosfera desueta quanto irreale per una piana che contiene poco di storico e di rilevante. Bisogna fare ancora qualche chilometro e avvicinarsi lontanamente ai confini con la Campania per giungere nel paese dei grifoni (Ascoli Satriano) per ammirare qualcosa di interessante quali il palazzo ducale, la cattedrale del 1200 (Cattedrale della natività della beata vergine Maria) o la teoria di vie strette e ripide che fanno da guida per raggiungere la parte alta della cittadina. Tornando alla città romana. Poche e non molto chiare le indicazioni per giungere al punto di interesse storico, alla fine si arriva davanti ad un giallo e grande cartello con scritto “alt, zona archeologica, proseguire a piedi”; si prosegue a piedi dentro una proprietà privata, e ogni volta che si decide di entrare ci si sente come ladri dentro un contado, si continua a piedi dentro una corte con tante galline e polli ai fianchi che cantano melodie di accoglienza, si fanno dei passi su un sentiero tra alberi e enormi otri di vino di boccaccesca fattura, per giungere ad un cartello sbiadito che dovrebbe essere un pannello informativo, fino a giungere ad un recinto e ad una mancanza di un cammino segnato che porti ai resti archeologici; ci si deve improvvisare indiana jones e trovare il punto fortuito per scendere di sotto. Lo si trova e poi inizia Herdonia. Il sito ha una forma rettangolare. Sono i resti di una città romana (che era circondata da una cinta muraria in parte visibile e che racchiudeva un superficie di 20 ettari di terreno), una piazza mercato (la piazza del Foro),  che è circondato da una serie di colonne, di cui resta solo la base e resti murari di botteghe, con annesso più avanti una struttura di forma circolare che è suddiviso in sezioni e che in sé contiene anche incavi sotterranei (il macello) fatti apposta per la conservazione dei cibi, i resti di una Basilica avente una superficie di 46 m x 26 m, con una parte centrale sorretta da 20 colonne di cui restano i capitelli ionici in pietra calcarea (oltre ad altri edifici di uso cittadino). Presenti anche dei blocchi di pietra sui quali visibili ancora perfettamente iscrizioni originali in latino. Bella quanto Pompei, anche se apparentemente meno ricca di contenuti e più scarna alla vista; di recente la costituzione di un polo museale che contiene reperti direttamente attinti dagli scavi e messi al sicuro dagli innumerevoli sciacalli che negli anni hanno deturpato il sito. Un invito alla visita del sito, non per altro per la suggestiva visione sul tipico paesaggio pugliese, magari un po’ troppo piano (in tutta la regione non si hanno rilievi montuosi che superino i 1200 metri), e più avanti scendendo verso il barese l’immenso tavoliere delle puglie. Strano è ritrovarsi in questo piccolo viaggio inconsapevole, come la memoria involontaria di Proust, nelle giornate di un antico abitante della Roma imperiale, provare ad immaginare come quelle pietre siano sopravvissute a millenni di storia senza mai lamentarsi della pioggia, come se potessero parlare e raccontare i desideri  e vizi delle matrone romane, e gli abili imbrogli dei commercianti, tutto dentro quel verde fresco ed il sole, che d’estate, qui illumina le cose e le rende diverse, come l’entusiasmo che cambia l’umore del visitatore davanti al bello di natura; un patrimonio, che sempre a detta del critico Vittorio Sgarbi, andrebbe salvato, nel senso di una maggiore valorizzazione e cura dei dettagli, magari con più pannelli informativi. Quei capitelli ionici “decapitati” letteralmente dalle colonne di cui erano capo e che non si sono conservate, sono un po’ come la riproduzione in piccolo dei fasti della Roma caput mundi, come un piccolo Partenone, che anche nelle provincie portava il suo stile e la sua maestosità; nella parte circolare nella parte superiore del sito, di forma a raggiera, ancora possibile intravedere i mattoni che costituiscono le mura del Macellum e anche affreschi (resti delle Terme), qualcosa di tanto lontano nel tempo. Le grida dei mercanti, le loro mercanzie, le spezie, le otri piene di sale (fondamentale per i romani più del denaro, basti pensare al fatto che il termine attuale salario è una derivazione dal compenso che veniva dato ai soldati romani, del sale per la conservazione dei cibi) un tempo era lì ed adesso ancora è possibile sentire quelle voci  soltanto provando ad immaginare come sarebbe stato il tempo anni fa. E’ l’altra Pompei, diametralmente opposta a quella ai piedi del Vesuvio, che si affaccia fiera sul mar Tirreno, è la nostra piccola zona archeologica, qualcosa di culturale nella capitanata. Qualcosa da vedere, un classico da preservare.

Giovanni Sacchitelli

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