–          Ciao, quanti siete qui?

–          Ci sono solo io.

–          Allora ti va se lo vediamo insieme lo spettacolo?

Tolgo il cappotto, la sciarpa e appendo tutto giusto dietro di me perché per ora non ne voglio sapere niente di quell’altra vita che dura sei ore al giorno. Il ragazzo che è seduto alla mia sinistra ha gli occhi grandi e belli, di quella bellezza che ha la giovinezza quando sboccia. Le ciglia lunghissime e i capelli pettinati di lato con le dita soltanto.

–          Secondo te inizierà puntale?

–          Non lo so, spero di si, in genere qui a teatro si rispettano gli orari sennò poi è un casino; io ci vengo spesso, tu no?

–          No, ci son venuto una volta con la scuola ma poi boh, mi son perso. Tu sei qui perché sei amica di Toni?

–          Si, ci siamo conosciuti da piccoli, viviamo nello stesso paese ma non ci siamo visti per anni. Poi l’altro giorno ho chiesto di incontrarlo, gli ho fatto qualche domanda e abbiamo pubblicato tutto sul magazine su cui scrivo.

–          Ah, ma quindi scrivi su un magazine.

–          Si, scrivo ma sono una traduttrice.

–          Wow, ma allora sei una persona importante!

–          Nooo, se le persone si credono importanti vuol dire che stanno per morire. O forse che sono già morte e non lo sanno neppure.

–          Mmmh, sono troppo piccolo per capire queste cose. Che bello però: scrivi, poi traduci, fai proprio una bella vita tu!

Per un momento penso alla sveglia che domattina suonerà alle sei e mezzo per ricordarmi che mi devo guadagnare la pagnotta: le cuffie, la postazione, i miei colleghi, come posso esserle utile?

Ma lui sta sognando. Ed è giusto così.

–          Sì! Sì sì, faccio veramente una bella vita.

Sorrido. Sorrido fiera.

–          E tu lo conosci Toni?

–          Sono un allievo.

Raddrizza la schiena, mi guarda con gli occhi sorridenti e forse un po’ orgogliosi, porta le mani sotto le gambe, dondola leggermente e poi me le mostra: io sono solo un dilettante però.

E intanto la passione gliela leggo negli occhi, come una luce che riempie e ingloba tutto il velluto rosso del palco terz’ordine in cui ci troviamo. Ci provo sempre a resistere, a non sentire troppo le cose ma non ce faccio, giuro, mi sta scoppiando il cuore.

–          Qual è il tuo spettacolo preferito? E qual è l’ultimo che hai visto? Che poi perché ti piace così tanto il teatro? E perché i palchi dovrebbero costare meno della platea? Sono così belli ed eleganti.

Accarezza il velluto del balconcino e si guarda intorno.

–          Te ne sei accorta che quell’orologio è fermo? Perché non lo sistema nessuno? Quando l’hanno costruito questo teatro? Ehi, signora, hanno spento le luci. Shhhh.

Toni ha la maglia di basket che indossava da ragazzo e fa rimbalzare un pallone che boom, boom, rimbalza e intanto mi riporta indietro, molto indietro a quando non c’era niente di quello che siamo ora e si scriveva e si suonava. Piccoli. Sognatori. Che siamo diventati. La voce di Clio lo richiama all’ordine, ai compiti da fare, agli esercizi ma no, no. Quel no che mi risuona dentro. Non voglio smettere. Lasciatemi qua. Ma non serve a niente. Non fa niente. Voglio stare qua. No.

Il nome del mio paese sta risuonando tra le mura di un teatro e non solo tra le righe di un articolo di cronaca nera. Finalmente. Che poi cultura e cronaca stanno accanto no? Già.

Te lo ricordi quando eravamo piccoli? E intanto tu ora stai là, sul palco di un teatro a realizzare un sogno che poco poco è pure il mio e anche il suo, che ti guarda innamorato. Il suo maestro. Suona Toni, suona che mi sto emozionando. Che intanto rivedo tuo padre mentre ti accompagna ovunque. Sulle onde di un sogno che poi tanto impossibile non era. Mio padre invece. Mio padre.

Come quando qualcuno ti supporta e ci crede in te, ci crede veramente nonostante i bisogni del conservatorio, le classi di fiati che si devono formare, il fatto che invece tu, tu vuoi suonare il pianoforte. E la coscienza lo sa e l’ha sempre saputo, anche quando le dicevi di star zitta e ferma in un angolino a non disturbare. Che ho altro da fare e poi comunque mi fai stare male. Stai zitta che agli altri non importa nulla di quello che suono. E invece ci importa, ci importa eccome se ci regali un po’ di te e fai suonare gli oggetti, i mazzi di chiavi, la gola e un rotolo di scotch. Pure un rotolo di scotch può suonare: la bellezza delle cose piccole. Degli occhi che sanno guardare lì dove io non arrivo.

Il ragazzo accanto a me si avvicina al mio orecchio sinistro e mi sussurra:

–          Per me è un genio.

E mentre lo guardo e gli sorrido non mi accorgo che gli sto accarezzando la guancia. Deve essere questa la tenerezza.

La tua coscienza che intanto parla le tue intenzione e balla le tue note e le gira la testa. Una testa su cui ruotano i tuoi cappelli e i ricordi e i progetti. Le giacche paillettate, la tastiera piccolina con cui hai iniziato a sognare e a creare. Bellezza.

Perdiamo tanto di quel tempo, davvero, a fare cose che non ci interessano veramente, che non ci rendono felici, tanti di quei soldi a comprare cose che non ci servono, tante di quelle foto per piacere agli altri. Gli altri. 80000 emozioni al giorno che ne fanno una al secondo. Il tempo. Il tempo che ci rincorre e intanto ci benedice. Noi e i nostri sogni. Da non sprecare.

Hai capito ragazzino?

 

Cristina Carlà

 

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