“Devo fare i conti con Maria, anche se questo non è un libro sulla Madonna. È un libro su di me, su mia madre, sulle mie amiche e le loro figlie, sulla mia panettiera, la mia maestra e la mia postina. Su tutte le donne che conosco e riconosco. Dentro ci sono le storie di cui siamo figlie e di cui sono figli i nostri uomini: quelli che ci vorrebbero belle e silenti, ma soprattutto gli altri. Questo libro è anche per loro, e l’ho scritto con la consapevolezza che da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme.”

Così scrive Michela Murgia, che l’8 marzo 2009 partecipa a un piccolo convegno dal titolo provocatorio: “Donne e Chiesa: un risarcimento possibile?” Con lei ci sono le teologhe Marinella Perroni e Cristina Simonelli, e don Marco, parroco del paese. C’è soprattutto una platea di donne per lo più credenti, accorse in gran numero pur non sapendo bene cosa aspettarsi. Durante il convegno nessuna di loro sembra mostrare particolare partecipazione fino a quando, durante il suo intervento conclusivo e visibilmente imbarazzato, il parroco vanta il supporto di molte collaboratrici coinvolte nell’attività parrocchiale. In quel momento, dal pubblico, una donna si intromette e parla. La sua accusa, espressa in pochissime parole, è diretta esplicitamente a don Marco: «Per pulire!», grida. Quella che sembrava la fine dell’incontro, si trasforma nell’inizio di un dibattito che durerà ore e che darà poi vita a questo testo.

AVE MARY è un libro di esperienza, non di sentenza, scritto con arguta ironia, sapienza e leggerezza, a volte ostico e a volte spassionato. Si legge piano, perché fa riflettere e rimanda a fatti, a persone, alla nostra stessa vita di donne del sud, di bambine educate secondo una morale cattolica, di immagini sviate dai preconcetti dell’altro. L’autrice ci guida alla scoperta della figura femminile nell’immaginario cattolico che è insieme estetico e morale. Morte, Dolore, Bellezza, Maternità, Matrimonio, Religiosità Femminile e soprattutto Immaginario Collettivo, sono solo alcuni dei temi affrontati dalla Murgia, che analizza con precisione e originalità parabole bibliche ed encicliche papali, opere d’arte e santini, e che ha il coraggio di smitizzare figure-simbolo del cattolicesimo come Madre Teresa di Calcutta, beatificata poiché  “non rappresentava solo una campionessa di carità, ma soprattutto una vestale della dottrina morale sulla vita, quella che maggiormente interferiva con la libertà delle donne di disporre di se stesse”,  un esperimento vivente di donna confinata, solitaria, in cui tutto doveva essere peccato da espiare e sofferenza.

La Murgia, premio Campiello 2010 con il romanzo Accabadora, ci svela il modo in cui la Chiesa, tra stereotipi e semplificazioni, ha contribuito al processo di mistificazione e marginalizzazione della figura femminile, e fa chiarezza su quegli equivoci in cui tutti noi, uomini e donne, credenti e non credenti, rischiamo di restare coinvolti.

“A lungo mi sono chiesta come fosse possibile che persone intelligenti, il più delle volte colte, spesso autonome economicamente, accettassero di essere oggetto di violenza all’interno della propria relazione. Adesso so che contano l’educazione femminile, frutto di secoli di addestramento alla subordinazione, e anche la parallela formazione maschile, imbevuta di proiezioni dominanti e possessive. Contano i modelli sociali patriarcali, e conta moltissimo la sensibilità popolare educata all’idea che uno schiaffo sia solo una carezza veloce, nella convinzione diffusa che l’amore sia tale anche quando procura occhi pesti, zigomi lividi e sospette cadute dalle scale. Conta perfino che ogni titolo di quotidiano insista nel definire «delitto passionale» l’omicidio di una donna per mano del suo uomo, come se la morte fosse amore portato alle sue estreme conseguenze.”

Un pamphlet storico-teologico, quindi, che tende a farci riflettere su come la donna sia diventata un oggetto stereotipato, un modello storpiato dalla stessa Chiesa e dal commercio, che non sono poi così slegati tra di loro. Il tutto partendo dalle immagini che per la cristianità sono alla base della femminilità: Eva e Maria, e passando attraverso i talk shows che lavorano costantemente per creare un’immagine di donna come oggetto sessuale, come esempio di magrezza e perfezione, alimentando così il marketing delle palestre, dei cibi dimagranti, delle creme anti età, della bellezza a tutti i costi.

AVE MARY è una rivendicazione della dignità femminile che non sconfina mai nella banalità o nel permissivismo. Un libro da leggere, non solo dalle donne. 

Cristina Carlà

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