Davanti ad un opera horror spesso si assume l’atteggiamento di chi rifiuta assolutamente il presunto valore estetico dell’opera stessa, pensando che la realtà che ci circonda non contiene quegli strani personaggi che di solito le popolano e si finisce per prenderne le distanze in maniera critica (o stroncandole senza remore); atteggiamento diametralmente opposto a quello dei fans dell’orrore, che invece ne appaiono estremamente affascinati e darebbero oro pur di far parte della piramide di parole che compone i romanzi dell’orrore. Il vizio cartesiano, ovvero la convinzione che la realtà sia esclusivamente quella che si dà ai sensi, attacca anche il normale lettore o fruitore di opere cinematografiche, tanto che i film dell’orrore difficilmente riescono bene nel loro intento, scadendo nel trash oppure creando dei capolavori. Questo è il caso di un regista che tra gli anni ottanta e gli anni novanta ha dato vita a capisaldi del genere horror d’autore e che riesce bene nell’operazione di combinare elementi fantastici o fantascientifici con il fine narrativo che è proprio del film. L’autore è John Carpenter, ed è uno dei massimi geni del cinema. Fare un film di fantascienza non è assolutamente semplice (soprattutto negli anni ottanta che furono gli anni più prolifici per il genere) e come dice la parola stessa “fantascientifico” è la probabilità scientifica di quello che si mette in scena ciò che fa la differenza e rende piacevole la visione del prodotto cinematografico. Esistono tantissimi splatter o horror di bassa lega che magari possono prendere la la tonalità ben combinata della locandina (verde, rosso, blu elettrico. I colori tipici della fotografia fantastica) o per l’apparente paurosità della “trama”, ma poi si rivelano un tutto forma e poca sostanza; film per ragazzini. L’horror diventa d’autore e addirittura “credibile” (perché questo deve essere il vero fine di ogni opera dell’orrore: spaventare per la possibilità reale di ciò che accade) sposandosi con fondate conseguenze scientifiche nel cinema di John Carpenter. L’impianto formale dei film, a partire dalla fotografia ben studiata con apparizioni ad hoc di luci verdi o rosse, contribuisce alla narrazione delle storie interessanti e mai banali, che confinano anche con l’action movie grazie a Kurt Russell. Le citazioni da altri autori sia letterarie sia cinematografiche (come la citazione esplicativa di Edgar Allan Poe nell’intro di Fog, del 1980), non mancano riferimenti alla letteratura o alle inquadrature di Stanley Kubrick (come in Halloween, del 1978). Tutto è studiato affinché la suspense non sia fine a se stessa ma tenga lo spettatore incollato allo schermo per portarlo in quel clima di possibilità della paura, che caratterizza il suo cinema. Nel 1982 esce La cosa (The Thing), film ambientato in una regione antartica fredda e inospitale e che vede un gruppo di uomini alle prese con una strana sostanza che imita ciò con cui viene a contatto e ne ripete similmente la struttura; questa strana sostanza dalla natura incomprensibile (da cui il titolo generico ed emblematico del film) è atterrata in quella terra inospitale moltissimi anni prima, con un disco volante. Il punto di scientificità di questo film è appunto la probabilità che esista una tale sostanza venuta dall’ignoto che per una strana proprietà della materia proceda ad imitare le cellule. Questo effetto narrativo è accompagnato nel film dalla consistenza della sostanza e dal suo aspetto riprovevole che però non scade nel trash e ci fa pensare su una possibilità reale di sostanze che seguano quel processo genetico anche nella realtà. Nello stesso ordine di idee si inseriscono anche i film sopra menzionati, The Fog e Halloween. In Halloween ad esempio il protagonista negativo del film è un uomo con gravi problemi di dissociazione psichica (difatti è ricoverato in un manicomio criminale) che perseguita una serie di malcapitati in un Halloween americano di fine anni settanta. Qui la possibilità della paura è data dal fatto che l’uomo è un disgraziato con gravi problemi mentali e non ha alcun senso del bene e del male, è indifferente a tutto. Quindi l’effetto “orrore” ha davvero una fondatezza e non è un polpettone privo di senso (e negli anni ottanta ce ne saranno davvero tanti). Anche nel tardo 1995 quando esce Il seme della follia (In the mouth of madness), l’effetto finale è magistralmente raggiunto con un complesso gioco di narrazione e realtà. In questo film tutti quelli che leggono quel romanzo horror, che dà il nome al film, diventano pazzi e si danno ad atti di malvagità insensata e fine a se stessa; l’autore del romanzo si paragona al Creatore, dice di voler creare un nuovo mondo. Al di là delle asce e dei corpi maciullati (che comunque hanno la loro credibilità), il senso di questo film è come la letteratura influenzi i lettori, facendoli credere davvero partecipi di un opera letteraria che pertanto è pura finzione e non realtà; un tema estremamente contemporaneo e ragionato.

Giovanni Sacchitelli

 

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