Io so di essere distesa in questo campo da parecchio tempo ma se mi chiedete da quanto tempo vi dirò che non lo so, che del tempo poi davvero non m’importa. Quello che so è che oggi voglio starmene qui per terra a non far niente, solo starmene a guardare il tempo azzurro di lassù e annusare il cielo che mi passa accanto, voglio ascoltare l’universo svanire e addormentarsi tra i colori leggeri di questi fiori. C’è un timido profumo di primavera nell’aria, c’è il sole arrogante d’aprile, il silenzio che chiama e mi chiama. Mi basta chiudere gli occhi. E sono…

          …nel mio lettino in ferro battuto, quello che sta contro il muro del soggiorno vicino alla tv. La luce filtra decisa dalle gelosie verdi e affetta l’aria di questo mattino d’estate così splendidamente uguale a tanti altri. Pallina è saltata sul mio letto e ora mi fa le fusa nella speranza vana di svegliarmi con dolcezza. Dolcezza. Il canarino lo sento cinguettar da lontano, ieri sera lei ha spostato la voliera nella stanza accanto perché non mi svegliasse troppo presto; quando lo sento cantare io so che sto qui e allora splendidamente sorrido. Si sente trafficare di là in cucina con il ticchettio del metallo, il rumore pieno della carta stropicciata, l’odore pastoso del latte appena munto.

          Lui non c’è, sarà sceso da chissà quanto tempo, anzi in realtà non l’ho mai visto alzarsi dal letto. Dice che un buon padrone si fa trovare già al lavoro quando gli operai arrivano e rimane lì anche quando loro van via, lui dice che un buon padrone non comanda e basta ma lavora come e più di tutti gli altri; mi sussurra nelle orecchie parole arcane ma io a volte la sua lingua la capisco a distanza di giorni, di mesi, di anni. Anche se son già sveglia mi piace starmene qui sotto queste lenzuola morbidissime, a farmi beatamente coccolare dai disegni aggraziati che ha scelto lei, che ha sempre avuto un buon gusto per le cose, il gusto raffinato del tempo che non c’è e se c’è gioca a nascondino. Faccio capolino dal mio letto, scruto l’aria ma lei non se ne accorge, sarà troppo indaffarata a preparare, a travasare, a fare. I miei vestiti li ho lasciati sulla pediera tanto non c’è granché, solo una maglia rossa, dei pantaloncini blu e dei sandaletti orrendi di plastica gialli. Mi vesto, la cerco, la chiamo.

          -Buongiorno bella mia, hai dormito bene? Sistemati che nel frattempo ti preparo la colazione.

          Per lavarsi bisogna uscire fuori, sul terrazzo c’è una pila di pietra e ora che è estate l’acqua che scorre dal rubinetto è calda calda come piace a me, il sole mi celebra ogni giorno senza bisogno di prese elettriche. Sul terrazzo i panni son già stesi e quasi asciutti, chissà che ore sono. Mi lavo mani e viso con questo sapone di Marsiglia che mi pizzica leggermente le narici e deterge con cura tutti i battiti del cuore; c’è profumo di bianco intorno, profumo di fresco. Quando rientro la colazione è già pronta e sistemata sulla tovaglia scozzese. C’è la mia tazza blu piena zeppa di latte come piace a me. Con una goccia di caffè. Ci sono i biscotti. E la radio accesa.

          Io qui non ho né giocattoli né bambole da pettinare, non ho niente di niente eppure non mi manca niente; mi basta una bicicletta per esser bambina, quella rossa che freme sotto il porticato e m’aspetta per ubriacarci di sole e formicai, fiori da succhiare e insetti da sezionare. I ragni no, quelli m’hanno sempre fatto schifo. Scendo le scale senza prender nulla tanto se ho sete curverò le mani a mo’ di coppetta e poi le avvicinerò al getto d’acqua che borbottano i tubi dell’irrigazione. Facile. E se proprio vorrò rinfrescarmi mostrerò la mia faccia al tubo e poi d’improvviso aprirò la bocca; sarà uno scherzo d’acqua freschissima, io lo so. Quando i ceci saranno pronti lei si affaccerà al balcone, porterà le mani intorno alla bocca e senza bisogno di rubriche griderà il mio nome al vento, agli alberi, alla terra…

…con gli occhi aperti io sono di qua

di queste pietre mute senza tempo

di questi scarafaggi e questi alberi col tronco spaccato

io sono di queste foglie nuove

dei fili d’erba che mi hanno ricamato il corpo

di questa fila di formiche.

Con le mani conficcate nella terra come radici testarde

aspetto che sia pronto.

Slegherò questi miei piedi impiccati

e finalmente sarò io.

Io

la sua voce di borotalco.

                                                                                                                                                                                                                    Cristina Carlà

 

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