In evidenza: Regate ad Argenteuil, Claude Monet, 1872

Ci sono diversi motivi, filosofici e letterari (o artistici) per non cadere nell’adagio del senso comune secondo il quale le cose sono semplicemente quello che sono; ragioni veterane da imputare alla filosofia, ragioni eterne dell’arte e della letteratura giustificano ogni impulso a procedere al di là dell’immediato, per cercare di cogliere altri aspetti delle cose. Se tutto fosse sempre quello che è e non ci fosse un modo più raffinato[1], com’è per il Genio poetico per Schopenhauer, di considerare l’essere delle cose, esisterebbe un uomo che guarderebbe agli oggetti soltanto in rispetto della sua natura puramente organica. I grandi temi della filosofia e i grandi sforzi delle opere letterarie classiche sarebbero un vuoto vaniloquio inutile, più o meno come Wittgenstein definì la metafisica. Esistono perciò tra gli uomini diversi gradi di intellezione dei concetti primari e secondari, a partire da quelli più basici fino alle costruzioni filosofiche, alcuni si fermano a riflettere su quello che succede fuori e dentro la loro testa, altri lasciano tutto scorrere, tanto tutto resta sempre così com’è. Da qui anche la diffidenza del senso comune per le tematiche astratte (che invece sono estremamente concrete e riguardano la vita di ogni giorno) e anche la derisione del tono delle grandi opere letterarie o romanzesche. C’è un soggetto conoscente e c’è il mondo che gli sta innanzi. Questo rapporto può declinarsi in diversi modi, ad esempio guardando un albero e facendo particolari riflessioni:

 

Il poeta resta fermo davanti a tutte quelle cose che non meritano attenzione  dell’uomo posato […] egli resta dinnanzi all’albero e cerca di chiudere  l’orecchio ai rumori esterni e di risentire quello che ha sentito un istante prima quando, in mezzo al giardino pubblico, solo nella sua aiuola, gli è apparso un albero che pareva serbare, come dopo un disgelo, innumerevoli palline di neve sulla cima dei rami, tanto era carico di fiori bianchi[2]

Ciò che il poeta cerca è certamente al di là dell’albero[3],si direbbe che guardi sia fuori di sé (al ciliegio), sia entro se stesso per ricercare i frutti delle leggi misteriose della poesia (da cui il titolo della rubrica La poesia o le leggi misteriose, M. Proust).

 

Il poeta […] sente e fa conoscere con gioia la bellezza di tutte le cose, da quando l’ha avvertita nelle leggi misteriose che reca dentro di sé, e che ben presto ce ne farà sentire l’incanto mostrandocela[4]

Quello che il poeta vuole dire è sempre un discorso universale, che riguardi tutta la specie, anche l’occhio meccanicistico o utilitaristico dell’uomo comune. Per tramite del meccanismo dell’ispirazione (cfr. Il declino dell’ispirazione pp. 122-124, Sulla lettura, M. Proust. Il concetto di ispirazione nel senso di medium che permette al poeta di dire qualcosa di interessante, è simile al discorso sul tema di Bachtin sulla genesi della produzione artistica). Dice Proust a riguardo:

Lo spirito del poeta è pieno di manifestazioni delle leggi misteriose e quando queste manifestazioni appaiono, si rafforzano, si tagliano con forza sul fondo del suo spirito  allora aspirano ad uscire da lui, perché tutto quel che è destinato a durare aspira ad  uscire da tutto quel che è fragile, caduco [..][5]

Il poeta, in quanto modo di rapportarsi alle cose diverso dall’uomo comune, guarda al mondo in maniera più intensa e tutto ciò che egli trae lo usa per la creazione (su questo si veda La creazione poetica pp. 109-111, Sulla lettura).

Giovanni Sacchitelli

 

Note

[1] “L’uomo comune coglie con piena chiarezza nelle cose solo ciò che direttamente o indirettamente ha qualche rapporto con lui stesso […] per il resto il suo intelletto diventa invincibilmente pigro. Lo stupore filosofico e l’emozione che prende l’artista di fronte al fenomeno  rimangono per lui eternamente estranei […] gli sembra in fondo che ogni cosa si intenda da sé” A. Schopenhauer, La volontà nella natura, Bur, Milano, 2013, p. 140

[2] M. Proust, Sulla Lettura, Bur, Milano, 2013 p. 113

[3] Ibidem p. 133

[4] Ibidem p. 116

[5] Ibidem p. 116

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