Come già avevo detto in Bicentennial Man, una macchina può essere anche qualche cosa di più, dimostrarsi eccedente rispetto al modo in cui gli umani la considerano, mostrando addirittura segni di pensiero. Non c’è da meravigliarsi se il robot sia una naturale estensione degli umani desideri come lo era già Andrew nei panni di un automa positronico nel film sopra menzionato. Quindi un robot non è soltanto un ammasso di ferraglia o un elettrodomestico come può essere un’aspirapolvere o un tostapane (del resto il funzionamento di base è lo stesso: input – output) bensì può avere proprietà di un essere vivente ed avere vita. Quel desiderio di essere perituro che portò Andrew a voler diventare mortale per essere come tutti quelli che hanno circondato la sua esistenza elettronica; muoiono il dott. Martin, sua figlia Piccola Miss, e così il robot sperimenta la sua esistenza illimitata, può essere realmente immortale. Invece Andrew vuole essere come chi gli ha insegnato a stare nel mondo e un po’ alla volta acquista emozioni espresse in un viso artificiale che mima le espressioni umane, poi un’apparenza esteriore (con tanto di rughe) che è del tutto simile alla pelle degli uomini e infine organi interni che hanno una durata limitata nel tempo. La sua esistenza finisce insieme a quella di Portia. Così è il primo essere umano ad avere duecento anni. Andando indietro nel tempo, tuffandoci in quell’atmosfera colorata e piena di entusiasmo che erano gli anni ottanta, troviamo un bel cult che merita di essere ricordato; è Short Circuit (1986, regia di John Badham) con protagonista un numero 5 della Nova Robotics. I temi filosofici tra uomo e macchina che ho spesso menzionato nei miei articoli (su questo cfr. Blade Runner) e che è fertile di riflessioni attualissime e concrete, sono presenti anche in questo bel film di metà anni ottanta. Innanzitutto l’origine: numero 5 è appunto il quinto elemento di una serie di robot di ultima generazione della Nova Robotics, che per le loro funzioni e per la loro programmazione hanno una speciale ed efficace applicazione in ambito militare. Essi sono programmati per eseguire azioni di distruzione, insomma per fare del male. Anche Andrew di Bicentennial man si mostra contrariato alla semplice esecuzione degli ordini e lo si vede dal confronto con gli altri esemplari della sua stessa specie, ad esempio Galatea (l’aiutante di Rupert Burns) o il robot che traccia le linee bianche sul bianco. In Blade Runner, la bellissima Rachel mostra sentimenti umani reali tanto da essere potuta confondere con una donna reale. Tra i  cinque robot miliari  c’è uno che assumerà “un atteggiamento” diverso dagli altri, si ribellerà ai suoi programmatori ed farà autocoscienza della sua esistenza di robot. L’autocoscienza è una qualità o meglio un’azione propria dell’uomo e non di una macchina, così come Andrew di Bicentennial man. Questo è possibile grazie ad un evento straordinario: un corto circuito, per un elevato carico di tensione dovuto ad un fulmine, manda in avaria il robot numero 5 che era collegato alla presa elettrica. Da quel momento in poi il numero cinque avrà desideri diversi dagli altri suoi simili, vagando per i campi vicino alla sua azienda fino ad incontrare una ragazza (Stephanie). La ragazza inizialmente pensa che numero 5 sia un alieno e gli lascia distruggere la sua casa per soddisfare la sua fame di input (talmente vorace di informazioni da leggere tutti i tomi dell’enciclopedia e da vedere la tv giorno e notte). Stephanie capisce che numero 5 è un robot, ma ha qualcosa di peculiare. Numero 5 afferma di essere vivo, non è soltanto una macchina che esegue i programmi per le azioni militari; anzi, egli rifiuta queste direttive, come se nella sua “coscienza” elettronica si fosse creata una scissione squisitamente umana tra volontà e azione. Numero 5 sembra avere sentimenti umani, come quello di amicizia per  Stephanie, e si mostra sensibile all’umorismo (la prova del nove per capire se è un semplice automa o qualcosa di più). Una macchina non può provare emozioni come la paura, l’affetto, il divertimento. Il robot è diverso dagli altri. Il riferimento letterario è evidente, si parla del miracolo del Frankenstein, grazie al quale un aggregato inanimato raggiunge il movimento per tramite di una scossa elettrica. La stessa che ha reso numero 5 animato. Il robot ascolta musica divertito e teme lo smontaggio che per lui equivale alla fine definitiva. Un bel film dei gloriosi anni ottanta che hanno ancora molto da insegnarci.

 Giovanni Sacchitelli

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