Ci sono parole che nella nostra testa sono associate indissolubilmente a dei luoghi.

Si svuotano di senso lontano da lì, impronunciabili o inopportune se fuori dalla cornice contestuale in cui le abbiamo prudentemente collocate.

Prendiamo la parola Degente, per definizione è colui che trascorre i giorni in uno stesso luogo, principalmente per malattia.

Nel nostro immaginario è legato alla permanenza in ospedale, alle corsie illuminate dai neon, allo stridore delle suole sui pavimenti in linoleum.

Un piccolo microcosmo in cui il tempo scorre così lentamente da sembrare immobile.

Un piccolo mondo con i suoi ritmi, le sue scadenze, in cui si intrecciano storie e si costruiscono relazioni tra sconosciuti. Tutto il resto è fuori e sembra appartenere ad un’altra esistenza.

I giorni trascorrono sempre uguali, il tempo si dilata e si restringe seguendo una routine che diventa àncora di salvezza .

Ma come spesso accade nella vita anche questa parola è molto più di quello che appare.

Deriva dal latino degens-entis, participio presente di degere: trascorrere, passare la vita.

Mi fa pensare  a chi rimane fermo ad aspettare che gli eventi lo sovrastino, in un immobilismo inerme, lasciandosi attraversare dalle esperienze, come l’acqua attraversa un passino.

Degente, colui che abita la vita come se abitasse una stanza di ospedale, in eterna attesa, in un limbo senza tempo, distaccato dai sogni, dai propositi, forse ormai anche senza aspettative.

Quante volte nella vita siamo stati degenti? Bloccati in uno stesso luogo, fisico o mentale, sotto l’effetto di terapie confortevoli che ci proteggevano dalla fatica di dover intervenire con decisione.

Almeno una volta abbiamo preferito passare la vita piuttosto che viverla.

Protetti dal tepore delle coperte, anestetizzati per non correre il rischio di affrontare il mondo fuori e in fondo felici di avere qualcuno che ci curasse nel nostro nido, per quanto scomodo, inadeguato forse neanche completamente nostro, ma sempre e comunque un nido.

Quante volte abbiamo vissuto da degenti?quante volte abbiamo lasciato che la vita trascorresse e noi lì, seduti, in attesa di una dimissione.

 Nicla Gadaleta

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