La città era fredda.

Per tutto il giorno un vento freddo e secco l’aveva spazzata violentemente portando prima in alto tutta l’immondizia sfuggita per poi accumularla ai margini. Un pò più spogli e provati alberi e rami. Il sole era calato da circa un’ora, tutto cominciava a prendere un altro ritmo. Crepuscolari di lampioni ed insegne, il rombo delle auto più fievole e rado. L’atmosfera ovattata. Come un cambio di guardia. Spazi circoscritti rimanevano scoperti, nessuno gli avrebbe calpesti per un pò. Quasi come se la scenografia che aveva accompagnato la rappresentazione mattutina prendesse fiato. La città si stava fumando la sigaretta prima della serale. Si asciugava per abitudine il sudore con i tovagliolini dei bar durante l’ happy hour. Fissava il punto della situazione sorseggiando un analcolico intervallando con olive e patatine. Si aggiustava il cravattino, riprendeva il trucco e di nuovo in scena.

Fu proprio in quel momento, quasi coincidente con l’ultima serrata che uscì da un portone al centro di un isolato dal marciapiede alberato. Come al solito sostava qualche secondo lasciando che la porta pian piano le si accostasse dietro le spalle. Le bastava per chiudere con le quattro camere con corridoio e un archivio. Si guardò la mano, non quella con cui teneva la sigaretta. La strinse a pugno ripetutamente per verificare che il sangue avesse ripreso a circolare. Sgonfie. I rivoli verdognoli tornavano a mostrarsi rendendola meno goffa e più suadente. Lo smalto bordeaux ben curato, nessuna imperfezione anche dopo ore di battiture. Controllò il telefono e prese nota. Ruotò verso destra e si incamminò.

Cinquecento metri, parcheggio, chiavi, biglietto, cassa, luci, rampa, strada, semaforo, incrocio, svolta a destra, sempre dritto poi a sinistra, dritto in fondo fino al vialone, alberi, luna, riflessi, lunotto, freccia, vaffanculo, lo pensò ma non lo disse. Non voleva rovinare l’atmosfera. Lungo la statale le luci dei lampioni la ipnotizzavano sempre. Cercava di tenere la stessa velocità quando la percorreva, collaudata, che andava in parallelo con quello che poteva essere il sub-ritmo del suo conscio. Musica, che fortuna quando girava proprio quel pezzo, clima. Così avrebbe potuto percorrere chilometri e chilometri pensando a tutto e a niente contemporaneamente. Toccava un problema ne sfioravano un altro, tornavano indietro, immagini davanti agli occhi, forse qualche smorfia trovandosi a volte senza accorgersene con una sigaretta accesa mentre la stava ciccando fuori dal finestrino. Ecco il perché di quel freddo. Si riaveva come da un sonno ristoratore, quasi intorpidita, stranamente ripulita da quella patina stantia che le si accumulava sfogliando, leggendo appuntando idiozie prese dai rotocalchi o da qualunque altre robaccia vendesse più di due copie. Altro messaggio. Controllò il telefono, era già arrivato. Lei ancora guidava. L’ avrebbe aspetta, solo il tempo di un parcheggio decente.

Si avvolse nello sciarpone che conservava ancore tracce di profumo dalla mattina. Due giri e un nodo, parte del mento non era più visibile. Si tolse gli occhiali, vedeva benissimo anche senza. Nel lunotto un pò di rossetto, strinse le labbra, andava bene. Ancora qualche goccia, sui polsi, dietro le orecchie, tra i seni preferiva l’odore caldo della sua pelle.

Era poco distante ormai. Un brivido. Una presa forte dietro la nuca. Senza fermarsi allungo lo sguardo in tutte le direzioni. Trovò le chiavi della macchina nella borsa, si girò reinserì l’allarme rallentando leggermente il passo. Niente neanche dietro. Continuò. Guardò le finestre su entrambi i lati, primo e secondo piano, nessun vicolo. Infilò entrambe le mani nelle tasche del cappotto, sposto gli anelli, chinò il capo. Ora quasi tutto il viso sotto il naso era nascosto. Fermo, ormai a pochi metri una quindicina circa, fermo immobile, mani in tasca, volto dritto. Lo vedeva di lato, tutto il profilo, guardava il lato opposto sul bordo del marciapiede, due metri liberi nessuno alle sue spalle.

Che cazzo stava succedendo. Lo superò. C’era un portone. Aprì la borsa, mosse un pò di roba in superficie, andò a fondo, scavò rivoltando il contenuto, alzò la testa, il vetro riusciva a riflettere, lei in primo piano e circa una ventina di metri nelle due direzioni della strada. Era sempre fermo. Le dava ancora le spalle, un gatto in cima al bidone dell’indifferenziata annusava timidamente.

Cazzo.

Ancora qualche secondo per pensare. Guardò i nomi scritti uno sotto l’altro disposti su due file. Si voltò ora verso la strada, sbuffò e si appoggio con la schiena. Rimase  ferma, non capiva, non riusciva a capire, nulla di interpretabile. Lo sapeva che era lì. Non sceglievano mai lo stesso posto, non potevano. Nessuna l’aveva seguita. Nessuno aveva seguito lui. Nulla di strano lungo la strada. Ma ancora non si voltava. Il display del telefono le illuminò il viso. Cercò di armeggiare mentre iniziava ad incamminarsi. Sarebbe ritornata alla macchina, percorso inverso, nulla di strano. Quel tizio stava aspettando qualcuno che era in ritardo o non si sarebbe mai presentato. Lei avrebbe recuperato le chiavi di casa da qualche parente o amico. Conosceva gli altri inquilini, chi le avrebbe aperto a quell’ora non era in casa ma ancora a lavoro o in qualche bar. La gente ragiona tutta alla stessa maniera, pensò.

“Aspetta.”

Lo sentì appena nonostante il silenzio, ebbe il dubbio di esserselo immaginato.

Si, decisamente qualcosa non andava.

Si accostò a lui, di lato, lo vedeva ancora di profilo.

Continuò a guardare diritto mentre il corpo cominciava a porgersi a lei di fronte.

Rumore sordo, come un tonfo. Non perse l’equilibrio. Solo la testa, il volto, gli occhi, ora erano rivolti nuovamente verso il porte, il vetro la maniglia, l’ingresso di un posto completamente anonimo tranne per quelle persone di cui conosceva e ricordava nome cognome ed eventuale coniuge o professione. Si sarebbe dovuta tranquillizzare. Nessuno gli aveva seguiti. Nessuno gli avrebbe poggiato la canna di una pistola dietro la schiena o se fortunati alla nuca. Pochi attimi per elaborare. Pochi secondi per riaversi dal colpo e trovare mezzi e misure per reagire. Era integra. Sentì che il lato destra della faccia cominciava a scaldarsi e a pungere. Rimase zitta, assorta, in contemplazione, tempo in cui cercò di passare in rassegna gli eventi delle ultime 11 ore, da quando si erano lasciati dopo aver fatto colazione. Era uscito prima di lei. Di solito andavano via insieme. Aveva un appuntamento preso all’ultimo momento, presto, prima di arrivare in ufficio. Il tipo era noto per la sua puntualità, sarebbe arrivato in anticipo e lo avrebbe aspettato. Che bastardo, aveva pensato sorseggiando il caffè latte, voleva avere la prima parola per garantirsi anche l’ultima. Qualcosa di importante per indurlo a quelle pratiche già di prima mattina. Cercò, scavò, ma non capì il perché di quel gesto. Come poteva, nessuna avvisaglia. Anche dopo. Solito messaggino, solito appuntamento, come solevano chiamarlo. Ma altro non era che vedersi dopo il lavoro, decidere il posto, albergo, pensione, macchina non faceva differenza e scopare. Come facevano gli amanti. Essere amanti ancora dopo tanto tempo. Sempre loro ma diversi. Forse più giovani, più piccoli, forse con gli occhi meno profondi. Forse come chi ancora si accontenta e si sottomette al desiderio di quello che è ancora gustoso e prelibato perché sconosciuto. Forse per ricordare qualcosa.

Quella parentesi che avevano pianificato avrebbe ravvivato il loro rapporto, così avrebbe detto dall’altro capo di una scrivania uno strizza. Volevano solo provare ad incontrare altre persone. Ma incontrare altre persone per davvero? Impensabile. Che cazzo avrebbero capito? Dove cazzo avrebbero messo le mani dei banali sconosciuti? Subire la frustrazione nel vedere pavoneggiare il mal capitato nel tentativo di conquista o in quello di resistere a chi aveva già toccato tutte le corde giuste a ritmo di valzer. Si erano sottratti a quella satinata barbarie della vita bene da tempo. Le era capitato di vederlo all’opera, sempre per quelle faccende di cui si occupavano dopo il lavoro e si era sempre meravigliata di come, solo dopo poche battute, in maniera quasi sincrona, i visi delle ignare opponevano inutilmente una serietà che le linee, le curve, le pieghe degli occhi tradivano platealmente, sembrando ora quelle di un cerbiatto, spalancati ricurvi all’esterno verso il basso e il leggero tremolio delle labbra nel proferire le più svariate banalità di circostanza. Come chi ansima e langue, brama e si rassegna a farsi banchetto perché non potrebbe anche se volesse sottrarsi a quelle fauci così suadenti. Per non parlare poi delle gambe. Delle cosce. Non le serviva osservarlo. Timidamente, un gesto impercettibile, di chiusura. Le ginocchia che si piegavano di uno o forse due gradi a seconda del colore dei capelli e dell’ocaggine del soggetto, quasi a trattenere qualcosa che poteva scivolare via, uscire fuori, perdersi per terra. Un prurito che non andava lenito in pubblico.

Avevano fatto altre cazzate insieme, quindi anche questa non era sembrata tanto strana.

Lo vedeva bene adesso. Non c’era nessuno ad aspettarli, nessuna minaccia: Allora?

Semplicemente non avrebbe lasciato correre la cosa.

Chissà come aveva saputo che quella non era l’unica divagazione che si era concessa.

Però questa senza di lui.

Riprese la posizione. Lo guardava negli occhi. Nessun senso di colpa, non avrebbe potuto dirglielo cristo, dopo quello che le aveva raccontato. Condividere una cosa del genere con lui era impensabile. Tutto sommato era una reazione prevedibile pensò. C’era stata attenta e comunque era successo appena il giorno prima e l’ago se l’era infilato tra le dita dei piedi. Un male cane ma sul braccio sarebbe stato davvero da idioti. L’indomani, sotto la doccia semmai avesse notato qualcosa, si sarebbe trattato di un incidente con un paio d’infradito. Una cazzata tanto semplice da poter essere vera. Ce la poteva fare, aveva pensato. Le bugie le sapeva dire ma dirle a lui era un’altra cosa. Se erano rimasti insieme era perché si erano riconosciuti.

Pasta della stessa terra sotto lo stesso cielo. E altro non c’era da dire o da spiegare.

Aveva preso quella cazzo di coca, quella che avevano messo nel piccolo bauletto con le mappe disegnate sopra, proprio sul comò, bene in vista, trovata la settimana prima mentre ripulivano un tizio di quella e di altre cazzate che gli erano rimaste nelle tasche. Il primo giorno di mare calmo, un giro in barca e se ne sarebbero liberati. Ne aveva presa una piccola quantità per non far sembrare l’ammanco e aveva deciso di assumerla per via non tradizionale. Non quella abituale che conoscevano entrambi benissimo e che fino a qualche anno prima gli aveva alleggerito il portafoglio e non di poco. Si, ce la poteva fare.

La guancia le doleva. Quanto cazzo era forte merda.

Solo una smorfia che mostrò un canino adrenalinico e dolente. Distinto visualizzò la giugulare. Il leggero battito come una piccola increspatura su un lenzuolo teso. Non era accelerato, era calmo, fermo, fisso, piantato come un cazzo di macigno gigante in una cazzo di landa sperduta e desolata. Che poteva fare?

Mentire in anticipo? Negare un’evidenza perché fino a quel momento, fino a prova contraria, era stata solo una sua percezione? Impensabile. L’atmosfera era grave e pesante e lei ne era avvolta come quasi l’intero isolato. Gridare, arrabbiarsi, dirgli di farsi i cazzi suoi? Sorrise. Si vide dal di fuori mentre abbassava la testa. Pensò interiormente a quell’assurdità per non dargli la soddisfazione. Una stronzata da donnetta isterica, da diva disperata nelle sue quattro mura domestiche in cerca d’attenzione, sventolante un fazzoletto bianco intriso di lacrime finte. Un pò come le attricette dei film in bianco e nero. Oscenamente cagne e finte.

La loro indole gli spingeva sempre e comunque a tirar fuori gli artigli, anche sul come condire l’insalata quando decidevano di accendere due candele e sedersi ai capi opposti del tavolo e lui non ci gradiva il limone mentre lei l’aceto. Una disputa gastronomica all’arma bianca tra due morti di fame. Una guerra all’ultimo sangue in cui non erano previsti prigionieri e che non aveva mai visto sventolare bandiere bianche. Quando erano ormai sfiniti, si baciavano. E tutte le volte sembravano suggellare ancora e ancora quel patto, quella dichiarazione di resa ai reciproci inferni dell’anima. Lingue umide, labbra morbide, corpi perfettamente combacianti e una strana alchimia che spegneva la luce intorno a loro.

Ma non la fame. No. La fame, quella, non si spegneva mai.

Che fare allora. Le aveva piantato gli occhi fissi addosso. La faccia ormai cera candida e imperturbabile.

Nel dubbio ricambiò. Una sberla, veloce, sonora, a mano aperta, ruotando spalla e bacino all’unisono.

In realtà non seppe mai chi si fosse fatto più male.

Le dolevano dita, palmo e polso. Gli zigomi molto pronunciati, provati, incalliti forse. Di schiaffi di quel tipo ne aveva dati. Stordivano, disorientavano. Ma era perfettamente conscia, nessun effetto. Gli aveva visto incassare di peggio senza che la maschera facesse una grinza. Quando oramai era calzata, le cose avevano voltato l’angolo e percorrevano ora una stradina lunga e stretta che portava dritta verso un luogo buio. La porticina, quella piccola, segreta, distante, nascosta in fondo al suo cervello proprio ad impedire che fosse aperta per sbaglio, ora le sembrò che fosse spalancata, divelta, rovinosamente sparpagliata in tanti pezzi con le punte acuminate.

Quanto rimasero cosi uno di fronte all’altra in silenzio? Poco, tanto?

Poco alla fine per poter far pensare ad un passante che stessero litigando. Molto, troppo, per due che si erano scontrati per strada distratti e assorti dalle loro vite o da un cazzo di telefono.

Lui lo sapeva lei ci stava arrivando. Come aveva a fatto?

Cazzo. Si. L’odore.

Ripensò quindi a quante volte avevano allontanato a spintoni e male parole in via del tutto preventiva, quei dannati dall’aria apposto e cortese alla ricerca dello scippo facile ma alle persone sbagliate in quel caso. Sapevano riconoscere quell’odore, stantio, grigio, rotondo e morbido che in molte occasione era bastato perché si saltassero addosso e cominciassero a sudare. Indelebile, almeno fino a quando l’intero organismo non ne avesse smaltito anche l’ultimo milligrammo. Quante volte avevano fatto il favore di risparmiare qualche livido a chi si era ridotto a certi sotterfugi per lucidarsi la testa o si erano scambiati qualche occhiatina complice sedendo al tavolino accanto a coppie di sedicenni intenti a cavalcare la vita più velocemente del dovuto.

Abbassò lo sguardo.

Un mezzo sorrisetto le si disegnò spontaneo così come l’arricciatura sul naso. Non se lo immaginò questa volta. Non voleva sottrarsi al suo sguardo.

Nascondersi? Nascondere quello che sentiva, il perché di quel gesto, quello che conteneva e significava? Sarebbe stato come nascondersi a se stessa e questo non aveva mai avuto senso.

Un piccolo passo, porto in avanti una gamba quasi inconsciamente. Poi l’altra. Era a pochi centimetri ora. Sentiva il calore del suo corpo e anche quella gelida determinazione. Buio e silenzio. Il mondo aveva smesso di esistere. Il mondo non aveva mai avuto alcuna importanza.

Uno bacio come tra discoli dispettosi, scomposto e scoordinato.

Uno bacio con le labbra che si schiacciano e i nasi che si cozzano.

Un bacio frettoloso e acerbo che sanciva la pace in quella lunga e difficile discussione che nessuno dei due avrebbe voluto si prolungasse oltre.

Uno stupido bacio che chiudeva una trattativa afona, tra pari, che dovevano arrivare ad un accordo.

Altro non avrebbe avuto alcun senso.

Lentamente sangue e carne si riappropriavano della cera. Acqua che si infiltra a fatica nel vetro emettendo un acuto stridio e gli restituisce spessore e plasticità.

Le ossa, pressate dai muscoli, emisero piccoli schiocchi.

Si voltarono e non si fermarono.

Alla fine stavano ancora giocando agli amanti. Si sarebbero visti a casa come una coppia qualsiasi ridotta alla routine di una vita di merda. Solo che oggi, dopo aver cenato, dopo aver visto un po di tele e sbadigliato fino alle lacrime, oggi, avrebbero fatto l’amore.

Come cani. Come meticci arrabbiati sotto la pioggia. Guaendo e ringhiando, indegni perfino di dissetarsi da una pozzanghera putrida. Perché era così che si sentivano. Era così che volevano essere.

Questo era quello che erano. Randagi.

Ph: Solo gli amanti sopravvivono

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*