I fiori, per fortuna, non vengono solo dal baudelairiano male e dal suo spleen, bensì hanno una radice forte e viva anche a partire dai fatti buoni del cuore, da ciò che non sempre si manifesta, da ciò che si cela agli occhi per non farsi cogliere in flagrante (che se poi capiscono chi siamo se ne approfittano). Le parti più insite alla sensibilità e i suoi preziosi tesori sono come un forziere che in sé ospita tutte le risposte possibili, tutte le reazioni più ingenue, alle offese, agli affronti e a tutto ciò che può provocare in noi disagio. Per questo gli individui dotati di sensibilità, arguzia e intelletto hanno un peculiare modo di affrontare gli affondi dei più furbi, talvolta con reazioni arcaiche di scissioni nette e talvolta con un silenzio enigmatico fecondo di rivolgimenti interni; se il mondo di ciò che accade avesse una minima sensatezza logica buona parte degli individui che lo popolano si troverebbero inadatti, come se arrivati ad un ballo in maschera non avessero né il costume né lo spirito per la festa. Alda Merini affermava in una sua poesia di aver perso il filo, over il legame logico e razionale tra un evento e l’altro, trovandosi così di soppiatto ad un crocevia in cui cuore e cervello tra loro combattono e spesso è il primo ad avere la peggio, con la perdita di sé. I fiori della sensibilità nascono nell’animo di chi ancora si pone meraviglia davanti alle cose, di chi ancora per fortuna in grado è di cercare interrogativi ai comportamenti insensati e meschini dei tanti che ci circondano. Contraddittorietà, approfittarsi dei più deboli, tutto ciò in un calderone di cose che accadono fuori dall’Io e al quale non si sa dare un preciso significato. Una prateria verdeggiante e in essa tanti fiori di diversa caratura, primule, margherite, girasoli, iris, rose. Ogni fiore è un punto definito nello spazio dell’anima, che corrisponde ad una reazione ad attacchi esterni. Fragilità: reazione dell’individuo sensibile ad un’offesa vista come un attacco alla persona e che spesso tale è; si cerca di ovviare a questo problema dicendo che l’offesa non va presa sul personale (quante volte “non era una cosa a te ma…”) in questo modo il furbo va sul personale e come con il preciso obiettivo di smascherare l’anima fragile e metterla davanti a tutti per quello che è. In quanto necessario nel gioco delle parti far capire agli altri chi sei, necessario quanto l’interesse obbligatorio per i fatti privati e l’assoluta mancanza di rispetto per la vita altrui (si capisce perché in paesi più educati e più contenutistici dell’Italia, ad esempio L’Inghilterra, in cui il culto della privacy è primario, e non si diventa amici parlando di fatti privati) . L’anima fragile crede nella bonarietà del prossimo e del mondo, si fida troppo facilmente e si lascia vivere perché ha una visione positiva delle cose e degli accadimenti. Il furbo che ha come obiettivo quello di distruggere l’animo di queste persone, calca la mano, aumenta le offese fino a ad indurre il malcapitato ad andare via, ad abbandonare la conversazione e a rinchiudersi in sé (si veda su questo il mio precedente intervento Lessico dell’animo sensibile). Complessa e ricca la vita interiore dell’anima fragile viene ad essere ferita facilmente, hurt easily e easily overhelmhed by the world per dirla come gli inglesi. Fragile è malvisto negli ambienti di lavoro (come se fosse normale che una persona non debba offendersi dopo un tono della voce troppo alto associato a livore e violenza verbale), e spesso viene additato come “il vile”. Il fragile, essendo di animo nobile, è molto severo con se stesso, ha degli alti standard a cui cerca di conformarsi e si ama meno di quanto invece dovrebbe, dato che l’umiltà ad esso insita per natura lo porta a continui ripensamenti su se stesso, le proprie qualità, le proprie abilità nonché la capacità di stare al pezzo. Fragile è bambino. Gli occhi lucidi per le continue emozioni forti, il viso bonario e pacato, lo rendono bersaglio appetibile per l’homo civilis, individuo questo (il cosiddetto “matematico della domenica” che cito nell’articolo Soggetto e ambiente) adatto all’illogicità dei fenomeni in quanto poco incline al raziocinio quanto le giornate di ordinaria follia che tutti viviamo. Dai rami della fragilità discende come la poesia per Keats (tanto naturale quanto le foglie vengono ad un albero) la timidezza. Può essere davvero un limite invalicabile, Freud diceva che le persone sensibili vedono più dettagli e più cose rispetto agli individui ordinari, cose che ad essi sfuggono. Di fatto la maggiore sensibilità e anche una maggiore acutezza dei sensi, che al timido danno più informazioni dal mondo esterno all’Io, e fanno si che vada nel pallone davanti ad un bel volto di donna, vedendosi allo specchio con un nuovo taglio di capelli, indossando un vestito nuovo, o arrossendo per un complimento; ne consegue che quando si tratta di mantenere il famigerato eye contact (che secondo i maestri della seduzione dovrebbe essere sinonimo di “sicurezza”) il timido non riesce nell’azione. Capita talvolta di sentire che il timido venga categorizzato come “stupido”, imbranato, inetto o poco virile / maschile. Ebbene queste persone non hanno minimamente sentore di quanto invece sia più complessa la questione e di come davanti agli occhi dell’interlocutore il timido riceva informazioni, dubbi, pensieri riguardanti l’aspetto esteriore della persona, dubbi riguardo alla sua affidabilità, tutti questi pensieri provocano pause, ragionamenti interni che possono rendere difficile fare come se niente fosse. I movimenti legati del timido e il suo portamento a movimenti bruschi e frammentati di fatto sono una risposta interna ai pensieri e alla maggiore ed acuta sensibilità riguardo alle situazioni in cui è immesso, come ad esempio il public speaking o il cantare ad un concerto. Non sempre la timidezza, come la fragilità, sono viste di buon occhio dall’uomo-macchina e dai suoi semplici meccanismi mentali, pareggiati come la scrittura lineare di  un vecchio avvocato. E’ un fiore raro e profumato, permette di vedere le cose della vita in maniera diversa, di essere attenti ai dettagli, di provare sentimenti di autentica bontà verso il prossimo (sarà vero che le persone buone non possono essere felici?). Le persone timide hanno bisogno di più tempo per elaborare una decisione, in quanto devono ponderare e valutare tutti i perché e i per come del caso, essendo coscienziosi e per natura votati alla riflessione. La fortuna di essere timidi è una grande fortuna. Sono estremamente attenti a tutto ciò che li circonda perciò spesso le anime volgari li tacciono di essere autocentrati su se stessi, non comprendendo che il fiore della timidezza nasce da una maggiore comprensione delle percezioni esterne e non da un vano egoismo da quattro soldi. I loro gesti appaiono più lenti e meno reattivi, questo accade per il fatto che il loro cervello ha una maggiore comprensione degli stimoli e le percezioni appaiono più grandi (come quell’Infinita distanza di cui parlo in un vecchio articolo) di modo che il cervello ha bisogno di più tempo per elaborarle e darle significato, ahimè in un mondo spesso troppo insensato. Connesso al tema della timidezza è quello del valore. Nel continuo bombardamento sensoriale che ci sottopone ogni giorno l’industria culturale, con i tanti prodotti artistici, musicali, letterari, televisivi e cinematografici, trovare un valore  delle cose risulta alquanto arduo e richiede riflessione e tempo; perciò la persona timida, alla ricerca costante del senso degli accadimenti, esita nell’azione risulta vinto dalla miscellanea di stimoli eterogenei, di veloci procedimenti, soprattutto nel mondo telematico, in cui tutto è alla portata di mano e tutto sembra troppo facile. L’azione della persona timida è lenta in quanto il suo cervello portato alla riflessione procede a tastoni nel caos e la sua vocazione valoriale viene derisa dall’agilità dei “normali”. Il terzo della triade di cui sopra è la paura. Edgar Allan Poe sosteneva che non c’è nulla di male ad aver paura e che essa è anzi sintomo di una grande intelligenza, qualcosa di cui andare fieri. Sono d’accordo con lui. Rido spesso dei giudizi dei cosiddetti saggi borghesi che dopo un conglomerato e una cloaca di asserti e comportamenti grossolanamente contraddittori (in cui loro si mostrano in primis come vili) accusano il sensibile di non avere le palle. Oltre alla volgarità del termine che è propria del gergo dell’homo civilis, di cui anche Bachtin (non essendoci qui alcuna possibilità di abbassamento) una volgarità che rispetta il materialismo di cui è intrisa la società odierna (da cui anche il termine str..zo), l’incapacità di questi individui di capire le motivazioni che ci sono dietro il sentimento interno della paura. Essere fragili, timidi, sensibili ha come conseguenza una reale considerazione di tutte le possibili conseguenze di un’azione, soprattutto quando si ha un alto senso dell’etica e del rispetto delle regole; inoltre essendo la mente degli H.S.P. molto irritabile, al pensiero di un’azione si associa battito del cuore accelerato, ansia, e tutto ciò che deriva dall’avere in sé un’emozione forte. Normale e intelligente preoccuparsi e avere responsabilità della propria azione, avere ripensamenti e dubbi, avere paura. Evidentemente la morale cavalleresca di ritorno del non aver paura e di avere le p..e o i c….ni per affrontare come un prode cavaliere ha talmente intriso la mente dell’uomo civile, che chi si ferma a pensare su di sé e su quello che potrebbe accadergli viene visto come  il vile; tutto questo potrebbe forse andar minimamente bene se il giudizio severo di Lancillotto venisse da una reale adesione agli alti concetti che lui stesso cita. Le persone che si scagliano sui sensibili accusandoli di viltà, a mala pena sarebbero capaci di fare una critica senza essere indiretti e sfuggendo poi come conigli al confronto diretto. E’ bello aver paura ed è sentore di intelligenza.

Giovanni Sacchitelli

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