Ci hai lasciato l’anno scorso, a Luglio poco dopo Andrea Camilleri; la notizia stava in sordina, quasi del tutto ignorata dalla cultura ufficiale che ha appena accennato alla tua scomparsa. Eppure, tu uomo d’amore (cfr. Così parlo Bellavista, 1977 e la celebre distinzione dell’umanità in uomini d’amore e uomini di libertà) meritavi di essere ricordato come uno che ama la socialità e l’umanità tutta. Per anni gli intellettuali seri (Vattimo, Severino e i filosofi di professione) non hanno ascoltato a fondo la tua filosofia, magari perché pregiudiziosi sulla tua origine meridionale e sull’abilità connaturata dei napoletani ad affabulare, presi più dalla forma che dai contenuti dell’espressioni. Perché tu eri di Napoli, e preferivi sempre il bagno alla doccia (cfr. Così parlo Bellavista), perché il bagno è un momento di rilassamento e di ritrovamento di se stessi, mentre la doccia è smart ed è Milanese. Il problema principale della cultura accademica che non ha mai visto di buon occhio il tuo lavoro di divulgatore è la mancata comprensione del tuo autentico messaggio che non era un tentativo di asserire scientificamente (come fa la filosofia vera e propria) un’idea generale su un oggetto specifico, bensì era un racconto di vita vissuta, dei consigli animati dal buon senso tipicamente partenopeo. Un modo di essere specifico che sicuramente rispetta il detto dei grandi filosofi del passato, ma prende con le pinze queste teorizzazioni allo scopo di discuterle con il buon senso e con il cuore. Perché tu eri un Napoletano ed avevi dentro di te l’ottimismo tipico di quel popolo. Per questo non bisogna cadere nell’errore di considerare come scientificamente rilevanti le tue “storiografie” filosofiche bensì considerarle come un modo di vedere le problematiche filosofiche come un atto ingenuo animato dal buon senso; sicuramente, oltre ad altri divulgatori come Piero Angela, sei stato uno degli unici se non l’unico a provare a divulgare una materia tanto ostica e poco realmente conosciuta come la filosofia, e lo hai fatto rendendo avvincente ed interessante la lettura, compito non facile. Non per questo l’hai banalizzata o ridicolizzata, bensì l’hai portata a livello del pensare comune, con un linguaggio semplice e chiaro. Hai creato curiosità e hai fatto capire quanto la filosofia sia vicina alle cose della gente. Eppure tu non avevi alle spalle studi filosofici. Quanti sanno che tu eri un ingegnere elettronico? Un uomo che ha lavorato alla ibm di Milano per vent’anni salvo poi dimettersi all’improvviso perché i filosofi lo “chiamavano” dallo schermo del computer. Ed è stato proprio quel vissuto quotidiano fatto di aziendalismo e incontro con il modello milanese di vita ha far scattare in te il bisogno di salvaguardare le cose del cuore. In un modus vivendi fatto di privatezza, relazioni effimere e di comodo, ti sei fermato a pensare, come hanno fatto tutti i filosofi, e ha cercato di capire cosa realmente contava in quel mondo freddo e distante. Hai creato il personaggio di Bellavista (un professore di filosofia in pensione) e lo hai contrapposto al milanese  Cazzaniga, pubblicando il celebre Così Parlo Bellavista (Mondadori, 1977). Se Milano era fatta di uomini di libertà, tu hai celebrato gli uomini d’amore, i Napoletani. Ma Napoli è l’umanità, non soltanto geograficamente ma è metafora di chi ancora si pone dubbi riguardo a ciò che lo circonda, non lascia tutto al caso, non dimentica il lato umano delle cose. Sei stato un divulgatore divertente e unico, e qualche anno fa mi innamorai dei tuoi libri, perché da quelle pagine risplendeva un ottimismo e una voglia di vivere così spontanea che difficilmente trovavo in altri personaggi. Ti inventasti di aver trovato le risposte di Lucilio a Seneca e  scrivesti Il tempo e la felicità (Mondadori, 1998) dicevi che il tempo era un’emozione ed una grandezza bidimensionale, nel senso che poteva essere vissuto in due dimensioni: larghezza e lunghezza. Gli uomini studiano come la vita andrebbe allungata, invece ci si dovrebbe ingegnare affinchè sia allargata.

Giovanni Sacchitelli

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