Saramago costruisce con la penna una società moderna e futuribile colpita da una strana epidemia, una cecità improvvisa, scientificamente inspiegabile, che coglie gli individui ai semafori, per le strade, nel sonno, durante l’amore: il “mal bianco”. Si immagina la cecità come una tenebra perenne, invece questa umanità malata si trovo immersa in un bianco lattiginoso, brillante ma non per questo meno drammatico e perenne. La quarantena di alcuni focolai, il panico dilagante, lo sgretolamento delle istituzioni: niente e nessuno si salva dall’oceano perlaceo nelle retine. La risultante di una deprivazione sensoriale collettiva è pura barbarie, violenza gratuita, un ritorno allo stato brado delle belve, dove solo i bisogni primari trovano provincia. Promiscuità, sporcizia, fame in un mondo dove solo il più forte sopravvive: homo homini lupus. Le reazioni psicologiche al “mal bianco” portano l’umanità a simili esiti comportamentali: ogni idea, fede o valore vengono rovesciati alle ragioni materiche, corporali, necessitanti di un istinto vitale amorale e feroce. “È di questa pasta che siamo fatti, metà d’indifferenza e metà di cattiveria”; la stessa dignità viene sacrificata alle ragioni della sussistenza. Umanità brancolante, senza equilibrio: gente che si scontra per via, che s’ammazza per un pezzo di pane. Gli impianti saltano, come i governi e il dio denaro cede lo scettro alla pioggia che disseta, al vento che dirada il fetore di morte, agli scaffali dei supermercati risparmiati dalla cieca razzia. Saramago scardina le strutture sociali, tutto ciò che riteniamo scontato nella quotidianità, tutto ciò che guardiamo con indifferenza tutti i giorni, per restituirci il gorgo animale di una natura dimenticata, addomesticata dall’agio. Nei recessi dei tratti comuni della specie la risposta all’orrore è un orrore più grande. La speranza alla fine del libro è consolante, ma cadaverica: un rimorso, una consapevolezza e dopo niente sarà più come prima.

Delia Cardinale

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