Educare, deriva dal latino ex – ducĕre (portare dentro, condurre a partire da) l’educazione quindi non è semplicemente una formazione ex nihilo, dal “nulla”, ma è uno sviluppo di contenuti già presenti in maniera seminale all’interno di un individuo. L’individuo, che è il bambino, l’adolescente o l’adulto, necessita di essere condotto in maniera giusta ai risultati, agli effetti  delle proprie potenzialità che sono sempre buone e degne di essere messe in pratica, considerando che ogni individuo nasce naturalmente buono e desideroso di pace. C’è quindi una componente genetica o biologica che è data, ovvero che non può essere cambiata, come dire: siamo fatti così e non possiamo cambiare; questa frase è per certi versi vera, lo è parzialmente in quanto il progetto genetico presente come predisposizione nel dna non è cambiabile. È come un’insieme di regole che il corpo (e il cervello) nel suo sviluppo devono rispettare, sono i progetti su carta per la costruzione di un edificio, come lo è il progetto per un manovale edile. Ma questo edificio, se siamo limitati nella scelta dei materiali, possiamo tuttavia deciderne le architetture. Questo è il compito primario dell’educazione. Che è un lavoro. E’ un opera difficile e che si può prestare facilmente a fraintendimenti di bassa lega. L’educazione si distingue dall’istruzione. L’istruzione ha una connotazione negativa in sé in quanto derivante da instruĕre, der. di struĕre ‘costruire’, che vuol dire “mettere dentro”, introdurre in maniera forzata, un po’ come quando  a scuola si imparano a memoria cose di cui non si afferra granchè il senso e soprattutto il perché bisogna ritenerle nella propria testa in maniera permanente. L’educazione è uno sviluppo delle proprie potenzialità ai fini della realizzazione di ciò che potremmo essere, al meglio dei risultati. Quindi l’educazione non è rendere simili a se stessi. Questo lo si dice soprattutto dei figli. I genitori rendono uguali a se stessi i propri figli e li rendono “educati”. Se il genitore è un campione di virtù ben  venga, ma se il genitore è violento, non portatore di valori, superficiale, il figlio sarà esattamente la microriproduzione del proprio fattore. Soprattutto i bambini, che sono estremamente malleabili nelle loro abitudini, nel linguaggio e nelle azioni, devono essere educati a dei buoni valori. Quindi chi crede che educare sia un trasmettere in maniera blanda o grottesca determinati “valori”, non ha ben chiaro il significato di questo termine. Non si educa trasmettendo valori in maniera violenta o poco delicata, “addestrando” i propri figli con regimi militari convinti che sia la cosa giusta (in quanto anche i loro predecessori facevano così) ottenendo esattamente l’effetto contrario: quanto più si obbliga (senza spiegare il perché di un’azione) tanto più si otterrà l’effetto contrario. Educare è essere attenti all’individuo, accompagnare con delicatezza lo sviluppo della sua visione del mondo, che deve essere sempre rosea, piena di luce e ottimismo. Insegnare “la realtà” perché bisogna conoscere come il mondo è davvero, è un atto di incredibile stupidità, sia perché l’uomo tende alla felicità per natura e rifugge al buio del pessimismo, sia perché il mondo e la vita sono cose straordinarie, contro quello che vogliono farci credere. Soprattutto, non bisogna a tutti i costi educare i bambini “al lavoro”, al guadagnarsi da vivere quasi recitando la fine del giardino dell’eden, dare ai bambini il diritto all’infanzia felice, al sorriso, alla vita dolce e calma. Il mondo non è un brutto posto come vogliono farci credere, anzi; esistono migliaia di ragioni per le quali vale la pena vivere, non solo ragioni, ma anche cose. I bambini devono avere una vita presente e futura colorata e gioiosa, lontano dai falsi profeti del nichilismo e della negatività, lontano dalle preoccupazioni materiali della vita. Perché educare un bambino significa creare un futuro capolavoro, una vita straordinaria che potrà realmente dare il suo apporto all’umanità intera se il suo agire sarà virtuoso. Per questo motivo non bisogna stroncare i giovanili entusiasmi con un’educazione non ragionata, “per sentito dire”, “perché così facevano i miei genitori”; attenzione ai dettagli e delicatezza. Perché oggetto dell’educazione non sono solamente gli individui nei primi anni di vita, ma gli adolescenti (che sono un risultato della fase infantile) e gli adulti. Si può sempre cambiare e si può sempre sorprendere gli altri con il proprio radicale cambio di comportamento. Se il lavoro di educare nei primi anni di vita viene portato avanti con intelligenza avremo un adolescente sicuramente meno problematico e un adulto che tiene in sé sedimentati gli insegnamenti sani dei primi anni di vita. Anche gli adulti sono da educare. Perché è sempre possibile creare un mondo buono, come fece il professor Sperelli in Io speriamo che me la cavo, affrontando l’ambiente difficile della provincia di Napoli, portando via dalla strada i futuri membri di una società infettata dalla camorra e dagli effetti deleteri della povertà e della disoccupazione.

Giovanni Sacchitelli

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