La pratica della danzaterapia affonda le radici nelle nostre origini, nelle danze di più antica tradizione. Numerose sono le scoperte archeologiche che portano alla luce affreschi di scene di vita danzata, come lo “Sciamano Danzante” ritrovato nella Grotta dei Cervi vicino ad Otranto, “Danze di Donne” a Cogul in Spagna e “Lo Stregone danzante” ad Ariege in Francia… Le tracce di tale arte rupestre rinvenute in diverse parti del globo sembrano quasi voler sottolineare che la danza è una delle più antiche risorse collettive.

Lo scrittore, filosofo, attivista e politico francese R. Garaudy asseriva: “La Danza ci mostra non solo che ogni movimento del corpo fa tutt’uno con un movimento psichico […] ci rivela ancora e soprattutto che l’arte è il cammino più corto tra un uomo e l’altro”.

Ed ecco che, grazie soprattutto all’intuito di alcune danzatrici, la danza torna ad essere patrimonio di tutti. Siamo nel secondo dopoguerra, un periodo che ha visto gradualmente rifiorire le arti, tra le quali la danza. La pioniera della danzaterapia, Marian Chace, proveniente dalla Denishawn, insegnante di danza dallo spirito sensibile e aperto, notò che ai suoi corsi prendevano parte anche persone che non ambivano a divenire ballerini professionisti, e che, attraverso il movimento, bambini e adolescenti riuscivano a soddisfare meglio i propri bisogni emotivi. Il focus si spostò allora dalla tecnica coreutica alla persona. Era nata la danzaterapia.

Ma è in tempi più recenti, esattamente nei primi anni Novanta, che prende forma in Italia la danzamovimentoterapia espressivo-relazionale (Dmt-ER®), sistematizzata dal dott. Vincenzo Bellia, danzamovimentoterapeuta, psichiatria e gruppoanalista. La Dmt-ER® affonda le sue radici in ambito artistico, sociologico e clinico. Al dott. Bellia rivolgiamo alcune domande.

Il campo della medicina e quello dell’arte. La tua professione negli ultimi anni sembra una costruzione coreografica che conduce all’incontro di questi due ambiti ma non solo…

Viviamo in un contesto socioculturale che sembra essersi sviluppato all’insegna della dissociazione e dei dualismi: non solo mente-corpo, ma anche individuo-gruppo, natura-cultura, arte-scienza, psiche-società… così abbiamo arti della scena sempre più autoreferenziali, o sottoprodotti per il consumo di massa; sistemi psicoterapeutici a volte avulsi dai bisogni sociali; neuroscienze talora disattente nei confronti della componente relazionale dei sistemi viventi…

Per converso, le arti terapie si muovono troppo spesso all’interno di un approccio globale poco convincente, con riferimenti scientifici aleatori, competenze artistiche dilettantesche e formazione psicologica poco più che approssimativa. Ciò che ho trovato produttivo, negli anni, è stato ricercare e moltiplicare le connessioni tra i professionisti e tra i campi disciplinari, esplicitando linee guida metodologiche, più che vaghe e suggestive ispirazioni: insomma, la danzaterapia per i partecipanti è la più spontanea delle attività, ma al conduttore richiede formazione e competenze professionali.

In effetti, sul terreno della danzaterapia ho ritrovato e valorizzato le nozioni di anatomia e fisiologia della mia formazione medica, la costruzione collettiva e interattiva dell’identità che ho mutuato dalla formazione gruppoanalitica e, soprattutto, la semplice considerazione dell’arte come la più antica e diffusa forma di terapia sociale. Questo era già chiarissimo nell’esperienza di Dmt dei primi pazienti del centro diurno psichiatrico in cui lavoravo quasi trent’anni fa: ritrovavano il piacere vitale in un’esperienza di gruppo che contribuiva a riorganizzare in modo armonico il loro funzionamento psichico individuale.

Dupuy asseriva che non si danza mai da soli. Si danza per essere guardati. In DMT, in particolare nel metodo espressivo-relazionale, uno degli elementi centrali è la relazione. Come si traduce tutto ciò in un’ottica comunitaria?

Nella danza c’è un’inevitabile componente istrionico-narcisistica, celebrata nel rapporto con il pubblico, ma bisogna andare oltre questa strettoia: se “penso, dunque sono” è riduttivo, figuriamoci quanto può esserlo “mi guardi, dunque sono”! Ma è vero che non si danza mai da soli e, più in generale, che siamo sempre in relazione: si “danza con” e si “vive con”, sia che ci troviamo in compagnia o che siamo (apparentemente) da soli, consapevoli o meno di essere in relazione.

L’isolamento produce distorsioni dell’immagine del corpo, osservava acutamente Marian Chace già nei passati anni Quaranta, per questo la Dmt è terapeutica: perché ci rimette in relazione sul terreno della più primitiva delle interazioni, quella corporea. In ambito neuro-scientifico, l’acquisizione dei “neuroni specchio” dimostra una biologia e una costruzione dei corpi interamente relazionale.

Torniamo però alla domanda. Diversamente da un modo di intendere la Dmt che prevede gruppi molto “protetti” (anche da un confine murario), la Dmt-ER® opera anche in grandi gruppi a confine aperto, anche in spazi esterni, riprendendo la tradizionale funzione sociale della danza: creare aggregazione comunitaria sviluppando contemporaneamente benessere personale e collettivo. Ovviamente non vi si può operare come nei piccoli gruppi clinici: abbiamo sviluppato al riguardo una specifica metodologia dedicata ai large groups a funzione sociale (vedi Bellia e Dragoni 2016, in rivistaplexus.eu).  

Mi viene in mente l’aforisma di un antropologo, secondo cui il luogo della mente non è il cranio, ma la piazza di un mercato! Chiunque abbia provato una danzaterapia ben condotta, sa bene che, nella comunicazione tra i corpi di “una piazza che danza”, l’esperienza psichica si fluidifica e si armonizza, si arricchisce di emozioni e di creatività partecipata.

“Teatro e rivoluzione”… E. Barba, regista teatrale brindisino, sosteneva che sono il processo e la relazione con chi ci sta di fronte, che osserviamo e che ci osserva, a trasformarci. Sosteneva inoltre che attraverso il nostro lavoro quotidiano bisogna mettere alla prova, la necessità di questa nostra scelta, superando l’inerzia che ci porta ad accontentarci dei risultati esterni, delle prestazioni accumulabili. Non si tratta di essere missionari e professionisti originali quanto di essere realisti. Il nostro mestiere diventa la nostra possibilità di cambiare e così di cambiare la società. Ma domandarci che cosa significa il teatro per la società è una domanda demagogica e sterile. Dobbiamo innanzitutto chiederci che cosa significa il teatro per noi stessi.

Che cosa significa la danzaterapia per te? Quali le potenzialità e il valore che la danzaterapia può esprimere nell’attuale scenografia italiana?

Sì, la relazione ci trasforma, e ci trasforma reciprocamente, condivido totalmente questo punto di vista. Per questo la danzaterapia è per me un continuo spazio di rinnovamento e di creatività, per questo continuo a curare la mia formazione personale, pur dirigendo da più di vent’anni una scuola che forma danzaterapeuti.

Il potere di crescita e di trasformazione che ha per gli esseri umani la relazione è una vera e propria pietra angolare, nell’edificio della Dmt-ER®: “la via allo sviluppo di sé passa sempre dall’altro” è un nostro slogan. Il metodo si basa proprio sul creare interconnessioni tra i partecipanti alla danza. È un punto di vista, però, tutt’altro che scontato, in un contesto culturale fortemente individualistico, in cui la fruizione delle pratiche a mediazione corporea è spesso orientata a un benessere personale ricercato nella pura interiorità, o in cui l’arte è sempre meno un evento creativo compartecipato e sempre più un prodotto di consumo.

A mio parere la danzaterapia ha oggi un grande potenziale: non solo rimette insieme mente e corpo migliorando il nostro benessere, ma può anche avvicinarci e facilitare l’incontro con l’altro essere umano, in un’epoca in cui l’altro è troppo spesso considerato un estraneo, se non un nemico. L’incontro con l’altro, invece, è la risorsa creativa di un inedito “passo a due”, o la sorgente vitale di un villaggio che danza.

Nei confronti della danzaterapia, però, si erge a volte una barriera di diffidenza: la danza spaventa, con il suo spirito dionisiaco, e spaventa anche la terapia, associata com’è nell’immaginario collettivo alla patologia. Anche nel nostro Paese la Dmt ha mostrato una consolidata efficacia come intervento complementare in psichiatria, nelle dipendenze, nei disturbi dello sviluppo, nelle problematiche della terza età; affianca sempre più diffusamente la funzione educativa, con bambini e adolescenti; è una versatile risorsa nella formazione dei gruppi di lavoro. Quante possibilità di creatività, di armonia, di piacere, a lasciarsi prendere dal ritmo e dalla suggestione di questa danza…

Intervista di Angela Arpa, danzamovimentoterapeuta e pedagogista.

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