Questa cosa dei luoghi che non ci appartengono non mi fa dormire la notte. Voglio dire… è curioso come 4 ore fa fossi a casa ed in questo momento sono così lontana, in un letto diverso dal solito, e quegli alberi, che ho toccato, scorticato, scalato sin da nana magrolina quale ero, insomma i miei alberi, siano ancora lì, nel loro spazio di terreno, radicati, decisi, inamovibili. Forse sono solo io a pensarla così, forse mi consiglieranno di unirmi ad uno di quei gruppi di strambi che si ritrova nei boschi per abbracciare gli arbusti. Io trovo assurdo vivere alcuni luoghi per anni, spostarsi, poi voltarsi, e scoprire che non ti hanno seguito in qualche modo. Non pretendo gli alberi, certo, ma almeno un rametto, una foglia, un po’ di polline della mia terra! Mi appartiene un minimo, no? Ne avrei diritto. Ci sarà una giurisprudenza a riguardo?

Sto divagando. Il punto è che uno si aspetta che il passato non scompaia all’orizzonte dietro di sé, che ciò che ha conosciuto e amato stia lì dietro la sua schiena, che lo sorregga mentre affronta le lunghe giornate di fronte all’ignoto lontano. E invece no. La filosofia del “rendi tuo ciò che ora è nuovo” non mi convince tanto. Questi alberi sono pieni di ragni. Sicuramente anche i miei alberi avevano i ragni ma quelli lo sapevano che con me non possono socializzare. Dovrei far capire alla natura locale di mantenere le distanze? O dovrei sforzarmi di fare amicizia? Come ci si pone ad un mondo che ci è nuovo?

Stanotte avrò ancora questo punto di domanda verde che mi fluttua in testa, a ritmo di uno strano scrosciare di alberi sconosciuti fuori dalla finestra.

Per ora continuo a bere caffè che, menomale, è buono da sembrare familiare.

 

 

 

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