I soldi sono un argomento delicato: o si fanno o si hanno. Nel senso, o si è bravi a farli e quindi si è affaristi nati, oppure uno li ha di famiglia e campa di rendita. Magari fosse sempre così, saremmo dispensati dall’incontrare il mondo nella sua durezza e nella sua essenza beffarda, ma di contro essere fuori dal mondo significa anche essere meno adatti ad esso, a venire fuori anche dalle bassezze più miserabili. Il denaro è tutto, c’è chi lo pensa davvero e fa i conti continuamente con i paladini dei  nobili principi. Proprio perché il denaro è la chiave per accedere alle molte delizie che il mondo civilizzato costantemente propone, nascono mestieri e professioni adatte a fare soldi (senza avere rispetto spesso del lato etico ed umano della questione, che è fondamentale), come l’economista teorico, il broker finanziario ecc.. Se i soldi sono così importanti allora è necessario codificare dei procedimenti esatti e matematici per giungere al profitto, considerando tutte le variabili (le tasse, le polizze assicurative, i prestiti, i tassi di interesse). Questa realtà così complessa e articolata è esposta in un bel film di fine anni ottanta (1988), con protagonista Tom Cruise. Il film si chiama Cocktail, ed è una breve guida pratica al mondo dell’economia reale. L’economia di ogni giorno che stride con quella che si studia sui manuali dei grandi economisti, quella che ci riporta alla nostra essenza di uomini moderni, homo economicus appunto. Il protagonista del film (Brian Flanagan) è un giovane uomo sui venticinque che inizia la sua vita post servizio militare in una provincia americana poco importante e arretrata rispetto ai grandi centri, come New York. Il giovane rampollo fa visita al vecchio zio in un decadente baretto di provincia per festeggiare il suo congedo e chiedergli informazioni pratiche su come condurre la sua vita futura; i consigli del parente gli appaiono eccessivamente pragmatici e orientati al materialismo più sfacciato. Per questo motivo decide di intraprendere professioni intellettuali come responsabile marketing. A New York, tra i grattacieli superbi di Manhattan le sue intenzioni non trovano le giuste reazioni dai selezionatori delle varie aziende a cui fa visita. Non si dà per vinto, nonostante la sua assenza di titolo di studio (tutti infatti gli chiedono una laurea), decide di procedere, iscrivendosi alla facoltà di Economia Aziendale. Camminando per New York trova un cartello con scritto “cercasi personale”, è un bar-pub tipico americano. Il proprietario sarcastico lo mette alla prova ma lui reagisce con la grinta di chi è pronto a tutto pur di avere un impiego part-time e dei soldi in tasca (“apprendo facilmente” dice Flanagan). In poco tempo acquisisce i segreti dell’arte del barman, non getta la spugna quando il locale scoppia di gente ansiosa di bere un drink, la folla non lo spaventa. Sopravvive alle prime caotiche serate e si guadagna l’amicizia sempre più stretta del proprietario, oltre che le prime mance. Intanto segue con non grandissimo profitto le astrattissime lezioni di matematica finanziaria, crede che gli economisti vivano in un mondo a sé lontano dalla concretezza della vita quotidiana. Brian pensa che quei libri che legge non gli diano saggi consigli per fare soldi.

Intanto i due barman diventano sempre più famosi e vengono chiamati a lavorare in un famoso locale della zona, oramai sono delle star e le corteggiatrici non mancano. Uno litigio di natura amorosa fa allontanare i due baristi che prendono strade autonome. Il protagonista va in Giamaica e li apre un piccolo chiosco, l’altro invece riesce a sposare una ricca ereditiera e apre un locale enorme con lauti guadagni. I due amici vivranno le loro esperienze in maniera diversa, l’uno cercherà di applicare i modelli teorici alla realtà, l’altro invece seguirà l’esperienza e l’istinto. Doug Coughlin (interpretato da Bryan Brown) è un barista pluriennale, è un vero e proprio veterano del mestiere, sa come fare clienti e come renderli soddisfatti, con tutti i trucchetti del mestiere; tuttavia non avendo granché di esperienza nella gestione economica delle attività commerciali ne sa poco di tasse, imposte, assicurazioni. Apre un grande locale ma finisce per essere schiacciato dal fisco e dalle molteplici spese di gestione. La sua fine è tragica, infatti decide di togliersi la vita per l’incapacità di provvedere ai suoi problemi economici. Brian lo vede negli ultimi momenti di vita e piange per l’amico che non c’è più. Brian riesce a mettere da parte un po’ di soldi in Giamaica (una specie di paradiso fiscale, dove “non ci sono tasse”) e così apre il Cocktails and dream (il nome che aveva pensato insieme al suo migliore amico), il suo nuovo locale. Morale della favola? I libri di economia forse non servono per preparare un cuba libre o una martini, tuttavia se letti bene (citando il protagonista) possono difenderci dagli abbagli ed aiutarci ad affrontare le noiose questioni fiscali e contabili. Questo film è interessante proprio perché fa toccare con mano la distanza tra il mondo teorico dell’economia e l’economia reale di ogni giorno, il “tirare a campare”. Questo divario è impersonato anche dal protagonista e dal suo stato psicologico di giovane uomo a metà tra spensieratezza e maturità. Come lui stesso dice “forse sono troppo grande per studiare”, una frase che esprime come spesso il mondo dei libri sia lontano dalla concretezza di ogni giorno.

Giovanni Sacchitelli

 

 

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