In tutta Coscienza

FOTOGRAFIA

da lun 08 luglio 2019
a lun 29 luglio 2019 
dalle h 10.30 alle h 12.30
dalle h 16.30 alle h 19.30

Palazzo Viceconte – via San Potito 7 – Matera

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DESCRIZIONE

 

Oliviero Toscani: Don Milani, la scuola di Barbiana e il Sessantotto

In tutta Coscienza

Con valoroso punto di vista e suggestivo invito alla riflessione, nel progetto fotografico da lui voluto e ammirevolmente guidato, Francesco Mazza pianifica una coinvolgente visione lungo la cadenza della Coscienza dell’Uomo, in programma, a Matera, lungo tutto il Duemiladiciannove (con annunciato allungo ancora avanti nel tempo). In allestimento scenico e sottolineatura concettuale, la combinazione di un lontano reportage di Oliviero Toscani, agli inizi del suo cammino fotografico, avviato accanto al padre, il valoroso fotocronista Fedele, con una delle sue più recenti sfide visive delinea quell’idea e ipotesi di continuità nel Tempo e nelle Intenzioni che scandisce due proponimenti fondamentali, che definiscono proprio questa Coscienza dell’Uomo in cadenza fotografica: in invito a osservare, piuttosto di giudicare; in esortazione a pensare, invece di credere.
Così, in questa occasione, le fotografie che Oliviero Toscani, ventunenne, realizzò nel 1963, a Barbiana, presso la Scuola di don Lorenzo Milani, si completano con l’immagine della campagna contro l’anoressia, che nell’autunno 2007, innescò curiose controversie. Avviciniamo i due momenti in ordine inverso.
Alla fine del settembre 2007, durante la settimana della moda, delicate affissioni apparvero nelle strade di Milano (e poi replicarono in tutto il paese). Ne fu autore Oliviero Toscani, che le ha realizzò per Nolita (il fashion brand del gruppo Flash&Partners, di Tombolo, in provincia di Padova). Le fotografie (tra le quali, una in particolare, della francese Isabelle Caro nuda, nella propria artificiosa magrezza) fecero parte di una campagna pubblicitaria, stile Pubblicità Progresso, contro l’anoressia, patrocinata dal ministro della Sanità.
Isabelle Caro, una ragazza anoressica di appena trentasei chili (altre fonti certificano trentuno chili), si prestò a essere fotografata completamente nuda per la campagna. Le immagini sono molto forti, non stupisce (?) perciò la bufera scoppiata a Milano e conclusasi con l’intervento del sindaco del tempo, Letizia Moratti, che ne vietò l’affissione negli spazi di pertinenza del Comune.
Poco più di un anno prima, la giuria dell’Emmy Award aveva avuto un approccio completamente diverso, premiando un lavoro sull’anoressia, altrettanto scioccante, di Lauren Greenfield, fotogiornalista dell’Agenzia VII.
In quell’autunno 2007, molti quotidiani e settimanali ospitarono accesi dibattiti sull’argomento. Tra tutti, nel numero del ventisei settembre, Vanity Fair pubblicò un servizio sulla vita di Isabelle Caro (con fotografie di Emmanuel Fradin, Agenzia Strates) e un’intervista molto intelligente a Oliviero Toscani, a firma di Silvia Nucini, accompagnata dal backstage dell’intero servizio del celebre fotografo italiano.
«Tante volte, durante gli shooting, vedevo queste modelle che erano belle vestite e orrende nude», annotò -tra l’altro- Oliviero Toscani nell’intervista pubblicata da Vanity Fair, «e avevo la tentazione di fotografare la loro magrezza da campo di concentramento. Adesso l’ho fatto».
In appoggio, Luisa Bertoncello, amministratore delegato di Flash&Partners, dichiarò: «L’intento aziendale è proprio quello di usare la pubblicità come strumento di sensibilizzazione ai temi sociali». Quindi, l’agenzia giornalistica
Ansa divulgò, poi, una conferma di Oliviero Toscani: «Io ho fatto, come sempre, un lavoro da reporter: ho testimoniato il mio tempo».
Da qui, completiamo le considerazioni sul soggetto con il quale Oliviero Toscani ha attirato l’attenzione sul problema sociale dell’anoressia, nella propria manifestazione conseguente a mal intesi (?) stilemi della moda. Aggiungiamo quanto dichiarò lo stesso Oliviero Toscani in un’intervista rilasciata ai microfoni di Radio105 Classic, all’indomani della delibera con la quale il sindaco di Milano, Letizia Moratti, dispose la rimozione dell’affissione Nolita sull’anoressia dagli spazi che competono al Comune: «È censura. Non penso che tutti la pensino come questo assessore [Giovanni Terzi], che non conosco neanche, e il sindaco. Hanno paura di perdere il consenso, il loro potere».
Con l’occasione, ricordiamo che l’assessore comunale ai Giovani Giovanni Terzi ha bocciato la campagna shock anche dalle pagine del Corriere della Sera. Comunque, in quella occasione, e con lucidità ammirevole, Oliviero Toscani trasferì il soggetto, chiamando in causa Milano, città nella quale ha affinato la propria formazione culturale e sociale in decenni di coinvolgente vivacità.
Oggi [ancora oggi… 2019], annotò, Milano è in ritardo rispetto ad altre città europee e «forse questa è la ragione della rimozione. Moriranno eleganti, a Milano.
Moriranno magri, anoressici, ma eleganti. È una città che ha paura. Una città che non ha più la generosità di una volta. Che non ha più né la fantasia, né la capacità artistica di una volta. Una città seduta, una città cattiva. Una città razzista, che non riesce a risolvere i problemi moderni come tutte le grandi città.
Ci conoscono per le borse e le scarpe, che sono prodotti da terzo mondo. Non ci conoscono per prodotti dell’ingegno».
Ha avuto ed ha ragioni da vendere: dall’alto della sue capacità di riflessione e comunicazione fuori dall’ordinario. Da cui, nel nostro tragitto temporalmente invertito, ecco la forza e il valore con cui Francesco Mazza aggiunge questa immagine (di Isabelle Caro) al reportage su don Lorenzo Milani: dal 2019 / 2007 al 1963, in tragitto di andata e ritorno. Riprendiamo con Oliviero Toscani, a proposito di No anoressia (2007): «Io ho fatto, come sempre, un lavoro da reporter: ho testimoniato il mio tempo».
In collegamento ideale, fatti salvi i consueti e doverosi distinguo sovrastanti, Isabelle Caro è allineata a don Lorenzo Milani… in una fotografia che, indipendentemente dalle proprie apparenze superficiali (dal e del vero, in sala di posa o altro ancora), è fulgida Testimonianza del Tempo, ovverosia Coscienza dell’Uomo.
Da cui, riferiamo in estratto da Pino Bertelli, magistrale censore dei malcostumi (oltre che dei costumi) della fotografia senza tempo, la cui eccellenza di riflessione non concede altre considerazioni su Oliviero Toscani: don Milani, la scuola di Barbiana e il Sessantotto [da FOTOgraphia, dell’aprile 2018].
«Il Sessantotto è stato un’eruzione libertaria generazionale, che ha infranto l’ingiustizia che governava l’Universo. Uno dei libri che hanno annunciato la rivoluzione della gioia, nel Sessantotto, in Italia, Lettera a una professoressa (Scuola di Barbiana – don Lorenzo Milani: Lettera a una professoressa: Libreria Editrice Fiorentina, 1967 / e tante e tante edizioni successive), è opera di un prete un po’ burbero, un po’ diverso, un po’ sovversivo: don Lorenzo Milani (e dei ragazzi della scuola di Barbiana).
«Esce nel maggio 1967; don Lorenzo Milani muore per un linfoma, a quarantaquattro anni, un mese dopo, il ventisei giugno: e, da quella canonica sperduta nell’Appennino toscano, senza acqua, né corrente elettrica, né una strada per arrivarci (ci vivono nemmeno quaranta anime), il grido del parroco contro l’autoritarismo nella scuola è diretto, qualche volta feroce… è un testo scritto per i figli dei lavoratori, di fatto esclusi dall’università (che in massima parte accoglie i figli dei ricchi).
«Alla solerte professoressa fiorentina, che non voleva i pidocchiosi in classe (che non parlavano correttamente l’italiano, anche per la fame che avevano addosso), scrive: “Del resto, bisognerebbe intendersi su cosa sia la lingua corretta. Le lingue le creano i poveri, e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano, per poter sfottere chi non parla come loro […]. Che siete colti, ve lo dite da voi. Avete letto tutti gli stessi libri. Non c’è nessuno che vi chieda qualcosa di diverso […]. Solo i figlioli degli altri, qualche volta, paiono cretini.
I nostri, no. E neppure svogliati. O, per lo meno, sentiamo che sarà un momento, che gli passerà, che ci deve essere un rimedio. Allora, è più onesto dire che tutti i ragazzi nascono eguali e, se in seguito non lo sono più, è colpa nostra, e dobbiamo rimediare […]. La lotta di classe, quando la fanno i signori, è signorile. Non scandalizza né i preti né i professori, che leggono l’Espresso […].
Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più tempo delle elemosine, ma delle scelte. Contro i classisti che siete voi, contro la
fame, l’analfabetismo, il razzismo, le guerre coloniali”. Tutto vero.
«Qui, don Lorenzo Milani tocca le tematiche del proprio tempo, e lo fa con la forza della sfrontatezza e dell’utopia. Afferma: “Io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi” (don Lorenzo Milani:
L’obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani; Libreria Editrice Fiorentina, 1965).
«Appena ventunenne (nel 1963), Oliviero Toscani sale sui monti del Mugello, insieme con il giornalista Giorgio Pecorini, per insegnare ai ragazzi di don Lorenzo Milani la macchina fotografica. Su una parete della scuola c’è scritto, in grande, “I CARE”: è il motto -altrimenti intraducibile- dei giovani americani migliori, traduce il priore… “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto della sentenza fascista “Me ne frego”.
«Il priore di Barbiana aveva le idee chiare su molte cose. Aveva compreso che, una volta diventata sovrana, l’intelligenza si erge contro tutti i condizionamenti della società istituita e non offre nessun appiglio o speranza ai bastonatori della storia: “Avere il coraggio di dire ai giovani che loro stessi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo, né davanti agli Uomini né a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto” diceva. È il viatico della conoscenza che soppianta tutte le attività sospette dei governi: un principio di elevatezza che si accompagna al tramonto delle belle glorie dei partiti e delle fedi che ammaestrano le genti alla sottomissione… giacché non è la politica che rende liberi, ma il desiderio di rivolta per la conquista di un mondo più giusto e più umano.
«A Barbiana, Oliviero Toscani scatta alcune fotografie: sulla pellicola, fissa lo sguardo del prete che fa lezione all’aperto. Si vede don Lorenzo Milani che pensa o legge il giornale, attorniato da ragazzi impegnati nello studio. Le immagini esprimono un senso di serenità e spiritualità, anche, ma non come predica della gerarchia cattolica, piuttosto come maestro di vita che lotta e invita
a lottare per un divenire migliore.
«Le fotografie di Oliviero Toscani figurano l’agorà della Scuola di Barbiana. Don Lorenzo Milani osserva attentamente i cuccioli: i ragazzi sono chini sui quaderni, sui libri, discutono, leggono, scrivono; qualcuno guarda il fotografo in macchina, altri affondano la curiosità nelle pagine di chissà quale testo. L’impronta di Oliviero Toscani è rigorosa, spuria dal reportage occasionale. C’è un’immagine (corale) notevole e rilevante: si vede don Lorenzo Milani che legge il giornale, in fondo allo spiazzo bianco davanti alla Scuola; al suo fianco, alcuni allievi, dietro una piccola cattedra un po’ rotta, un altro ragazzo guarda verso il giornale del priore… in primo piano, alla sinistra dell’inquadratura, alcuni ragazzi sono seduti su panche, parlano, prendono appunti, qualcuno (in piedi) si guarda intorno svagato… alla destra della composizione, due ragazzi, su una panchinetta, sono immersi nello studio, uno si tiene la testa con una mano… l’insieme visuale ha la forza di un film western di John Ford o la filosofia libertaria dei ragazzi felici di Summerhill. La composizione istintiva di Oliviero
Toscani è subito bruciante: mostra una realtà che supera e recupera la meraviglia del vero, per definirla come presenza del giusto. È una fotografia del profondo, questa di Oliviero Toscani, che non si rifugia nel tasso giornalistico, né in forme raffinate della nostalgia: coglie alla radice l’agire di anime sensibili, che nulla hanno a che vedere con i parametri consueti della scuola dell’ordine.

«Il fine della fotografia qui non è la tirannia della ragione, ma la seminagione della libertà! Oliviero Toscani privilegia l’insieme, e all’interno dell’immagine architetta frammenti di Verità; i neri e i bianchi s’intrecciano a figure dell’innocenza, e non includono l’oscuro, ma la luce del divenire. L’originalità è il principio di ogni fotografia, è il desiderio di fare dell’immagine una fonte di bellezza. Per conoscere la Fotografia non basta conoscere la Storia, e una fotografia è importante quando comincia a splendere di Verità e Bellezza non compromesse con i luoghi comuni; ogni fotografia che obbliga a prendere coscienza di una società dell’inganno e del dolore è un atto rivoluzionario. «Ogni fotografia è condannata prima di nascere. Non si comprende nulla della Fotografia se non si ha il coraggio del fallimento e dell’eversione contro i vincitori o quelli che detestiamo: “Cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio, ma sono sicuro che non baderà a queste piccolezze”, diceva il priore di Barbiana.
E queste parole riverberano nell’intimità alchemica delle fotografie di Oliviero Toscani: quei volti, quei gesti, quel modo di accogliere del precettore e dei ragazzi di Barbiana travalicano il momento fotografico. Oliviero Toscani non scippa niente all’evento, né rende eccezionale qualcosa o qualcuno che lo è già.
Il fotografo ma è solo un esempio fatturale- s’accosta a quella fragilità, e al contempo risolutezza infantile, in eguale misura di Pier Paolo Pasolini, quando errabondava nelle periferie di Roma, e, per mano a ragazzini scalzi nel fango,
cercava quella “straziante meravigliosa bellezza del creato”. «Il realismo nudo delle immagini di Oliviero Toscani racconta una vivenza senza vergogna, un risveglio spirituale, culturale, ben più importante delle affermazioni politiche che cadono nel vuoto di sentenze sommarie. Il giovane fotografo non lascia niente all’improvvisazione, semmai aderisce alla passionalità di una Fotografia che è coscienza della coscienza… si tiene in disparte e mostra che non c’è storia autentica che non sia dell’anima liberata.
«C’è un’altra fotografia (che configura Oliviero Toscani già come artista fuori dagli schemi e dai vezzi dell’elogio interessato), nella quale si vede il priore attorniato da quattro ragazzi, che cammina in una strada sterrata, con dietro un casolare.
Don Lorenzo Milani guarda in macchina, sicuro, bello, con il corpo e il passo del giusto… i ragazzi camminano ciascuno per proprio conto e si disinteressano alla macchina fotografica… tre hanno gli ombrelli, l’altro, più grande, è accanto al padre… sembra di “toccare” l’atmosfera di alcune fotografie scattate proprio a Pier Paolo Pasolini tra le baracche di Roma, quando cercava gli esterni dove girare Accattone.
«Il giovane fotografo interroga la storia di un prete inviso alle gerarchie della chiesa e raccoglie il romanzo della sua vita. In quell’immagine c’è un’evidente linea di confine che separa chi ha potere e chi non ne ha. Ma c’è anche altro: la bellezza della dignità di una geografia umana che non vuole essere condannata all’invisibilità, alla paura, alla solitudine, al silenzio e si prende il diritto all’istruzione, alla bellezza e alla libertà… a fare della propria vita un’opera d’arte. “Cos’è l’arte -don Lorenzo Milani diceva- se non una mano tesa al nemico perché cambi”. Quando raggiungono il limite estremo della povertà, gli esseri umani trovano il servaggio, oppure sfuggono a ogni controllo istituzionale e cominciano a scavare alle fondamenta del Palazzo, per minarlo alle radici e farlo crollare.
«Ci piace pensare anche che la fotografia di don Lorenzo Milani con i ragazzi seduti nei banchi, disposti a cerchio nella scuola di Barbiana (un ragazzino più piccolo è al centro della stanza, accanto alla stufa), l’abbia scattata Oliviero Toscani. Ma questo importa poco: contiene la medesima bellezza creativa/sovversiva di molte immagini d’impianto sociale del fotografo milanese, come quelle, per esempio, scattate nella metropolitana di New York (o davanti a Wall Street), i pretini che sorridono alla macchina fotografica nelle strade di Palermo, i bambini morenti per la carestia in Somalia (Oliviero Toscani: Più di 50 anni di magnifici fallimenti; Electa, 2015), o il cieco con la fisarmonica in Oxford Street, a Londra, che risplende di dignità (1962). Qui, come altrove, Oliviero Toscani mostra che l’atto creativo non è un elemento di fuga o elusione dei problemi trattati, ma è una condizione mentale, culturale, politica che profana le speranze istituzionalizzate, banalizzate al rango di pretesti, e -in più- deterge le giustificazioni, le definizioni, gli inganni che contribuiscono a mantenere la magnificenza dei privilegiati sulla disperazione degli Ultimi. La verità della Fotografia (non solo di Oliviero Toscani) vive nobilmente negli avvenimenti che la negano».
Dunque, e chiudiamo: dal Sessantatré di don Lorenzo Milani all’attualità sociale scorre una identificata linea che la fotografia di Oliviero Toscani è capace di identificare e presentare. Nessuna nota critica, per cortesia (non siamo abbastanza amorali per considerarci critici). Ma, soltanto e soprattutto, una indicazione di visione e approccio individuali. In ogni caso, è sempre la stessa questione. Nel considerare la fotografia, ciascuno di noi ha avuto opinioni diverse su ciò che è degno di memoria, ma ognuno ha capito che se possiamo rubare un momento dall’aria (magari con una fotografia), possiamo anche crearne uno tutto nostro.
Magari con una fotografia.

Maurizio Rebuzzini

 

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