Cercare lavoro è esso stesso un lavoro: ci ingegniamo a guardare tonnellate di annunci, studiando nei minimi dettagli le job description, con la certezza che i “selezionatori” dietro quell’annuncio si accorgano di noi. Spesso accade che le nostre competenze sia hard skills che soft skills corrispondano esattamente con le esigenze dell’azienda, allora diciamo a noi stessi “è fatta!”, “stavano aspettando uno come me”,  “non esiste uno che abbia le mi stesse referenze”. Ebbene no. Questo non accade. Quando, andando anche al di là della concorrenza, pensiamo di avere i requisiti adatti ad una posizione lavorativa, raramente questo normale e razionale lavoro di corrispondenza viene espletato. Questo avviene perché, a ragion veduta, pensiamo che il mondo del lavoro funzioni in maniera composizionale: studiamo per essere qualcosa, diventiamo quel qualcosa. Raramente questo accade. Si cerca una soluzione a questo dilemma introducendo una parola magica: flessibilità. Il mondo del lavoro, si dice, richiede capacità di adattamento. Eppure durante i nostri studi universitari abbiamo pensato tutti chiaramente a cosa volevamo fare, anzi, ritenevamo una mancanza di ambizioni il voler cambiare in corso d’opera il proprio percorso. Eravamo convinti che il mondo del lavoro avesse accolto a braccia aperte i nostri sforzi, dandoci ciò che meritavamo. Perché qui di meritocrazia si parla, appunto. Per esperienza diretta, posso dire che difficilmente un selezionatore recluta qualcuno perché ha i “requisiti” per fare qualcosa. Il buon senso ci dice che il ruolo del selezionatore deve essere proprio questo, quello di chiamare qualcuno o convocare a colloquio conoscitivo chi abbia le capacità e le caratteristiche personali per fare un determinato lavoro. All’estero magari funziona così, ma in Italia vigono altre “strane” norme; altre componenti di cui si deve comunque tenere in conto prima di candidarsi ad un annuncio. Gli annunci di lavoro sembrano stilati da persone metodiche, trasparenti, corrette, perché non dovrebbero accettare la mia candidatura se è in linea perfetta con i requisiti? Troppo semplice. Si dimentica che i selezionatori, quelli non bravi, sono schiacciati e invasi dai loro sentimenti umani che non permettono loro di essere oggettivi nella scelta. Pregiudizi personali o umori altalenanti fanno sì che questi “impiegati” scartino anche individui validi e volenterosi. Ma non dovrebbe bastare anche soltanto la voglia di lavorare? I selezionatori dilettanti, quelli privi di un approfondimento teorico sul tema delicatissimo della selezione, non hanno coscienza del loro ruolo, prendono tutto con superficialità ed estrema leggerezza; trattano con sufficienza chi è dall’altra parte, magari impuntandosi su qualche errore di pronuncia o di stesura del curriculum vitae. Dall’altra parte ci sono persone che hanno una loro dignità ed uno specifico corso di vita, che li ha portati a determinate scelte. La selezione dovrebbe essere un momento astratto dalla propria specifica personalità e deve incentrarsi invece su ciò che il candidato ha di buono per i requisiti di una determinata posizione lavorativa aperta. Esistono altre categorie tipicamente italiane che sono ad esempio lo stare “simpatici” al selezionatore, o il non essere “pesanti” o “troppo seri”. Questi stupidissimi criteri di scelta, fanno la differenza, spesso. Sembra che tutto il resto del curriculum vitae non conti dinnanzi a tali categorie, se non stai simpatico al selezionatore, quest’ ultimo getterà uno sguardo disinteressato su tutte le tue referenze. Per questo motivo noi italiani speriamo male durante gli studi universitari. Ci sono anche altre cose di cui dobbiamo tenere in conto, altre categorie “irrazionali” e oserei dire “psicologistiche”, che regolano l’esito dei nostri colloqui di lavoro. Dobbiamo per forza di cose dimostraci umili al punto da perdere il libero arbitrio e fare tutto ciò che ci viene detto. Su questo niente da dire, fa parte del mondo lavorativo, ma spesso si trasforma in ordini  da eseguire. In italia dunque non c’è meritocrazia, o in maniera blanda e condita di raccomandazioni e accordi segreti. Viene anche da fare una riflessione: se il mondo lavorativo funziona (o dovrebbe funzionare) in maniera composizionale (nel senso che una determinata posizione può essere ricoperta solo se si hanno i requisiti), com’è possibile che anche molto in alto ci sono persone squallidamente incompetenti? La risposta è semplice: il collante è il selezionatore dilettante. Il dilettante, seleziona dilettanti e così via all’infinito. Risulta quasi un difetto avere un curriculum che risponde esattamente a ciò che viene richiesto, la candidatura risulta troppo “perfetta”, una persona brava potrebbe non essere alla mano. Vanno avanti i cialtroni raccomandati, che alimentano la catena, assumendo altri loro simili. Quando poi si cerca di far capire la situazione al selezionatore dilettante ci guarda con occhi meravigliati e stupido ripete le nostre parole in modo da darci ragione, per poi ritornare al suo essere squallido.

Uno dei criteri di selezione, sempre per i dilettanti, è l’origine geografica. Sarà pur vero che siamo nel 2020, ma quello che succede nel nostro paese mi fa seriamente dubitare della non esistenza della discriminazione per chi viene dal sud. Sono passati tantissimi anni dalle migrazioni massive nel nord italia, alla ricerca di un futuro migliore per sé e per i propri figli, ma ogni tanto quel senso di diffidenza per chi viene dal meridione torna fuori, in maniera squallida, ridicola e anacronistica. Non dico che la cosiddetta questione meridionale sia risolta, ma che qualcuno deve rassegnarsi all’idea che l’Italia, come tutto il mondo, è un conglomerato di città e cose diverse, e ciò è molto affascinante. Succede, nonostante i tempi moderni che corrono, che proprietari di casa non affittino “ai meridionali” o che si viene scartati ad un colloquio di lavoro perché il proprio accento è troppo marcato. Sia nel primo caso, sia nel secondo siamo di fronte ad arretratezza e pregiudizio ormai fuori luogo in un’Italia e in un mondo ultraglobalizzato. I meridionali di oggi (nel caso dell’affitto negato si trattava di una ragazza molto giovane) non sono quelli degli anni settanta, che arrivavano nei grandi centri del nord italia con la valigia di cartone. Inoltre, perché dovrei temperare il mio accento e negare le mie origini per far piacere ad un datore di lavoro? Parlare con la dizione perfetta è un modo di esprimersi freddo e impersonale (pensiamo ai cosiddetti meridionali rinnegati). Molti squallidi selezionatori pensano che venire dal sud sia sinonimo di essere automaticamente delinquenti o fannulloni. Questi pregiudizi di certo non aiutano a credere nella meritocrazia in Italia. Se una persona del sud, se un “terrone” va al nord a cercare impiego, questo fatto non può che essere una questione positiva per il nord ricco e sviluppato; sia perché porta nuovo potere d’acquisto, sia perché porta nuove culture e visioni del mondo. Fermarsi all’accento e criticare chi parla diversamente da noi (i dialetti del nord non sono meno “grezzi” di quelli del sud) è sinonimo di avere un problema con se stessi.

 Giovanni Sacchitelli

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