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Quarta di copertina

«Ho rimorchiato una tipa» le disse, era per la coca, non si vantava di solito. Ma Rossana lo sapeva e lo capiva, era quello il bello. Con certe persone sai di non essere mai sbagliato.

L’amore ai tempi della droga è un modo per toccarsi senza essere realmente vicini. Amore chimico è la storia di giovani in cerca di risposte e identità, in precario equilibrio sul filo della vita.

© tutti i diritti riservati

è possibile riprodurre in parte citando la fonte.

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segue da parte 8

LA STANZA CHE NON C’É

La stanza è quasi buia, illuminata dalla fioca luce di candele in disfacimento, sulle pareti scure foto da cui non è possibile scorgere i volti.

Una voce in farsetto canta una litania, sembra una voce senza età, potrebbe essere quella di un bimbo o di una vecchia.

Drappi di seta nera sfilacciati danzano leggeri, come mossi da quella voce.

Poi il tono cambia, si fa più acuto, poi piano ridiscende, sino a diventare un rantolo. Come quello che farebbe un assassino impiccato, con la lingua di fuori e le gambe che sbattono.

Poi il silenzio, i drappi di seta si fermano, e una foto comincia a bruciare sulla fiamma di una candela. Dita affusolate la lasciano cadere, in una ciotola di ceramica, e lì continua a bruciare… Si accartoccia…

Mentre il fumo nero si diffonde denso, e una risata, come quella di un matto chiuso in una grotta, fa ululare i cani e correr via i gatti per la strada.

 UNA NOTTE

Le lenzuola si mossero, illuminate solo dalla luce bianca della luna.

«Come stai?» le chiese Matteo guardandola negli occhi.

«Bene» disse Lana, anche lei lo guardava.

«Tu?»

«Mai stato meglio.»

Lei sorrise e stropicciò lo sguardo, lo abbracciò e lui sentì ancora il suo odore. I capelli di lei erano come quelli di una fantastica Medusa. Folti e scompigliati, posati così, sul cuscino, a coprirle parte del viso, erano come una macchia di colore ad olio su un quadro.

Lui la baciò, sulla tempia, e lei lo strinse forte, ancora di più.

«Come va con Silvia?» chiese lei.

«Così… sto pensando di allontanarla.»

«Perché?» un po’ allarmata, drizzandosi sulla schiena.

Lui la guardò negli occhi chiari.

«Non mi va di sentirmi legato.»

‘A lei’, pensò di aggiungere, ma le sue labbra non si mossero e poi non lo credeva sino in fondo.

«Ah!… Se è questo che vuoi va bene. Lei sembra molto presa da te.»

«Ne ha motivo?» chiese Matteo.

Lei sorrise ancora: «Beh, qualche motivo direi che ce l’ha!».

Infilò il suo naso sotto l’orecchio di Matteo e respirò a fondo.

«Che buon odore che hai.»

«Anche il tuo mi fa ammattire.»

«Non lo fai per noi che lasci Silvia. Vero?»

«No» fece lui senza guardarla.

«Io voglio che tu stia bene» disse Lana.

«Io sto bene.»

«Dico davvero. Tu neanche ti accorgi di quanto bisogno hai di cose belle.»

«Ho te.»

«Sono bella per te?»… e sembrava non credergli.

Lui si voltò verso di lei e la baciò sulle labbra, morbide e carnose, le ficcò la lingua in bocca, poi le baciò il viso, il collo, la baciò sugli occhi e di nuovo sulle labbra.

Lei cominciò a respirare più forte e inarcò la schiena, lui le mise le mani tra i capelli. Ci si tuffò dentro facendoli scorrere tra le sue dita, poi le graffiò piano la schiena.

«Sei bellissima.»

Lana aprì le gambe e lui fu di nuovo dentro di lei, mentre continuavano a baciarsi. Ogni bacio sembrava l’ultimo prima di un addio.

Si guardavano negli occhi, con due centimetri, anni luce, e niente tra di loro.

Poi lei fu sopra di lui, col lenzuolo che scivolava dalla sua schiena, coi capelli arruffati, i seni dritti come a scoppiare, il ventre sinuoso che si muoveva.

«Cosa vuoi?» chiese Lana con la voce calda mentre lo scopava.

«Cosa?» fece lui.

«Cosa vuoi?» ripeté lei, col suo sguardo fisso in quello di Matteo, le sue mani e le sue unghie sul suo petto.

«Voglio te.»

Poi furono una cosa sola, un corpo un’anima un brivido e infine un abbraccio.

La mattina successiva, quando Matteo si svegliò, lei non c’era, se l’era portata via la prima luce del sole. Sul cuscino, che ancora conservava il suo odore, era posata una tavoletta di cioccolata, carta viola e un biglietto giallo appiccicato sopra.

Matteo prese la cioccolata e lesse il biglietto.

«Una delle cose più buone del mondo… per me.»

Matteo scartò la tavoletta e diede un morso.

Lui preferiva il fondente.

 DENTRO LA SCENA

 LANA

Andò al cinema, davano un film francese che la ispirava.

Marco non era un grande intenditore, gli piacevano i film di azione, diceva di andare al cinema per distrarsi. Come faceva a distrarsi senza uno straccio di trama Lana lo ignorava.

Il cinema per lei era perdersi dentro una storia, andare al di là delle due dimensioni dello schermo. Non essere più seduta su una comoda poltrona di velluto ma su un ponte della Senna, con l’aria fredda, l’umido sulla pelle e il rumore del fiume di fondo. Se si distraeva, se guardava di sfuggita le luci verdi delle uscite di emergenza, o Marco mentre dava un sorso a quello che aveva da bere, non stava guardando un buon film. Ciò che davvero la estasiava era il momento preciso in cui si sentiva risucchiata, dalla poltrona di velluto al centro della scena. Era come un brivido magico.

L’altra cosa che la faceva impazzire era quella sorte di affetto, o di antipatia, che provava per i personaggi sul nastro di cellulosa. I loro amori, le loro passioni, le loro sofferenze diventavano sue e quasi si dispiaceva quando la musica si alzava di tono e scorrevano i titoli di coda, quando la gente in sala tornava al suo brusio e si affrettava ad uscire fuori a fumare o a prendere una boccata d’aria. Lana in genere se ne stava lì, seduta, lasciava scorrere i nomi dei macchinisti, degli assistenti alla produzione, ascoltava l’ultima nota e vedeva lo schermo tornare bianco. Era per lei come un modo graduale di tornare alla realtà, un farsi coraggio che non avrebbe più saputo nulla dei personaggi che per circa due ore erano stati tutto il suo universo. Li lasciava così, sospesi dove il regista e lo sceneggiatore avevano deciso, con una punta di romantico rimpianto dentro il cuore. A volte si divertiva a far proseguire i loro destini con la sua immaginazione, quando era nel proprio letto caldo e si apprestava a dormire.

Provava una sorte di invidia per chi aveva la fortuna di fare il regista, non era tanto per l’emozione che si poteva provocare, a centinaia di chilometri o ad anni di distanza dal proprio lavoro. Era per lo più per l’estasi che si doveva provare nel farlo.

Sentirsi al centro della scena come uno spettatore ma mentre la si sta costruendo, inventando. Come se in uno spazio vuoto e bianco, piano venissero su muri e coi muri le case, strade, alberi e un cielo trapuntato di stelle, persone a passeggio con cagnozzi al guinzaglio e stupide donne in stupide pellicce, lampioni accesi, un ragazzo che vende i giornali e magari una ragazza dall’aria sognante, con una lettera d’amore stretta al petto.

Quando Lana si sedeva al tavolo da disegno e lavorava, cercava di seguire lo stesso criterio. L’essere umano era al centro del suo lavoro. Poco importava se doveva calarsi nei panni di una bimba di tre anni mentre lavorava sul progetto di un asilo, o di un anziano signore mentre progettava un giardinetto di quartiere. Ogni habitat doveva avere questo cardine. L’altra cosa indispensabile era saper rendere ecosostenibile ogni progetto.

Nella sala finirono gli spot, si abbassarono le luci e calò il silenzio. Lana strinse il bracciolo della poltrona di velluto rosso e la mano di Marco.

Il film cominciava.

 PARADISI DI PLASTICA

Ci abbiamo messo una vita ad arrivare, camminando con le auto in mezzo a una notte buia come la fame. Avevamo tutti fretta, la fotta di ballare, di scaricarci, ci era rimasta addosso troppo a lungo.

Il risultato era che dopo due ore eravamo tutti incazzati, chi con se stesso chi con qualcun altro del gruppo.

Simone non faceva che telefonare al numero che era segnato sul fly, quando il telefono non era muto o irraggiungibile era riuscito a parlare con un tipo, che in accento romano gli aveva dato indicazioni fumose e vaghe su dove era la festa, alla quarta telefonata già Simo aveva alzato il tono della voce e preso a male parole il tipo.

«Questi rotti in culo sono di Roma e organizzano una festa in Lombardia, potevano almeno mettere una cartina del posto sul fly.»

Aveva detto dopo aver riagganciato il telefono muto come un muro.

«Se! Così magari ci trovavamo gli sbirri a questa cazzo di festa maledetta» aveva risposto Jenny.

Nella macchina di Simo eravamo io, lui, Jenny e «Amore mio» così Jenny chiamava la tipa dai capelli viola che aveva rimorchiato pochi giorni prima.

Simone alla frase di Jenny aveva risposto con un’occhiataccia e un silenzio pesante.

Poco più dietro c’erano Elettro col suo fuoristrada verde e con lui Sandrino Melissa Vane e Magda.

Magda viveva con Melissa da un paio di mesi, era venuta dall’Ucraina per studiare, in realtà era molto più interessata a ogni tipo possibile di sballo, era stata lei a distribuire quartini di trip a tutta la comitiva prima di partire.

Sapevo che il viaggio era lungo, sapevo che se salivano i trip ed eravamo ancora nelle macchine ci avrebbe preso male, nonostante tutto avevo allungato la lingua in fuori quando era venuto il mio turno e preso il piccolo pezzo di cartone.

Entrati in Lombardia i trip erano già saliti e della festa neanche l’ombra, ci eravamo fermati in una stazione di servizio per chiedere informazioni e Magda aveva messo in bocca a ognuno un altro quartino.

‘No, grazie’ tra noi erano parole cadute in disuso.

Così Sandrino aveva litigato con Simo perché non erano d’accordo sulla strada da fare, Jenny aveva litigato con ‘Amore mio’ perché a suo dire si drogava troppo e ‘Amore mio’ aveva litigato con Jenny perché le diceva così poco dopo aver mandato giù un altro quartino e non certo prima.

Eravamo andati via dalla pompa di benzina perché facevamo troppo casino e Vane aveva paura che arrivassero gli sbirri.

«Minchia, che è tutta ‘sta paura degli sbirri?» le aveva detto Elettro.

«A parte che stiamo tutti di fuori, tu talmente tanto da non rendertene conto, io ho trenta grammi di fumo da smazzare e non voglio rovinarmi la serata perché non riusciamo a star calmi.»

A questo punto era stato Elettro a dare i numeri con Vane, che quando saliva in macchina con lui non doveva portare storie da smazzare o comunque per correttezza lo doveva avvisare prima.

Risultato: Vane era passata in macchina con Simo e io con Elettro e company, perché Jenny e ‘Amore mio’ non volevano saperne di separarsi, anche se avevano appena litigato. Comunque sia, cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia.

Eravamo risaliti in macchina e schizzati al volo, tutti a questo punto con la “para” più o meno velata degli sbirri.

Dopo un’ora la festa non si era ancora trovata, l’altro quartino era salito e con lui i vari strippi che si mischiavano e scambiavano da una macchina all’altra.

Quando quasi non ci credevamo più, avevo chiesto ad Elettro di girare per una via sterrata, lui mi aveva guardato con uno sguardo sottile e dubbioso ma aveva voltato, Simo che da poco era passato dietro di noi ci aveva seguito.

Poi senza neanche guardare la strada avevo detto.

«La prossima a destra.»

Elettro mi aveva ancora guardato con quegli occhi sottili ma aveva voltato a destra al momento giusto. Eravamo andati avanti così per un po’, tutti in silenzio con solo la mia voce a dare poche e telegrafiche indicazioni.

«Sei sicuro?» aveva chiesto dopo un po’ Elettro.

«Sento l’odore della festa» avevo detto io.

Lui non ci aveva trovato nulla di strano e aveva continuato a guidare nelle stradine fitte di bosco e sconquassate; dopo poco della festa si era cominciata a sentire la musica, poi a vedere le luci e altre auto arroccate, parcheggiate con equilibri assurdi in quel buco che solo così avremmo potuto trovare.

Scesi dalle macchine avevamo tutti i visi più distesi, Magda aveva fatto il suo solito giro ficcando in bocca a ognuno un altro quartino di trip, Simo aveva chiesto: «Come cazzo l’avete trovata?».

Elettro aveva detto: «È stato Matteo che ne ha sentito l’odore».

Anche Simo non ci aveva trovato nulla di strano, mi aveva posato una mano sulla spalla e aveva detto: «Ora ci sfasciamo».

Avevo sorriso e guardato gli altri, coi visi che piano andavano illuminandosi al riverbero del sole che stava per nascere. Timidi spuntavano sorrisi tra chi poco prima non faceva che urlarsi addosso.

Vane si era messa a caricare un cylum e Simo era partito a caccia di qualcos’altro per drogarci.

Era tornato poco dopo con cinque capsule di mdma, le avevamo aperte e sciolte in due bottigliette d’acqua, un sorso a testa ed erano finite, ora la festa cominciava davvero.

Siamo seduti in circolo, sono le dieci di mattina, tutti sorridiamo come non abbiamo mai fatto, ci siamo chiesti scusa per gli strippi avuti un milione di volte,  l’mdma ti fa sentire in pace col mondo intero, figurarsi con chi già conosci. C’è una luce dolce, che quasi vela di rosa ogni cosa che mi circonda, tutti sono presi bene, le droghe che stanno girando devono essere buone e ora sta suonando una ragazza francese che sa il fatto suo.

Alzo la testa e vedo Franco, è un mio ex collega di facoltà, è piccolo e magro, coi capelli e la pelle scura, quando balla sembra un pipistrello, o almeno così una volta era sembrato a Elettro, che da allora lo aveva ribattezzato Franco Pipistrello.

Ora però Franco Pipistrello non balla, è curvo sulle sue ossa e guarda per terra mettendosi le mani tra i capelli, chissà in quale brutto viaggio deve essere perso.

Mi alzo e vado da lui.

«Franco!» gli faccio senza toccarlo ma sorridendo.

Lui si volta, ha quasi le lacrime agli occhi ma è rincuorato nel vedermi.

«Matteo» mi fa e mi abbraccia, io ricambio l’abbraccio.

«Come sto preso male Matteo mio!»

Continua mettendosi ancora le mani nei folti capelli neri.

«Che è successo?»

«Ho preso dei funghi, buoni Matte, buoni davvero, poi ho visto una piantina in terra, in mezzo a tutti ‘sti scalmanati che ballano, avevo paura che la pestassero e ho ballato qui vicino perché non la calpestassero.»

Già, si stava facendo proprio un gran viaggio, aveva ragione i funghi allucinogeni che aveva preso erano buoni.

«Mi sono allontanato solo un attimo e qualcuno l’ha calpestata porca puttana» mi fa sconsolato, con le braccia che gli cascano lunghe giù per il corpo.

Sorrido e lo abbraccio.

«Non preoccuparti. Vieni di là con noi, c’è pure Elettro, carichiamo un paio di cylum.»

«Grazie amico mio» mi fa lui. «Ho perso i ragazzi con cui sono venuto per star attento alla piantina.»

«Vieni con noi compare» lo trascino via dalla piantina calpestata che era diventato il centro delle sue attenzioni e paranoie.

Chiacchiere, cylum, mdma, questo gli ci vuole, e sorrisi, sorrisi larghi e sinceri in questa giornata ancora tutta da godere.

D’UN TRATTO

È fresca l’aria questa sera e il cielo privo di nubi, carico di stelle.

Disteso su questo tetto che ancora conserva il tepore del sole, le mani dietro la testa, lo sguardo perso la su, fin dove può arrivare.

È bello non avere le luci della città a rovinare tutto questo, le luci dell’uomo che tolgono il buio alla notte e il brillare alle stelle.

Quanto siamo piccoli in fondo.

Ci affanniamo tanto, ci diamo pena, complichiamo le nostre vite, che alla fine non sono che il nascere e il morire di un fiore.

Non ho nel corpo un solo briciolo di forza, non sento le gambe, le braccia. Dormo. Con gli occhi aperti, la mente lucida e sveglia, ma dormo alla fine, dopo tre giorni che non accadeva.

Non penso a nulla, ne avevo bisogno, solo una meraviglia del genere può toglierti ogni pensiero. Basterebbe alzare il naso più spesso per vivere più sereni. Capire che siamo parte di qualcosa di più grande, come una goccia d’acqua che scorre nel fiume.

Basterebbe lasciarsi andare. Semplicemente… scivolare.

Oggi sono un uomo, domani cenere e cenere nella terra, e quindi terra, nutrimento per un albero e quindi albero foglie, nutrimento per una giraffa e quindi giraffa e così via fino a tornare a essere terra e poi ancora qualcosa di nuovo.

Se nulla si crea e nulla si distrugge ci siamo da sempre. Gli atomi da cui siamo composti erano terra su un pianeta lontano esploso milioni di anni fa.

Polvere di stelle… siamo tutti polvere di stelle.

Poi la vedo. Folgorante. Luminosa. Con una coda lunga che si consuma quasi crepitando. Passa da un punto a un altro nel cielo ed è già andata, sparita.

Come da bambino esprimo un desiderio. Mi parte dal cuore passando appena per la testa. È un attimo, non si ha tempo da perdere a volte o da poter ragionare.

Poi però, quando la stella è andata e il desiderio espresso, apro la bocca piano e pronuncio quelle parole a cui quasi non credo, eppure sono loro, il suono non lascia alcun dubbio.

Me le rigiro un attimo in bocca, ci prendo confidenza…

Farla finita con Lana

Farla finita con Lana

Farla finita… con Lana…

Farla finita con Lana

Farla finita con Lana

Finita con Lana…

Farla finita con Lana farla finita con Lana

Farla finita

Una volta per tutte…

Farla finita con Lana… farla finita.

Farla finita con Lana.

A volte si ha bisogno di una stella cadente per capire ciò che si desidera davvero.

Così Matteo dapprima si mette a sedere, tira un respiro profondo, poi piano si trascina giù dal tetto, quasi strisciando. Entra in casa dal finestrone aperto, casca praticamente sul letto, disfatto da tanto. Si muove al rallentatore, il suo cervello ordina a un braccio di alzarsi e gli sembra passi un sacco di tempo, finché alla fine, il braccio si alza.

Sa che non ha la forza necessaria il suo corpo a scender le scale, per non parlare della sua mente, gli sembra assurdo essere arrivato sino a quel punto con ancora dei pezzi di cervello nel suo cranio.

Però deve farlo, sa che è l’unica cosa da fare, e sa che quello è il momento. C’è un momento per ogni cosa nella vita di ognuno.

Così apre un cassetto del comodino, guarda la bustina azzurra, la prende tra due dita.

Un grammo di speed, anfetamina comprata in più e rimasta intatta alla fine della festa, è una cosa che non capita quasi mai, non si va via finché non si è consumato tutto di solito. Gli sembra quasi un segno del destino.

Si mette in ginocchio, apre la bustina e vuota lo speed sul ripiano in vetro. Subito l’odore gli punge il naso, ha ancora addosso tanta mdma che quasi lo speed gli dà la nausea. Eppure prende una scheda telefonica che è lì poggiata, col braccio butta a terra l’abatjour, la sveglia e tutto ciò che non deve finire nel suo naso e comincia a stendere l’anfetamina, tutta, un grammo intero diviso in tre righe larghe e grosse come le dita di un bimbo. Prende una banconota, è già mezza arrotolata, la stringe un po’ usando le dita, poi, lentamente, quasi fosse un ubriaco che porta le dita alla punta del naso, l’avvicina alla narice destra. Tira.

Lo speed gli entra freddo come polvere di ghiaccio su per il setto nasale, pungente come detersivo in polvere, fa una smorfia col viso storcendo la bocca ma neanche se ne accorge. È un attimo e la droga è già nel suo cervello e lui non è più quello di un attimo fa. Tira su col naso, passa il pippotto all’altra narice, ora l’odore non è più fastidioso e comincia a sentire le forze che gli tornano. Fa il secondo tiro, di botto.

Non è mai stato stanco, non è mai stato debole, non è mai stato male, tira ancora su col naso, raddrizza il collo, poi la schiena. Un tiro ancora, l’ultimo, Gig Robot d’acciaio è tornato. Nessuno è forte e presente come lui ora. Può fare qualsiasi cosa. E sa cosa deve fare.

Si tira su in piedi, caccia dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di Winston mezzo sventrato, ne sfila una sigaretta quasi accartocciata, l’accende, dà una grossa boccata e scende giù, le scale, Lana, una volta per tutte per farla finita, non vuole altro.

Bussa alla porta di casa, tre colpi forti, se volesse basterebbe poco a buttarla giù ma non c’è bisogno, lei apre, dopo poco, bella come sempre.

Lo guarda in silenzio, deve avere una faccia pazzesca pensa, lui sorride, a lei deve sembrare il ghigno di un pazzo, tanto che fa un passo indietro.

«Ciao Matte, cos’hai?»

«Io non ho nulla. Tu piuttosto com’è che non sei venuta da me? Sei sola o con quel coglione del tuo ragazzo?»

«Stai fuorissimo Matte» fa Lana con un sorriso di vetro, a mascherare inutilmente il suo disagio.

Anche Matteo sorride, ma il suo sorriso è diverso, quasi ostentato. È stato sotto il suo giogo per tanto, ora è lei ad essere a disagio, a non sapere che fare, peggio ancora a non sapere cosa farà lui.

Servo e padrone possono essere ruoli perfettamente interscambiabili.

«Ti ho chiesto se sei sola e perché non sei venuta.» Richiude la porta alle sue spalle e lei arretra ancora di un passo, si stringe le braccia al petto.

«Sono sola. Non sono venuta perché avevo da lavorare. Devi darti una regolata, così finirai per ucciderti.»

Cerca di farsi forza ma c’è paura nei suoi occhi. La paura di chi sa che tutto può succedere.

«A te non frega un cazzo se io mi ammazzo.»

Matteo invece si sente un pezzo di granito ben piantato per terra.

«Questo non è vero, io a te ci tengo.»

Questo era davvero troppo. Matteo alza il tono della voce e le punta un dito contro.

«Tu pensi solo a te stessa. Per te non sono altro che una scopata. Solo quello Lana. Te ne rendi conto almeno?»

«Ascolta, io pensavo che tra noi ci fosse un rapporto privilegiato, che volessimo entrambi ciò che facevamo. Così non può funzionare.»

Matteo ride ancora, gli sembrano così vuote le parole di lei, gusci con nulla dentro.

«Cosa cazzo c’era da far funzionare Lana? Ti rendi conto delle stronzate che racconti. Avremo scambiato venti parole e chiavato mille volte.»

«Mi dà fastidio il tuo modo di parlare» fa lei.

«Lana… Non me ne frega più un cazzo di quello che ti dà fastidio. A te non è fregato mai niente di me. Scopavi con quel coglione e io vi sentivo godere, mi hai spezzato il cuore centinaia di volte. Tu pensi solo a te stessa, non ti frega niente neanche di Marco, non ti comporteresti così altrimenti.»

«Credo che sia meglio chiudere questa conversazione. Quando tornerai in te non penserai più queste cose. O almeno lo spero» dice lei.

Matteo le si avvicina e tira fuori la lingua, le mette le braccia attorno al collo, lei è rigida come un manichino.

«Non ne ho voglia Matteo. Non ora. Vattene» con lo sguardo basso.

Lui sorride di nuovo. Si volta ed esce sbattendo la porta.

Continua…

( parte 1) https://www.colorivivacimagazine.com/2015/12/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-1/

(parte 2) https://www.colorivivacimagazine.com/2015/12/amore-chimico-parte-2/

(parte 3) https://www.colorivivacimagazine.com/2015/12/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-3/

(parte 4) https://www.colorivivacimagazine.com/2015/12/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-4-2/

(parte 5)  https://www.colorivivacimagazine.com/2016/01/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-5-e-link-a-precedenti/

(parte 6) https://www.colorivivacimagazine.com/2016/01/httpwww-colorivivacimagazine-com201601amore-chimico-k-a-precedenti/

(parte 7) https://www.colorivivacimagazine.com/2016/01/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-7-e-link-a-precedenti/

(parte 8) https://www.colorivivacimagazine.com/2016/01/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-8-e-link-a-precedenti/

(parte 9) https://www.colorivivacimagazine.com/2016/02/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-9-e-link-a-precedenti/

(parte 10) https://www.colorivivacimagazine.com/2016/02/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-10-e-link-a-precedenti/

(parte 11) https://www.colorivivacimagazine.com/2016/02/amore-chimico-di-davide-venticinque-parte-11-e-link-a-precedenti/

(parte 12) https://www.colorivivacimagazine.com/?s=amore+chimico

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