Grande e in evidenza l’errore importante nella storia del calcio, di cui ancora l’autore si pente ad oggi affermando di non avere il sonno tranquillo; è Roberto Baggio (errore sul dischetto e partita persa per l’Italia guidata da Arrigo Sacchi, contro un giallo ed esperto Brasile), ad Usa 94, in una antica estate (17 Luglio 1994) allo stadio di Passadena, Rose Bowl. […] Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore  (La leva calcistica della Classe ’68, De Gregori, Titanic, 1982), cantava De Gregori nella leva calcistica del ’68, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia. E sono quelle qualità che al buddhista Baggio (ammirato a tal punto che anche un numero di Topolino lo elogiava con un simpatico pseudonimo Roberto “Paggio”) poi non sono mancate nella carriera. La foto in evidenza è come un punto di approdo a quel vecchio mondo passato degli anni 90′ in cui le notti magiche (celebrate ad esempio alla cerimonia inaugurale di Italia 90 da Bennato e da Gianna Nannini) lo erano davvero, quando c’era soltanto la televisione ad unire le genti, fino a tardi e senza gli occhi incollati ai moderni dispostivi elettronici, che operano quasi un magnetismo animale sui nostri sensi. Il prato verde (anche gli sponsor, immancabile quello della coca cola, simbolo della progressiva società moderna che si impone, sono meno aggressivi nei loro brand, e sono sovrastati dalla folla immensa e fitta, che gode della gioia pura della giornata) nella foto è quasi come il fresco prato di Versailles, cornice perfetta della stagione che meglio si sposa allo sport sociale e socievole per eccellenza: il calcio. Il calcio nasce in Inghilterra, per la precisione a Sheffield, unisce persone, spinge all’azione anche chi non è portato allo sport (che verrà poi additato come “scarpone” o non essere “forte”) alimenta entusiasmi, snellisce i corpi, fin dalle tenere età, è il medium per eccellenza per portare giovani ragazzi nel mondo, trasformare muri e angoli convessi in porte, disturbare vecchiette, rompere anche vetri se capita un pallone troppo forte (per questo furono inventati i mitici supersantos). Il calcio è lo sport che praticano i ragazzi nel cortile di La messa è finita, anche il campo di pallone in Caro Diario è un momento calmo per l’attore protagonista per ritornare alle origini, all’infanzia, anche se imprigionati nei completi adulti e nei rayban, o anche la partitella che fanno i soldati in Mediterraneo di Salvatores. Imitare i provi idoli, indossare le loro maglie, parlare da soli improvvisando una telecronaca e stare fino a tardi per far rimbalzare una sfera di cuoio, o di plastica fino a fare il goal. L’italia oggidì vince i mondiali e batte l’Inghilterra (inventori del calcio non potevano non reagire male, dando sfogo alla loro anima hooligan aggredendo gli italiani), travolto dall’entusiasmo anche Mattarella gioisce ai trionfi azzurri e fa un po’ come Pertini a Spagna 82. I tempi adesso sono cambiati, sempre più tatuaggi e sempre più modelle dal fisico “perfetto” accompagnano i calciatori, i tagli dei capelli sono sempre più aggressivi, essere tutto muscoli e grinta, assumere un tono di voce basso e rassicurante nelle conferenze stampa, indossare completi rigorosamente neri che poi vengono allargati dalle movenze dure e animalesche, per portare ordine in campo. Così non era prima che il calcio divenisse super commerciale, a partire dagli anni duemila in poi, quasi in concomitanza con l’essere trasgrediente  della società moderna (con un pallido ricordo dei tempi andati a Berlino, con la vittoria del 2006) del mondo moderno, progressivamente il calcio diviene oggetto soprattutto commerciale, e avviene una strana rivoluzione copernicana: lo sport si adegua al commercio, con la preponderanza dei marchi e dei loghi nelle magliette, a dimostrazione di come quella doveva essere una sana e pura competizione, scevra da ogni compromesso pubblicitario, diviene cosa da social network. Un esile tentativo di ritorno al passato quando si era pensato di ingaggiare Bruno Pizzul per la telecronaca della finale. I ragazzi di oggi apprezzano senza dubbio il calcio del duemilaventuno così come sono sempre pronti ad inseguire ansiosi i nuovi modelli di smartphone, ma per chi ha vissuto le mitiche stagioni calcistiche 97-98 in Italia e in Europa e poi il mitico France 98, tutto il resto è soltanto uno scuro ricordo. E’ il classico da preservare, è il significato di una cosa che si manifesta in tutta la sua pienezza. Le estati ingenue del 98, gli album con le facce dei calciatori serie e coscienziose, Del Piero ed Inzaghi che punte di attacco nella vecchia signora poi si ritrovavano anche sui campi francesi dei mondiali, era un’armonia ben fatta, lo sport sano come dovrebbe essere. Il galletto simbolo dei francesi (i Galli appunto) che era dappertutto in televisione in quel periodo, anche sugli almanacchi celebrativi. Non ancora esistevano i moderni sistemi di distrazione di massa, e internet era in una fase lenta ed iniziale, con gli umili 56 k. Era tutto più lento e per questo anche l’occhio umano era più propenso ad apprezzare i dettagli. Nostalgia come un classico da preservare.

Giovanni Sacchitelli

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