La settima passeggiata (delle Passeggiate del Sognatore Solitario, di J.J. Rousseau, Feltrinelli, Milano, 1996)  è insieme alla quinta la chiave di accesso all’idea del rapporto tra uomo e regno vegetale; dedicarsi alla conoscenza disinteressata[1], nel senso di una visione del regno vegetale che non porti all’approccio utilitaristico della farmacia e della medicina, le quali scienze basano le loro cure sugli effetti benefici delle piante o dei fiori. A parte Linneo[2] o il filosofo Teofrasto, nessuno si è mai mostrato realmente interessato all’organizzazione interna dei vegetali, soprattutto davanti alla bellezza che tale creazione[3] porta con sé. Se si venisse sorpresi ad osservare lo smalto di un prato probabilmente si verrebbe scambiati per un garzone di un farmacista. Il potere di guarigione delle piante officinali o degli infusi è indubbio, ma questo vuol dire tracciare de schemi di mezzo-fine, contrari all’animo trasognato del Rousseau delle passeggiate:

Non ho mai avuto a che fare con quel tipo di ragionamenti che riconducono tutto sempre all’interesse materiale, che cercano ovunque rimedi e profitti, che guarderebbero alla natura con suprema indifferenza se solo si potesse continuare a godere di buona salute[4]

 

La bellezza del mondo vegetale (e il suo vissuto concreto, fuori da ogni possibile commercio con gli umani, così come descritto nella quinta passeggiata) La botanica è scienza della sensazione, in quanto basata unicamente sulla pura percezione scevra di ogni atto riflessivo o immaginativo, che possa essere fonte di struggimento interiore. Essa diviene l’ozio [5] dell’uomo condannato all’esilio per la malvagità di chi lo ha voluto ridurre in quello stato. Il rapporto con la natura e la realizzazione piena dell’ideale del ritorno allo stato di natura è raccontato nella quinta passeggiata, e nel soggiorno dell’autore nell’Isola di Saint Pierre[6], periodo durante il quale Rousseau sente di esperire concretamente il suo ideale di felicità. Nel narrare quei giorni fa riferimento alla sua attività di studio e classificazione dei vegetali, vive a contatto con la gente semplice e umile del posto, resta trasognato a contemplare le bellezze della natura. La botanica è la scienza del piacere immediato[7], dell’osservare e avere piacere nello studio del regno vegetale.  Più interessante del regno minerale (per lo studio del quale è necessario essere chimici o fisici)  e di quello animale (che comporterebbe vivisezioni o la cattura degli animali):

Fiori vividi e brillanti, smalto di prato e di freschezza dell’ombra, ruscelli, boschetti, verzura, venite a purificare la mia immaginazione[8]

 

Rousseau cerca rifugio tra le braccia di madre natura, dalla persecuzione degli uomini malvagi e del mondo in generale. Godendo, come narra nella quinta passeggiata, del puro piacere di esistere, con un cuore puro e una mente libera dalle angosce della vita mondana. Il solitario è un essere trasognato che si abbandona senza freni ai moti della sua immaginazione, con un moto costante e leggero; senza andare troppo veloce, né troppo lentamente, stimolato anche dalla bellezza dei luoghi naturali.

Giovanni Sacchitelli

 

Note

[1] “queste idee medicinali non sono certo le più adatte a rendere piacevole lo studio della Botanica: riescono ad avvizzirci anche lo smalto dei prati, lo splendore dei fiori a inaridirci la freschezza dei boschi e a rendere l’ombratile verde del fogliame e dei rami ad una serie di oggetti insulsi e ripugnanti” J.J. Rousseau, Le passeggiate del sognatore solitario, Feltrinelli, Milano, 1996. p. 94

[2] “grazie a Linneo, che ha un poco sottratto la botanica alle scuole di Farmacia per renderla alla storia naturale” Ibidem p. 94

[3] “ammirato e riconoscente verso la mano che mi fa godere tutto questo” Ibidem p. 96

[4] Ibidem p. 94

[5] “La botanica è lo studio di un pigro e ozioso solitario: una punta e la lente gli bastano per le sue osservazioni “ Ibidem p.99

[6] “Di tutte le dimore che ho abitato (e ne ho avute di incantevoli) nessuna mi rese autenticamente felice, lasciandomi rimpianti tanto teneri, quanto l’isola di Saint-Pierre in mezzo al lago di Bienne” Ibidem p. 70

[7] “La mia anima, morta a tutti i grandi sommovimenti, può ormai farsi commuovere soltanto da oggetti sensibili” Ibidem p. 98

[8] Ibidem p. 98

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