Le voyages fantastiques (Viaggio al centro della Terra, Ventimila leghe sotto i mari, Il giro del Mondo in ottanta giorni) di Jules Verne o il fantastic voyage (Bowie Lodger album, 1979) sono la linea di significato che unisce il soggetto all’oggetto, lo spettatore e l’arte nel mondo che di volta in volta si pone alla sua percezione; essere tornato nuovamente a Parigi  a distanza di mesi da quel Giugno bollente (descritto in Tableaux parisiens) mi ha fatto di nuovo assaporare quella parte di mondo che racchiude in sé in un’armonia dolce ed elegante (come è proprio della finezza e della ricercatezza francese, lo stesso Nietzsche la definisce la “Francia del gusto”) le due parti separate dello spirito umano: ragione ed istinto, forma e materia, esprit de finesse et esprit de geometrie (su questo si veda un mio precedente articolo Parigi e la fotografia). Dopo l’avida lettura (e l’entusiastica comunicazione del fatto ai conoscenti per via epistolare) del Rosso e Nero di Stendhal Nietzsche affermava di “voler rinascere al mondo come francese”, volontà comprensibile in quanto è in quella parte di mondo, in quel centre du monde che si spiega bene l’intero spirito umano, nella sua parte fredda e in quella passionale o mediterranea (lo spirito mediterraneo). L’intuito mi ha suggerito che è quella la vera capitale dell’essere umano, dove si trova tutto ciò di cui si ha bisogno: dall’aria romantica della Senna e del Pont Neuf fino ai capolavori impressionisti racchiusi nel Grand Palais e nel Musee D’orsay. I parchi e i giardini (lo già menzionato in precedenza delle Tuileries, o del Luxembourg poco più avanti del Pantheon)  fanno da polmone verde della megalopoli (più di due milioni di abitanti) dove l’aria fresca e gli orti botanici (su Rousseau e la sua idea di botanica si veda il mio articolo La botanica come scienza della sensazione) riposano l’occhio continuamente stimolato dai ritmi frenetici della città moderna. Come nella volta precedente, l’aria della Normandia di Beauvais mi ha presto ossigenato con le correnti oceaniche prima di tornare nuovamente nel cuore dell’Europa, l’aria autunnale meglio si abbina alla contemplazione dell’oggetto artistico, la percezione aestethica diventa più nitida e chiara; nel nord Europa a pochi chilometri dalla Manica (e quindi dalla Gran Bretagna, e quindi da Londra con la quale Parigi condivide il clima abbastanza simile, anche più piovoso) Parigi è il centro del mondo, meglio dire la piena realizzazione dell’uomo nelle due polarità, quindi non troppo barbara (caratterizzazione in cui prevale la ragione prevale sull’istinto, tipico dei popoli nordici e celtici) ne troppo selvaggia (caratterizzazione in cui prevale l’istinto sulla ragione, tipico dei popoli mediterranei, “illogici” e passionali). Camminando a bordo della Senna, nelle mie camminate di sognatore solitario (J.J. Rousseau) mi è saltato all’occhio il nome di un’attrice francese protagonista del Nosferatu principe della Notte, Isabelle Adjani; i battelli avevano scritti sulla parte posteriore della barca nomi famosi (Brigitte Bardot ecc…), quel nome mi ha fatto ricordare l’attrice delicata che avevo già menzionato in passato in Il mito di Nosferatu, da Herzog a Francis Ford Coppola, l’incarnato quasi diafano, i capelli corvini e il tema generale del vampirismo e delle donne pure e caste (nel film di Herzog, la Adjani è il simbolo della donna angelica, religiosa e con il crocefisso al collo, che combatte il vampiro con la sua fede, fino a sacrificarsi per difendere il suo amato e l’intera città dalla devastante epidemia di peste che l’attanaglia) ne fanno un simbolo di francesità doc. Le donne francesi, in particolare quelle parigine, hanno una bellezza peculiare (tanto che tutte quante si chiedono quale sia il segreto di tanta naturale e delicata bellezza), il giusto mezzo tra natura ed artificio, tra visi puliti e naturali e bellezza eccessivamente truccata. Ne sono un esempio le numerosissime madame dei scrittori e dei pittori francesi. Isabelle Adjani è un equilibrio tra lo spirito nordico e l’anima mediterranea: distante e fredda talvolta ma capace di amare, quindi di passionalità (si pensi alla premurosità e all’affetto con i quali la protagonista femminile del Nosferatu si occupa del suo amato viandante Bruno Ganz). Parigi è come il volto di Juliette Binoche o di Eva Green, moderna e nordica (efficientissima nei trasporti, uno dei paesi più produttivi al mondo nonostante le “sole” 35 ore alla settimana di lavoro e nello sguardo al futuro della modernità) ma antica e secolare, come le guglie di Notre Dame o l’antica échole de garçons che fiancheggia le scale infinite di Monte Martre (consigliatissima visita, soprattutto per l’affascinante èglise de Sacre Coeur e per la panoramica visione di Parigi). Alle donne francesi (a detta loro) piace il giusto equilibrio tra naturalità ed artificio, tra il capello un po’ mosso e la determinazione tipica dei paesi del nord europa (si pensi ad esempio Vincent Cassel, un uomo che non è né bello né brutto). Perché Parigi è la capitale per eccellenza del romanticismo. Ho ripercorso gli stessi punti di interesse della precedente volta, ammirando i tableaux parisiens. Come intendere questo termine. I dipinti parigini sono le stesse vie di Parigi, rues possenti, autentico melting-pot di turisti e avidi ristoratori alla ricerca di clienti da spennare (nelle infinite brasserie o bar dai celebri tavolini circolari sui quali si sarà seduto anche il Prévert, quello che definiva da “coglioni” il voler rinchiudersi in un ufficio e lavorare anziché godersi la bellezza della vita vissuta). I francesi amano la bella vita, le donne francesi sono più interessate a vivere che a guadagnarsi da vivere. Uno stile che si riflette nell’arte e nella letteratura, elogio della joie de vivre e della vita luminosa oggetto della malinconia del Novembre di Flaubert) Dalla fermata della metropolitan dell’Hotel De Ville si prosegue a piedi e si scorgono in lontananza le punte gotiche di Notre Dame, della quale continua la lenta ricostruzione. Di lì in poi il centro storico di Parigi si fa accompagnare dalla Senna, incontrando in fondo il museo del Louvre fino a arrivare alla Torre Eiffel. A Giugno calpestai i Champs De Mars stordito dal sole estivo, adesso ho avuto il piacere di godermi le impressione al sol levante, come nel quadro omonimo di Monet. La mattina presto (il giorno stranamente sembrava non voler sorgere!) e l’aria fresca ha fatto da contorno alla mia visita alla torre di ferro; questa volta ho potuto ammirare l’immensa base e i suoi archi giganteschi che sostengono il prodigio dell’ingegneria ottocentesca, quei bulloni che sostengono il monumento che si slancia verso il cielo come una sfida e che rassicurano anche qualche stop della metro, soprattutto in quelle più antiche. Si fa giorno e Parigi è sempre Parigi.

Giovanni Sacchitelli

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