In evidenza Rowan Atkinson nel suo geniale Bean (The ultimate disaster, 1997), nel momento in cui si accorge di aver sbadatamente rovinato il dipinto La madre di Whistler. Siamo lontani dall’humor inglese, né tantomeno possiamo comprenderlo, in quanto non radicati nella cultura anglosassone (basti pensare al fatto che un comico in Inghilterra veste sempre come un lord, esemplificazione di come sia diverso il loro punto di vista sulla comicità che è sempre innestata in una natura sostanziale seria ed comunque dignitosa). Ho pensato che questa scena fosse adatta a rappresentare in un fotogramma il tema di cui andavo a parlare, quello che fa Mr bean è cercare di rifare la Whistler Mother a modo suo, secondo i suoi schemi mentali, secondo i suoi parametri di adattabilità; dopo aver maltrattato il dipinto con uno starnuto cerca di ovviare al dramma disegnandoci sopra qualcosa che somigli al volto originale. Ne viene fuori un’immagine da fumetto che suscita il riso ed anche un po’ di tenerezza per l’autore. L’autore ha quindi cerca di copiare o riprodurre il volto originale del dipinto, senza riuscirci, anche se nel mentre lo faceva dava tutto il meglio della sua creatività.

Definizione: copione è chi, privo di individualità e connaturata personalità, prende spunto inconsapevolmente dall’agire altrui allo scopo di farlo proprio. Di copioni esistono diverse specie, c’è la specie habilis, che è diffusa soprattutto tra le popolazioni che vivono tra i banchi di scuola, c’è la specie erectus diffusa soprattutto tra le conversazioni di ogni giorno, c’è la specie sapiens che si annida soprattutto tra i cosidetti “intellettuali” senza cattedra, ovvero chi ama imporsi sul prossimo (accumulando titoli e onorificenze) per il solo fatto di possedere nozioni particolari. La biologia e l’anatomia ci dicono che il copione ha una struttura sui generis che gli permette, per effetto dell’evoluzione, di imitare perfettamente il malcapitato che gli capita a tiro e di cui ha intenzione di emulare le gesta. L’anima di chi copia, è dunque, perfettamente malleabile, come il suo corpo e i suoi gesti che sono in grado di imitare alla perfezione le movenze del prossimo. Il copione dunque non ha un’anima propria, ne è completamente privo, si nutre passivamente della luce dell’anima altrui, quasi sempre migliore della sua. Di copioni ne troviamo ogni giorno nel mondo, di tutti i tipi. A partire da quelli tra i banchi di scuola, che mirano sempre al massimo dei voti e si atteggiano a uomini e donne virtuosi, ma che fanno uso di squallidi espedienti per coprire la loro pigrizia mentale e la loro disonestà. Poi viene un’altra categoria, altrettanto diffusa, quella degli emulatori di gesti nel mondo reale. Totalmente inconsapevoli del proprio agire il loro movimenti sono uno specchio dei nostri; superficiali e leggeri come la cartapesta, sono in grado di comporre un’intera collezione di pensieri ed un’intera personalità in una serata. Non si conoscono, non sanno di essere privi di personalità, ma quando vedono un pensiero o un gesto interessante in una persona non esitano ad appropriarsene. Tipico è il rapportarsi a “bravi ragazzi” o esseri “puri”, la cui spensieratezza e tranquillità d’animo è un buon ingrediente da aggiungere al proprio Io. Naturalmente odiano queste persone perché ritenute troppo ingenue, eppure rubano i loro gesti e si atteggiano a persone ponderate, equilibrate, piene di giudizio. Il risultato finale è alquanto grottesco. Il copione erectus scimmiotta qualità che non ha e tiene a freno la propria malsana esuberanza (spesso volgare e incline alla perversione) con abiti morali che gli stanno troppo stretti. Per un occhio attento basterebbe osservare quando il copione erectus va in giro con l’anima da emulare; due completi estranei che vanno a braccetto come se fossero fratelli. Copiare è quasi sempre sbagliato. Chi lo fa dovrebbe avere quantomeno la coscienza di ciò che sta facendo. Più corretto sarebbe ispirarsi a qualcuno / qualcosa per prenderne il buono, ma comunque ridirlo a parole proprie, nel linguaggio che è specifico di ognuno. Quanti copioni che improvvisamente si esprimono nei nostri stessi termini, perfettamente identici a come li avevamo detti, ignari del loro atto vile e miserabile, senza rispetto del prossimo. Nel concetto di ispirazione c’è un maggior rispetto del lavoro altrui, sia perché si riconosce il buono che in esso c’è, sia perché si conserva la sua irripetibilità traducendolo in nuovi termini, che sono i nostri. Per come è fatto il copione sarebbe in grado di essere totalmente un’altra persona, anche nel giro di due giorni. Copiare? Ma anche no.

Mi sono soffermato proprio sul concetto di copia non a caso. Intorno ad esso ruotano importanti concetti come a) la citazione b) il copyright c) l’individualità di un contenuto generico. Tutte cose con le quali abbiamo quotidiana familiarità e che in una comunità ampia di individui sono essenziali. Copiare è appunto rubare, e sappiamo che il furto non è mai moralmente accettabile. Se durante una conversazione io rubassi le chiavi in tasca al mio interlocutore, questo reagirebbe in maniera appropriata mettendomi una mano sul braccio e portandomela al luogo da cui era venuta; ma se io rubo un’idea a qualcuno, la “copio”, magari nessuno se ne accorge, nemmeno il diretto interessato. Ma da quel momento in poi il ladro di idee detiene le chiavi. Per questo, se non vogliamo essere come i copioni di cui sopra, pensiamo a cosa facciamo prima di fare un furto di idee. L’ultima categoria di copioni, che ho ironicamente ispirato alle specie di ominidi, è quella dei copioni sapiens. Sono quelli che si nutrono su libroni di saggezza indiscutibile, che si innalzano al di sopra degli altri e li guardano dall’alto in basso, sicuri che la loro attività intellettuale sia superiore e che siano gli unici ad avere ambizioni. Sono sapiens perché intellettuali, mirano all’eccellenza, ma anche loro disgraziatamente non hanno niente di speciale e ricorrono all’espediente del furto. Tutto inconsapevole, chiaramente. Anche loro, come gli erectus, odiano i propri interlocutori, ma da essi prendono il meglio, ciò che appartiene “all’umanità”, quindi alla spontaneità e alla purezza di cuore, che gli intellettuali difficilmente hanno. Copiano la sincerità di chi non è ai loro livelli e l’aggiungono come un tassello alle loro personalità, che sono assenti. Spesso si innalzano su persone di cui a malapena conoscono l’attività o quello che fanno, alimentati da pregiudizi sterili e ottusi. Sono i peggiori.

 Giovanni Sacchitelli

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