In evidenza: La Cigale, boulevard de Rochechouart (18° arrondissement). Autochrome realizzato da Auguste Léon, 1918.

Sono stato a Parigi, la città del nord Europa nota a tutti per la sua eleganza e le sue rue dalle quali traspira joie de vivre e si comprende bene perché Flaubert le avesse così a cuore; arrivato dall’aeroporto di Beauvais (nella campagna francese a 86 km dal centro abitato) alla prima stazione utile della metro parigina mi sono subito tuffato in quella atmosfera roboante (che Walter Benjamin celebrò nella sua Parigi capitale del XX secolo, di cui sottolineava l’effetto eccitante sui nervi della molteplicità di stimoli della metropoli moderna) della metropoli patria del romanticismo, della pittura ricercata, dei letterati maudit. Una teoria di gente in fila si appresta a raggiungere il polo del trasporto pubblico e poi tutti insieme nell’underground; dopo qualche fermata e qualche cambio dove si comprende perché effettivamente la temporalità è maggiore quando l’anima è sottoposta a stimoli sempre nuovi (come se il tempo di colpo rallentasse e fosse esteso, con una piacevolissima sensazione di pienezza interna), arrivo a destinazione. Il sole timido parigino, che in realtà nasconde un prepotente sole del nord europa, mi fa illumina il cammino prima di raggiungere la mia sistemazione. Lascio le mercanzie e di colpo decido di sfidare l’enorme organismo alla volta del suo maggiore simbolo di potenza e di slancio verso il cielo: la torre di Eiffel. Dei passanti gentilissimi mi guidano alla prossima stazione della metropolitana, di lì a non molto raggiungo la destinazione; si staglia sull’orizzonte ancora pallido il trionfo dell’ingegneria ottocentesca che ancora sta in piedi a dimostrare quanto l’ottocento sia fondamentale per la tenuta della nostra attuale società contemporanea; trecento metri di bulloni di ferro, che guardano dall’alto champs de mars, un freschissimo prato sul quale è possibile sdraiarsi e anche sedersi sulle famose sedie francesi dal colore verde, che insieme al turchese (ravvisabile soprattutto negli empori e nei negozi più vecchi di Parigi) sono i colori della Francia, del gusto e della finezza. La città è rumorosa, possente, i suoi abitanti sono essenziali, poco eloquenti, malinconici, ma decisi; abituanti a gestire la grande città nella quale vivono e consigliano ai visitatori, come ero io in quei primi di Giugno. Dalla tour Eiffel mi sposto verso l’arco di Trionfo, da lì poi ancora verso le altre bellezze della Parigi centrale. La modernità, l’efficienza ma anche la storia, soprattutto la storia. Ciò rende Parigi forse la città più bella d’Europa (e anche del mondo), anche se la povera Notre Dame è a pezzi, e la sua fierezza gotica non riesce a sopportare il crollo che la resa un po’ più nuda. La cattedrale di Nostra Signora guarda la Senna, nella quale mi sono specchiato e ho compreso perché Flaubert ne fece il teatro preciso della sua éducation sentimentale, mi sono un po’ sentito come il protagonista sballottato da una rue all’altra alla ricerca di quell’amore che rende tollerabile tutto e che ci fa umani, immersi nell’arte e nell’occhio impressionista, tutto questo perché la bellezza rende la vita bella. La senna accompagna i vari punti di interesse del centro città fino al Louvre e allo splendido giardino delle Tuileries. L’anima francese è complessa per questo si adagia come un fiore profumato sul prodotto dei suoi architetti e dei suoi artisti, lontano dal bello (come lo stesso Flaubert nel Novembre) il parigino è malinconico e non comprende perché ci sia poi così tanta poca delicatezza nelle periferie e nei quartieri meno brillanti. Respirare la perfetta armonia delle forme, ciò mi ha reso una volta tanto felice nella città dei letterati e dei poeti.

Giovanni Sacchitelli

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