Le ottoemezza del mattino di un dì di festa.
Un orario strano, che vorrebbe esser di luce, invece s’è svegliato brumoso, crepuscolare
Nel mio sogno è un’alba attardata, liscia, tagliente e ventosa, che guardo dall’esterno,
anche se il mio esterno è racchiuso in confini bui, come la sala di un cinema,
come una prigione.
Nel mio sogno, in quell’aurora marittima, dai colori purpurei e violacei, ti chiedi dove sono mentre io, in preda a una violenza inaudita, infarcita di frustrazione e gelosia, devasto le vie della città
Ancora buie
Ancora assonnate
attonite davanti alla mia rabbia cieca.

Le parole che non diciamo
ritardano il sorgere del sole e distruggono innocenti suppellettili metropolitane,
avvizziscono i nostri corpi
in menopause precoci, in andropause incredule
che soggiungono proprio nel momento in cui il mio corpo iniziava a scoprirsi
a scoprire di esistere
di essere
di saper essere.
Le parole che non diciamo
Sono la nostra prigione e la nostra condanna
Stropicciano una perfetta giornata di sole in una cartaccia abbandonata per strada
che non ha più voglia
Come se fossimo già morti
Come se fossimo già cenere.

Le parole che non diciamo ci lasciano a impanarci nel dubbio
che il silenzio sia il vuoto che si cela
dietro l’incapacità di dirsi che in realtà
il vuoto è tutto ciò che rimane

Testo e fotografia di Manlio Ranieri

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Le otto e mezza del mattino di Manlio Ranieri è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.
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