Bravo Michael Keaton, adatto a ruoli leggeri ma anche delicati, un attore simbolo di un’era passata e lontana, una maschera che difficilmente potremo ritrovare nel panorama attuale del cinema, forse anche perché ci sono ruoli che soltanto alcuni possono impersonare; è, ad esempio, l’agente immobiliare protagonista di Fuori dal Tunnel (Clean and Sober), un film di fine anni ottanta (1988) a metà tra dramma e commedia, non troppo facile e con una bella rappresentazione degli ambienti, dei ritmi e dei valori che costruiscono la vita di chi, sfortunatamente, si ricovera per disintossicarsi dall’abuso di alcolici o sostanze stupefacenti. Nel turbine degli eventi troviamo Daryl Poynter, che vive andando inesorabilmente verso il baratro probabilmente per l’andamento non troppo buono del suo lavoro. Il film inizia con un tossico risveglio accanto ad donna in coma per eccesso di uso di sostanze (cocaina), Daryl inizia la sua giornata con la sua dose per il “risveglio”, quando tra un’effusione e l’altra si accorge che la giovane donna non risponde alle sue domande; viene chiamata l’ambulanza e la polizia, che da quel momento in poi inizia a stargli alle calcagna. La vita di Daryl è già fuori controllo e un attore come Keaton sa come fare la parte del tipo un po’ suonato. Si è inoltre appropriato indebitamente dei soldi di un suo cliente per acquistare della droga, li ha investiti in azioni ma queste non fruttano come dovrebbero. Decide così, ingenuamente, di affidare la sua fragile esistenza ad una clinica di disintossicazione dove inizia un percorso di purificazione dalle sostanze. L’ambiente non è dei più colorati, il grigiore e le tinte sbiadite della mobilia così come del volto dei suoi internati, contribuisce a dare un senso di sostanziale incredulità negli effetti positivi di un soggiorno in un posto del genere. Si guarisce davvero dalla dipendenza da sostanze? I metodi utilizzati da chi si occupa della riabilitazione sono efficaci o rasentano l’artificio? Il ricovero nella struttura lo mette dinnanzi alla fragilità altrui e alle storie compromesse dei suoi simili così come davanti alle proprie responsabilità. Si deduce l’estrema inconsistenza degli ideali di equilibrio o autocontrollo davanti a ciò che la vita ci pone innanzi. Nella struttura non si può telefonare e ciò destabilizza il protagonista che necessita del telefono per conoscere l’andamento dei suoi investimenti. Daryl ha bisogno dei soldi che ha perso per restituirli al legittimo proprietario, ma non sa come fare, prova anche a chiedere aiuto ai genitori ma questi non sono in grado di rispondere alle sue esigenze economiche a breve termine, e si tratta di somme ingenti. Nella struttura nota una donna, resa ruvida dalla sua esistenza a contatto con un “marito” problematico e bisognoso della sua presenza. Charlie lavora in una fonderia e sembra ricambiare l’interesse di Daryl. L’ambiente grigio e squallido della clinica è ravvivato dall’incontro tra queste due anime fragili che decidono poi di approfondire la conoscenza anche fuori; escono insieme una volta al cinema e passano una notte insieme. La vita del protagonista sembra tornare davvero sui binari giusti, tuttavia un evento inaspettato (l’incidente di Charlie e la sua scomparsa) lo riporta fatalmente al suo destino. Intanto è licenziato dalla sua compagnia di agenti immobiliari (la quale decide di non mandarlo in galera per appropriazione indebita) e deve ad essa la somma di denaro che ha perso con le sue azioni. Il film termina con il discorso che Daryl fa davanti ai suoi compagni dopo un mese di totale astinenza da sostanze. Non è un discorso che contiene belle parole, anzi, più problemi che soluzioni. Ma è forse il senso della vita, di essere mai perfetta e sempre un po’ fuori controllo.

Giovanni Sacchitelli

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