In evidenza: the British singer Kate Bush, posing for a photo shoot. Italy 1978

La maggiore realizzazione per gli individui consiste nel donare. Donare non è semplicemente dare e non vuol dire regalare; il dono è un principio superiore di bontà umana teso al raggiungimento di un preciso obiettivo comunicativo, relazionale e soprattutto morale. Per questo motivo donare rientra nel novero e nel padiglione ampio di tutto ciò che appartiene alla più fine e recondita sezione aurea della natura umana, spesso diamo, molte volte regaliamo (soprattutto nei regali di convenienza, nelle normali attitudini borghesi al regalo per “le feste” o per i “compleanni”) e riuscire nell’opera del regalo è molto semplice; regalare (che è già un gradino assiologico più in alto del dare) è un momento dell’atto umano che si appoggia sulle ceneri del dare (che io definisco la più bassa nella scala delle azioni che muovono verso il prossimo) e crea qualcosa che assomiglia al gemello maggiore (il donare tout court) ideando un ponte di valore tra il me stesso e il prossimo, aggiungendo una parte di me. Il regalo è per definizione una via mediana tra il dare e il dono, mi permette di trasgredire il mio Sé (superandolo e andandoci oltre) ma non è ancora l’azione più nobile che si possa realizzare, che è il dono vero e proprio. La vita moderna è popolata da gesti “normali” del dare e del regalare (come quando si afferisce indirettamente e inconsapevolmente alla serie di azioni “dovute”, ad esempio per i regali delle festività o le chiamate telefoniche di dovere) e ci si crede addirittura saggi nello svolgere queste normali operazioni di routine, perché cosi si fa e perché tutti fanno così. Il dono è invece un dare internamente dalla propria coscienza, senza aspettarsi niente in cambio, fuori dagli schemi delle convenienze, direttamente e senza un secondo fine. I bambini donano. Nel loro universo psichico semplice e non ancora alterato dalla doppia-coscienza tipicamente borghese, il bambino dona senza che voglia un pegno in cambio, senza che il suo amore verso il prossimo sia codificato nel senso di un amore-baratto (dopo l’adolescenza e con l’inizio della maturità ecco che l’amore del bambino verso l’altro si trasforma lentamente nella forma corrotta superiore dell’amore-relazione e successivamente dell’amore matrimoniale, entrambi i quali presuppongono un pegno in cambio “dell’amore” diretto del bambino, per tramite del meccanismo dei regali dovuti, delle rendite e dei beni in comune); l’amore-baratto è l’antitesi del donare, è il pieno annullamento del gesto spontaneo degli infanti verso il mondo sporco del “cosa mi dai in cambio?”, o peggio ancora dell’amore comprato (sia quello legale e sia quello mascherato borghese sotto le mentite spoglie “dell’offerta”, ad esempio quando si esce e si offre da bere, perché niente è gratis). L’amore-baratto è troppo spesso un traguardo inconsapevole o non voluto per gli adulti, alcuni se ne rendono conto, altri meno e altri ancora non sono mai stati bambini al punto tale da vedere un cambiamento inesorabile in se stessi. Perché allora parlare di un’etica del dono, perché cercare di esaminarne la struttura interna? Per riscoprire il gusto e la naturalezza del gesto diretto verso il prossimo, senza aspettarci niente in cambio, come se fosse una cosa bella e non un’imposizione. Donare è dare senza che si voglia necessariamente e per forza di cose (per rispettare le leggi della coscienza malata borghese) avere qualcosa in cambio, come quando si guarda si osserva l’alba e si resta estasiati da quella perfetta armonia che si dà ai nostri occhi. Donare è la piena realizzazione di sé, quella vera, quella vincente, è il cuore che si collega ai gesti freddi e asettici delle nostre braccia per dare vita agli automatismi della società moderna, che riesce a ritrovare la sua sepolta umanità soltanto nel 1) dare e nel 2) regalo. Entrambi questi gesti mimano in maniera imperfetta la natura superiore dell’Idea che è il Dono. Parlare del dono è parlare soprattutto della vita realmente vissuta e dell’amore, quello sincero e non la brutta copia borghese dell’amore-baratto (che presuppone il pegno, soprattutto nella sua concretizzazione materiale, non è un caso che le relazioni platoniche siano viste di cattivo occhio, al borghese sembra troppo strano che due persone possano volersi bene senza “concludere”, bisogna per forza di cose avere un pegno) l’amore vero è strettamente collegato al dono e non è inzaccherato nelle logiche prosaiche e basso-materiali dell’amore-baratto, è l’amore dei bambini e dell’amore puro, quello non ancora sporcato dalla concretezza materiale ed è soprattutto l’amore istintivo e non razionale; un’altra considerazione va fatta a proposito della temporalità e dell’amore del Dono, essendo esso una parte integrante e fondamentale dell’amore puro e sincero; il dono è la spontaneità del gesto priva di visione al futuro, l’amore-baratto è un superamento del momento sacro (del qui ed ora) in una visione futura (e materialistica) dell’adempimento alle cose materiali di cui è inzuppata la vita borghese. L’amore baratto è l’amore razionale, quello non autentico e di convenienza che vede il prossimo (o partner) come un mezzo per raggiungere un fine (il proprio benessere egoistico, e l’adempimento delle cose materiali borghesi). L’amore baratto rifiuta il presente, non trasgredisce se stesso per raggiungere l’altro, ma resta fisso in sé per soddisfare i propri interessi egoistici. L’amore del dono è quello che mette da parte il Sé per raggiungere davvero l’altro (gioisce delle dei sorrisi altrui, partecipa alla sua felicità, spera sempre nel meglio del prossimo), non vuole qualcosa in cambio, è l’amore dell’istinto che vive la vita e  non è radicato al basso-materiale borghese. Se si vivesse nel dono la vita sarebbe molto più interessante e colorita, ed è la chiave per essere davvero maturi.

Giovanni Sacchitelli

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