Loving you is worth everything to me (Daisy to Benjamin, The Curious Case of Benjamin Button)

Adesso che l’estate rovente ha fatto il suo corso e lascia spazio finalmente all’agognato autunno che rinfresca la percezione e la mente, è tempo di assaporare l’entrante stagione ricordando la vecchia storia dell’uomo che anziché invecchiare stranamente ringiovanisce provocando stupore e meraviglia e vincendo la normale geometria della vita che prevede nel suo corso un inizio ed una fine, quest’ultima spesso culminante in un vetusto “mondo che verrà, amen” che probabilmente è soltanto frutto di menti che non hanno il coraggio di affermare e di vivere il presente, nel qui ed ora (su questo si veda un mio precedente articolo, l’arte di Amare) donando, essendoci, con la presenza di spirito e di corpo; le tinte autunnali della foto in evidenza, perfetta combinazione di tonalità forti e vive (il colore è l’espressione della gioia), ben si sposano con la coppia che corre in curva su una motocicletta, simbolo del vivere il momento nella speed of life (Bowie, Low album, 1977). Oltre al fatto strano biologico di un essere che nasce vecchio e rugoso e poi “muore” bambino, Benjamin Button è la piena comprensione di ciò che realmente conta, di quello che riempie il tempo e le barriere invisibili dell’amore-borghese (di cui ho già parlato in Etica del dono) per il vivere un amore normale, un amore non-borghese, un amore vero. Amarti è tutto ciò che conta per per me, dice Daisy a Benjamin, questa frase non è soltanto una dichiarazione d’amore  al proprio essere-totalizzante è bensì un progetto esistenziale, è vivere per ciò che davvero è importante, l’amore puro. L’amore puro (che è quello che sopravvive sempre nel tempo) è quello diretto, disinteressato (non un amore di convenienza che chiede qualcosa in cambio, come quando si sta davanti ad un bel dipinto e si resta fermi ed estasiati dalla visione), l’amore degli occhi (Ivano Fossati, Le città di Frontiera, 1983) quello che non è risultato di un consorzio dei corpi, quello che non implica necessariamente la “consumazione”. Perché l’amore puro è la carica che muove  e brucia le menti e lo spirito, è molto più forte delle scadenze borghesi e dell’inquadramento del finto affetto nella semantica del matrimonio (come se ci fossero delle “tappe” inviolabili nella vita già iscritte nel patrimonio genetico e per essere adeguati ad esse per forza di cose vadano raggiunte). Così come la storia di Cime Tempestose insegna, l’amore può essere di due tipi: a) amore borghese, ovvero amore tiepido basato sul calcolo razionale, sulla distanza caratteriale e su una reciproco accordo in cui l’uomo porta avanti gli affari e la donna, da esso distante, si occupa della prole b) amore passione, è l’amore forte, passionale “che non vede domani”, è l’amore dell’istinto, quello che si prova nell’infatuazione dolce ed è quello che costantemente unisce le anime. Benjamin e Daisy si amano sempre, ogni istante e sono uniti, vicini ma raggiungibili!. L’amore borghese è l’amore della distanza, dell’amore affetto, della razionalità che decide di rifiutare il presente e quindi la vita. Ragione e istinto, rifiuto del qui ed ora oppure accettazione dello stato di cose e viverlo malgrado tutto.

La storia di Benjamin Button (David Fincher, 2008) è la storia par excellence del mondo all’incontrario, ovvero un senso di realtà rovesciato che vede la vita letteralmente “rovesciare” o detronizzare (secondo l’antropologia del Gargantua e Pantagruele di Rabelais) la geometria dell’esistenza, ponendo la vita che scende piano a partire dall’inizio fino alla fine, è un mondo all’incontrario come quella dei giganti protagonisti del mastodontico e divertentissimo Gargantua di Rabelais. Così come l’opera di Rabelais volle essere una visione orizzontale della vita contro la visione medievale teologica che vede la vita come un punto di partenza verso l’alto, la vita come momento di passaggio prima di accedere al mondo metafisico invocato e continuamente pregato dai religiosi, lo scrittore francese rinascimentale volle celebrare la vita, dicendoci di non prenderci troppo sul serio, di ridere, di scherzare su tutto, anche della morte. Per una ragione molto semplice: gli umani sono profondamente stupidi, seppure vogliano innalzare se stessi con concetti alti e nobili come “virtù”, “coraggio”, “viltà”, “codardia”, sono in realtà degni di riso. Tutti, giuristi, religiosi, homines litterarum, illusti dottori sono in realtà risibili. Perchè il riso, quello intelligente, è un’accettazione della vita, è l’entusiasmo, è la felicità delle piccole cose.

Giovanni Sacchitelli

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