Abbiamo bisogno di canzoni che ci aiutino a pensare, che siano un pugno (dolce) nello stomaco.

Finirà tutto quanto immagina un dialogo fra un venditore di accendini africano che viene dal deserto, ha perso tutti i suoi figli e vive in 9 in roulotte, e un italiano annoiato, forse sfiduciato. Il dialogo è secco, pulito, non da spazio a moralismi né commenti.

È proprio per questo che il testo di questa canzone è così bello: risulta credibile a chi lo ascolta, non vuole far sembrare l’africano un eroe e l’italiano un figlio di papà viziato. Quando il venditore di accendini gli chiede se qualcosa non va (“Amico mio io ti vedo triste / che ti è successo hai perso ancora le staffe? / ti è morto il cane, ti ha tradito la donna / o sei caduto dal letto di mamma?”) la risposta non è banale, ci fa tenerezza, ci porta quasi ad identificarci con quel senso di disagio sconclusionato: “Amico mio, io non sono triste / ho solo un nodo in gola e nelle tasche / ho un verme solitario nella testa / che mangia quel che resta”. Questi versi sono quelli che, per primi, mi hanno fatto innamorare della canzone, quasi a dirmi che per me era più facile vedere il mondo con gli occhi annoiati del benestante che con quelli di chi ha attraversato il deserto e il mediterraneo.

Alla fine il paradosso si compie quando, dei due interlocutori, è proprio il più fortunato, che chiede al più povero: “Amico mio che te la ridi sempre, almeno tu dimmi che sei felice / e poi raccontami del tuo paese perché qui non si sta più bene”. Nella riflessione amara c’è spazio anche per la spensieratezza: “Sai, amico, forse hai ragione / dammi un accendino, magari quello col Led / e prendiamoci una birra e non mi dire che non si beve prima delle 3 / che tanto dio comunque non ci vede / sarà impegnato a organizzarci le guerre / o tanto a lui non gliene frega niente”.

Ma quello che più stride è il contrasto fra le due visioni del significato del titolo della canzone stessa: laddove l’italiano vede la fine come una specie di liberazione dal tormento “perché tanto finirà tutto quanto e finirò pure io / di cercare un modo per morire e di attaccarmi alle mie solite scuse”, per il più sfortunato dei due la fine di tutto è la speranza che le cose, prima o poi, inizieranno a girare per il meglio, perché al male c’è fine: “Amico mio ti hanno tagliato la lingua? / Non sai cosa tagliarono a mia figlia! / Non ci pensare è solo un giorno di merda / vedrai che passerà / perché tanto prima o poi finirà / finirà tutto quanto”

Finirà tutto quanto è il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album “I tuoi bellissimi difetti” dei salentini La Municipàl. Facciamoci un regalo: ascoltiamolo.

Manlio Ranieri

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