Se abbiamo perso il capodanno lunare di settembre, quello che ci accompagna da quando abbiamo iniziato a mettere il diario nello zaino e lo zaino in spalla, non è detto che dobbiamo aspettare la fine di dicembre per lasciar entrare una ventata di freschezza e festeggiare un nuovo anno.
Anche se stasera c’è la nebbia, e questa umidità penetra sottopelle e s’insinua fra la nuca e le spalle; tutt’altro, anzi: se un fascio di nervi si tende come fa il crine di cavallo quando si fa carico dell’umidità dell’aria, spererà nel calore di mani sapienti a scioglierlo, appena arriverà il nuovo inatteso anno. So che sanno farlo, che sono capaci di dirimere ogni mio nodo interno – i torcicolli e le paure – anche se è passato tanto tempo da quel pomeriggio inondato di luce nella città arancione.

Nel capodanno di domani possiamo caricarci di aspettative come fa il mare d’inverno.
Te lo ricordi, il mare d’inverno?
Era limpido, immacolato, brillava di faville di sole ardenti e piccole come i semi che abbiamo sotterrato lungo la via. Sembra che siano persi per sempre, i semi, che siano stati inghiottiti dal terreno, e invece se li innaffiamo germoglieranno, diventeranno alberi, una foresta, che al crepuscolo ci accarezzerà e ci farà venir voglia, di nuovo.

Testo di Manlio Ranieri

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