In evidenza Bruno Ganz e Isabelle Adjani sulle coste di Wismar, nel Nosferatu, Phantom Der Nacht (Herzog, 1979)

Il mito del vampiro affascina le menti illuminate, spaventa lo spirito popolare (dove nasce, all’interno della regione più selvaggia d’Europa, che è la Transilvania) così come tutti coloro che vedono in esso un fatto horror o di costume (buono magari soltanto ad animare le feste goth o i raduni di altrettanti sfaccendati privi di gusto). Diversi i tentativi nel corso degli anni a partire dal primo passo di Murnau (Nosferatu, 1922) fino ad arrivare al compimento di forma e di essenza: Il Bram Stoker’s Dracula di Francis Ford Coppola. Il cinema espressionista sintetizza in pochissime battute tutti i fatti del romanzo capolavoro di Stoker, poco prima pubblicato (1897), nello stile tipicamente freddo e austero di un regista tedesco di inizio secolo. Compare un Nosferatu essenziale, curvo non particolarmente eloquente, nel fine generico di essere “pauroso”. Dai primi del novecento, dalla sintesi primordiale di Murnau, si passa ad un versione di mezzo secolo Dracula (1958, regia di Terence Fischer). Una narrazione a colori del mito del vampiro nello stile tipicamente di quegli anni, piuttosto poco muscolare e con una scarsa reattività generale degli attori. Poco sviluppato ad esempio il personaggio di Van Helsing, troppo veloce il susseguirsi delle scene, ridotta all’osso la trama. Quel dracula fu interpretato da Crhistopher Lee, e ancora oggi ne ricordiamo il sorriso incorniciato in due grossi canini. Dal 1958 passiamo direttamente al 1979, che fu l’anno di svolta per il cinema del vampiro. Esce il masterpiece assoluto di Herzog, Nosferatu, Phantom Der Nacht e una versione di John Badham con Frank Langella. Pur essendo usciti nello stesso anno, questi due film intrattengono un dialogo impossibile, una distanza incolmabile; mentre il primo tende la mano a Murnau e ne riproduce tramite l’ottimo Klaus Kinsky il protagonista, il secondo apre un po’ la strada al futuro compimento operato da Coppola. Nel Nosferatu di Herzog, si riproducono i tempi corti del primo tentativo espressionista operato da Murnau, come se si volesse celebrare nei colori l’opera muta e bianco-nero vestita di un vecchio maestro del passato. Il dracula di John Badham invece apre la strada ad una versione finalmente moderna e completa, introducendo un maggiore phatos narrativo e quel filo di suspence che poi troverà espressione completa nella versione del 1992. Citare il capolavoro di Herzog è parlare di un cinema-pittura in cui i luoghi di Wismar (Sul Mar Baltico) sono raccontati come se si stesse davanti ad un quadro, oltre alla scelta azzeccatissima dei caratteri: Bruno Ganz e l’eterea Isabelle Adjani. A fare da contorno a tutto ciò sono la bellezza dei paesaggi dei Carpazi e l’oro del reno di Wagner. Forse la prima versione colta di Dracula, l’accuratezza della fotografia ne è un testimone oggettivo; sembra di stare davanti alla parabola ascensionale dell’eroe romantico fino alla sua triste disfatta, quando il protagonista si ferma per fare delle soste è come guardare un quadro di Caspar Friedrich. Il nosferatu du Herzog brilla per la sua finezza e per la sua ricostruzione puntuale degli ambienti della transilvania. Isabelle Adjani, inoltre, è perfettamente adatta al ruolo e la sua pelle diafana accompagna i suoi pensieri puri. Il Dracula di John Badham, invece, vede protagonista uno strano Frank Langella, ha una fotografia più pop e apre la strada a quello che farà più avanti Coppola. E’ un film di fine anni ottanta e rispetta le tecniche cinematografiche di quel periodo (a differenza del film di Herzog), introduce finalmente un po’ di quell’umore moderno per l’oscuro e il fantastico. La storia di Dracula non è semplicemente un film di cose che dovrebbero far paura, ma è l’insieme di tanti temi, tutti adagiati su uno stesso letto comune pensato dal maestro irlandese, Bram Stoker. E’ l’affascinante intreccio dei temi della morte, dell’amore, della vita e della non-vita. A ciò si aggiungono i temi filosofici del paranormale, della vita oltre la morte, e questo è ben rappresentato da Van Helsing, carattere inventato appunto dal romanziere. Perciò, per volare alto sulle ali dell’entusiasmo, e l’uomo ne ha tremendamente bisogno, fu necessario ravvivare il mito di Dracula con quelle note che fanno si che lo spettatore resti incantato e sogni insieme al regista; tutto questo è riuscito bene nel 1992, e dubito si possa fare di meglio. Qui la fotografia diventa forte ed espressiva, come il rosso del mantello di Dracula, interpretato dal magistrale Gary Oldman. Le tinte rosse dominano il film e si scontrano con il duro della pietra del castello in rovina. Tutto inizia con un’entusiasmante ricostruzione del periodo dell’invasione musulmana in Europa (1462) e con la fase da uomo del conte Dracula (cavaliere del sacro ordine del Dragone). Da difensore della cristianità e servitore di Dio, dopo la morte per errore della sua amata, diviene il non-morto, ed è condannato a vivere per l’eternità nutrendosi del fluido vitale altrui. La restante parte della storia la conosciamo tutti, ricordarla con gusto fa bene alla testa.

Giovanni Sacchitelli

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