A Bari non c’è mai niente da fare.
I concerti belli sono tutti lontani.
Non mi trovo pienamente d’accordo con la prima affermazione; purtroppo non posso negare che la seconda abbia più di un fondo di verità, anche se sminuisce il lavoro di chi, con i pochi mezzi a disposizione, cerca di creare qualcosa di bello anche nel profondo sud. Mi riferisco, prima di tutto – ma non ultimo – a un locale come l’Eremo club di Molfetta.
Lunedì sera non avevo nulla da fare; oltretutto mi aspettava una levataccia, l’indomani, per raggiungere una irraggiungibile Lucca (fatta eccezione per i voli per Pisa, che però erano diventati proibitivi). Mi è stato proposto il concerto dei Son Lux, all’Eremo: una band che non conoscevo, di cui avevo ascoltato qualche brano al volo su Spotify; di certo una band che non si può giudicare da un ascolto frettoloso. Ho deciso di andare, più che altro perché mi piace molto il posto. Gli Zen circus, nel loro ultimo concerto lì, hanno detto al pubblico “non sottovalutate l’importanza di avere un posto così bello vicino casa. Dalle nostre parti ce li sogniamo”. E loro vengono dalla Toscana, capite? Quella Toscana in cui, solo quest’anno, ho assistito a 3 grandi concerti di levatura internazionale, due dei quali sold-out nonostante l’ampia capienza del Visarno. Quella Toscana che, per raggiungerla, ho dovuto cambiare tre mezzi all’andata e tre al ritorno, e finalmente potermi godere Nick Cave & the Bad Seeds, dei quali parlerò fra poco.
Ma torniamo all’Eremo.
Alla fine ci sono andato: ho trovato sul palco tre ragazzi trentenni, dall’aria ancor più giovane e, soprattutto, spaesata, che facevano una musica sperimentale, non facile ma molto, molto suggestiva. E l’ambiente si è lasciato suggestionare, fra il grande palco montato sul prato, la brezza marina che accarezzava le note, i salottini di plastica, illuminati sapientemente, l’arco di luminarie tutte pugliesi che incoronava l’ingresso della villa, al lato dell’area concerti estiva. Si è lasciato suggestionare a tal punto dalla musica ipnotica, che alla fine la stessa band è apparsa visibilmente emozionata; certo: non saranno i Pearl jam, e neanche i Placebo, ma per essere approdati a Molfetta, in provincia di Bari, qualche concerto in giro per il mondo devono averlo fatto, non sono proprio adolescenti di primo pelo. E allora io mi son sentito orgoglioso di far parte di quel pubblico che, di lunedì sera, ha scelto di affollare l’Eremo, non facendosi sopraffare dalle serie TV nè dal una laconica pizzaebirra, di lasciarsi trascinare dalle note e dalle atmosfere, far sentire il proprio calore a tre ragazzi venuti dagli States, lasciarli andar via con un ricordo speciale dell’Eremo e della Puglia.

All’alba della mattina successiva, dopo un numero ridicolo di ore di sonno, sono balzato dapprima su un pullman, poi su un treno, poi su un altro, per raggiungere Nick Cave in una città che – bisogna essere onesti – da sola varrebbe il viaggio. E da sotto quel palco ho pensato di augurare lunga vita al Lucca summer festival – che quest’anno ha annoverato, fra gli altri, anche un certo Roger Waters – e lunga vita ad artisti come l’istrionico cantautore australiano, che sul palco veste di un gessato che neanche gli avvocati in tribunale, ma poi libera un’energia paragonabile a quella di Kurt Cobain, ipnotizza con la sua voce calda, emoziona, lancia microfoni in volo, tocca molte mani fra il pubblico, parla con gli spettatori, ne fa salire una cinquantina sul palco per ballare insieme a loro. Un concerto di Nick Cave & the Bad Seeds è un seme che va piantato nelle proprie viscere per lasciarlo germogliare. Un seme cattivo, irriverente, dolce, malinconico, arrabbiato, energico.
Un seme da abbracciare Into my arms per lasciarlo essere quel che desidera.

Cerchiamo di essere positivi, di non impigrirci: si può sempre fare di più, ma se ci lasciamo scappare quelle occasioni buone che ci si materializzano a portata di mano, non abbiamo neanche il diritto di lamentarci, di affermare che non c’è mai nulla di interessante da fare.

Emozioniamoci.

Testo di Manlio Ranieri

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Emozioniamoci.

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