Nel panorama decorato del cinema internazionale alcune stelle brillano di una luce adamantina del tutto diversa da quella di altre dive del cinema, seppur con alcune somiglianze; si chiama Cate Blanchett e mi ha impressionato si da subito con la sua apparizione eterea, sublime e impalpabile nel primo Lord of Rings (Peter Jackson, 2003). Avevo già messo al centro della mia attenzione questa peculiare attrice in un mio precedente articolo (Wonderful Cate), nel quale facevo di lei il punto di avvio per un esame attento e preciso del concetto di bellezza, legata soprattutto al concetto di naturalità e spontaneità. Dicevo che nonostante avesse raggiunto oramai le cinquanta primavere, era ancora bella, di un bello che irradiava direttamente dalla purezza d’animo che si incastrava come un rosone nelle architetture della sua parvenza esteriore; una donna forte e decisa, né donna né uomo (come lei stessa afferma in un’intervista a proposito dello spot Si, di Giorgio Armani, 2019). L’apparizione dell’elfo buono e bonario nel Signore degli Anelli, da adolescente mi lasciò non indifferente a quei lineamenti così delicati e perfetti, la donna angelica per eccellenza, successivamente ho avuto modo in maniera ricorsiva di passare in rassegna i principali capolavori della sua carriera comprendendo la sua vera essenza, in ciò che rappresenta per me e per tutti gli amanti del cinema d’autore: la joi de vivre. Nell’articolo Wonderful Cate avevo fatto un indagine sul concetto di bellezza legato alla naturalità dei gesti e dal primo motore da cui essi dipartono, la sensibilità e la bontà d’animo che non è cosa da tutti, si può avere una discreta parvenza esteriore ma essere minati all’interno dai fiori del male dell’invidia, della gelosia, dell’incapacità di provare sentimenti di autentica accettazione del prossimo. Cate Blanchett mi ha conquistato con la sua istintività in realtà poco femminile e spiccatamente maschile. Questa è la chiave di volta per comprendere la sua personalità: una donna volitiva, decisa, assertiva. Nelle sue interviste, brilla di un entusiasmo raro, sorride spesso (come nell’intervista a proposito del coloratissimo adattamento di Kenneth Branagh di Cenerentola, Cinderella, 2015, dove interpreta la severa ma affascinate Lady Tremaine) non lascia troppo spazio alle pretese dei suoi banali intervistatori ed ha sempre qualcosa di originale da dire. Le personalità affermative, quelle che preferisco e che più sono confacenti alla mia natura, sono quelle che non si lasciano invadere in maniera passiva dalle mode dei tempi e dai punti di vista ad essi necessariamente connessi (come se il cervello fosse mosso dalle pratiche sociale e non se ne rendesse conto) bensì rompono le convenienze (e su questo si veda il contenuto originalissimo della suo intervento all’apertura del cinema di Venezia del 2020, nel quale difende il valore inestimabile delle movie images, del cinema come mezzo autentico per connettere gli individui, come evento e come occasione unica per curare le nostre ferite interiori, healing personal and social wounds) difendendo un punto di vista che guarda al passato ma da esso mira al futuro (reflecting back and looking forward, cit.), perché se il passato è sede delle alchimie uniche e irripetibili, allora ciò che verrà dovrà essere una risultante, una sintesi delle belle pellicole del passato che illuminating and perceving reality, non tutto ciò che è nuovo è perciò giusto. Ma si parla di un discorso del 2020 e Cate Blanchett me ne vorrà se mi limito a la sua immagine attuale, ha fatto moltissimi film, in ognuno di questi è possibile percepire come l’anima bella si rifrange nelle onde impetuose delle sue creazioni. Come dimenticare la sua partecipazione nel The Aviator (M. Scorsese, 2004), nel rosso dei suoi capelli e nei suoi atteggiamenti nervosi e splendidamente irruenti. Nel 2015 porta in scena il tema delicatissimo dell’amore omosessuale tra due donne in Carol (Todd Haynes), che è in realtà una metafora più ampia dell’amore universale (come lei stessa afferma nelle fonti di intervista), tanto che per un interprete attento il film potrebbe essere tranquillamente visto come un amore tra un uomo e una donna. Tra le due Carol è la donna forte, dalle spalle larghe, che sfida le convenienze dei tempi (non curandosi della possibile reazione del marito, che poi la porterà a consulto psicologico tacciandola di essere malata, non sapendo invece che la sua compagna cerca in quella commessa del negozio di giocattoli, Therese, quella delicatezza e quell’amore dei sentimenti che lui, nella sua compattezza tipicamente maschile, non è in grado di darle), vince le contraddizioni della vita con il suo sorriso bellissimo e pensa che la vita vada vissuta sempre e comunque. La stessa joi de vivre che traspare da Katharine Hepburn (The Aviator), quando nella scena nine holes scuote il troppo formale Hughes (Leonardo di Caprio) con il suo sorriso felino e guaritore. Cate Blanchett potrebbe essere definita, con un termine che mi è molto caro, arte. Non mi lego facilmente al nome di un’attrice senza un motivo ben preciso, ciò che mi attrae sono la finezza dei gesti, l’eleganza del vestiario e il carattere; quello di Cate Blanchett è una sintesi di maturità ed assertività ed in grembo porta la naturalità dei gesti del suo essere bambina. I suoi occhi azzurri poi accompagnano i moti interni della sensibilità che si affaccia al mondo come nella scena toccante di Heaven (2002, Tom Tykwer), quella della chiesa nella quale confessa i suoi delitti al suo amante. Arte è Cate Blanchett nel Manifesto (2015, Julian Rosefeldt) dove interpreta diverse maschere, notevole è quella della donna-maledetta che nella sua glorious isolation ha i suoi nervi electrically charged, simbolo forse della visione moderna dell’arte, legata ai desideri del pubblico (fucking audience) e poco sincera nell’espressione dei contenuti, ne sono un esempio l’atteggiamento nichilista e decadente dei musicisti che sono intorno a lei. Interessante è la sua apparizione in una serie tv australiana (Bordertown, 1995) dove interpreta una donna albina, che percepisce se stessa come un grosso rabbit. Nel 2008, nell’epoca d’oro della storia del cinema, quando ancora c’era possibilità di espressione autentica dei contenuti, interpreta Daisy in The Strange case of Benjamin Button, una bellissima storia d’amore già moderna ma ancora ancorata ai canoni dei primi anni del terzo millennio, che merita di essere incorniciata e protetta come un bene preziosissimo contro i mali del mondo moderno e i suoi squallidi abitanti.  Una donna unica e spendente, wonderful Cate.

Giovanni Sacchitelli

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