Potrebbe sembrare un po’ esagerato, quasi inattuabile o “arretrato”, affermare che soltanto nei classici, di qualunque tipo siano essi, c’è la giusta armonia tra forma e contenuto, la perfetta sincronia di tutti gli ingranaggi che alla fine producono la bellezza. Ma è così. Non sempre l’autore di qualcosa crea il giusto effetto narrativo, la pellicola riuscita, ciò che è fatto per restare ed essere ricordato. Quello che importa è il risultato finale, tutti gli elementi messi insieme per attirare il nostro senso estetico, che creano il bello. Possono anche passare decenni o secoli fino a che venga fuori un romanzo o un film che meritano di essere ricordati. Forse bisognerebbe guardare alla storia della cultura come una storia di tentativi per raggiungere quell’unità di effetto che garantisce il gradimento estetico. Di tentativi ne sono stati fatti tantissimi e ogni giorno, ma dietro ad un’apparenza di significato spesso si cela un malassembramento generale, uno scimmiottare il successo dei predecessori o la volontà impossibile di portare alla luce delle cose completamente inedite. La maggior parte della bellezza è nel passato, quello che viene fatto nel presente è un tentativo di emulare le creazioni dei genii con il risultato di essere sterili e semplici riproduttori. Se la bellezza fosse un fattore comune allora la probabilità che la natura dia alla vita esseri ben fatti sarebbe altissima, ma così non è; non ci sono molte opere belle, perché l’elisir per la loro creazioni sono segreti come le composizioni specifiche per farle. Questo discorso viene dall’esperienza e dal fatto che prodotti cinematografici come Il nome della rosa  (1986 per la regia di Jean Jacques Annaud) anche a distanza di molti anni, rimane a mio parere il miglior film sul medioevo e sulla rappresentazione della Chiesa. I prodotti del cinema sono figli dell’epoca in cui vengono proiettati, così come quel film di Annaud risentiva della percezione ancora esatta degli anni ottanta (nel senso di una percezione dell’oggetto ancora essenziale e quindi in un certo senso maggiormente veritiera). Ma, al di là della provenienza ontologica di un film e della sua pensabilità, ciò che conta è il risultato finale. Difficilmente si riesce a trovare la rappresentazione della chiesa e dei suoi adepti, come in quel film, che ancora a distanza di anni lascia con il fiato sospeso in una suspence autentica e non minata da elementi “horror” o blasfemi. L’ambiente ecclesiastico è raffigurato nei suoi elementi alti, come nei suoi elementi bassi.  E qui si deve al geniale Umberto Eco (su questo si veda un mio articolo Eco e la polifonia), professore quanto scrittore, la giusta composizione degli elementi, di tutta quella polifonia (cfr. Bachtin, Estetica e romanzo) che caratterizza per eccellenza la forma romanzesca. Un film ben riuscito non poteva che partecipare della superiore cattedrale di parole che è il romanzo, uscito invece nel 1980. Avendo già parlato in un articolo del romanzo, mi soffermo ora sul film che è altrettanto meritorio di essere annoverato tra i classici del cinema. Il film dunque rappresenta la chiesa in maniera rispettosa ma critica al contempo, portando sulla scena caratteri dalle fisionomie spaventose ma comunque dignitari della città di Dio; la fotografia del film segue l’evolversi degli eventi, inizialmente scura (come l’atmosfera del medioevo in cui è ambientata la vicenda, nel 1327) si schiude progressivamente alla luce del sole, come se un po’ alla volta la verità raggiunta con l’intelletto di Guglielmo da Baskerville venisse fuori e inondasse tutto ciò che prima era cupo e buio. Nel film è quasi sempre notte, anche di giorno, nell’abbazia sperduta tra le montagne tutto sembra rispettare l’indiscutibilità della rivelazione e il fatto che soltanto la cultura teologica è degna di essere conosciuta e trasmessa. L’arrivo al muro di cinta è per Adso (il novizio la cui cura è affidata al francescano Guglielmo) l’ingresso in un ambiente colmo di misteri e di strani abitanti; non belli all’apparenza esteriore, i monaci benedettini hanno dei visi pallidi provati dalla ripetitività della vita religiosa e dall’assenza di gioia autentica. Sono sempre di cattivo aspetto, come se fossero una rappresentazione in sequenza dei difetti e dei vizi dell’umana natura, che loro cercano sempre di mortificare, lodando il cielo e la vita che verrà. L’abbazia è una piccola cittadina medioevale, del tutto autosufficiente all’interno dei propri confini, ha porcai per lavorare la carne dei maiali, ha un proprio cimitero, impone le decime ai contadini poveri che circondano l’abbazia per avere di che nutrirsi. Nel film viene fuori il tema di Bachtin riguardo al continuo confronto tra l’alto e il basso della cultura, a volte questi due elementi sono compresenti in figure che dovrebbero essere esclusivamente alte, come nel frate Remigio (ex dolciniano eretico) che soddisfa ben volentieri i suoi desideri sessuali e quelli della sua pancia. I monaci guardano di cattivo occhio i contadini allo stato animalesco che circondano l’abbazia (e questo è un principio chiaramente anti-evangelico), cercano la maestosità e i fasti. Il fatto che l’abbazia sia posta su un’altura, su un piano più alto rispetto a ciò che la circonda è un chiaro esempio del suo slancio verso il cielo (Umberto Eco parla di “invincibilità della citta di Dio”), ma uno slancio per per definizione ha bisogno di un gradino umano in basso che le faccia da appiglio. Le atmosfere cupe e antimondane dell’abbazia (nonché la sua visione troppo semplicista del mondo) sono anche un riflesso del suo vano tentativo di vincere le debolezze della natura umana come l’attrazione verso i piaceri sessuali o rapporti contro natura (come quello omosessuale tra Berengario e Adelmo). La scarsa inclinazione dei religiosi ad utilizzare la razionalità ed a concludere che l’unico colpevole nella serie di morti è il demonio, è colta dall’aspetto provato e anziano di Jorge (che è anche cieco) che redarguisce Guglielmo per il suo orgoglio intellettuale. Guglielmo da Baskerville si dichiara sostenitore delle sottigliezze della logica aristotelica e in virtù di questa sua capacità razionale riesce a smontare tutto l’impianto delle credenze dei monaci. Tutto questo nel film è rappresentato con estrema cura, con dovizia di dettagli e attenzione agli ambienti in cui le vicende avvengono. Ancora a distanza di anni quell’abbazia in quell’atmosfera fosca incute timore reverenziale, la rappresentazione grafica delle idee di Umberto Eco. Ed è per questo che è un classico.

 Giovanni Sacchitelli

 

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