Polanski sorprende ancora con questo film particolarissimo ispirato al romanzo erotico del 1870 di Sacher-Masoch. In un torbido gioco di scatole cinesi il teatro irrompe nel cinema ed entrambi, smarrendo i confini in un caleidoscopico ibrido di genere, riescono a raccontare non una storia, ma i meccanesmi universali che la reggono. Parliamo dei ruoli-archetipo che informano i rapporti umani, a livello psicologico prima che sessuale: indole sadica e masochista si spiegano nel teatro di terz’ordine di un boulevard parigino. Dall’ Austria alla Francia, dal passato al presente niente è cambiato: una qualche forma d’amore s’intinge sempre nella palude lasciva della Sindrome di Stoccolma, a ribadire il legame indissolubile tra piacere e dolore, degradazione e tenerezza, anima e corpo. Thomas, autore-regista del riadattamento teatrale di Sacher-Masoch, cerca la sua Venere in pelliccia, trovandola inaspettatamente in quella che sembra un’attricetta un po’ svampita, a tratti volgare ed eccessiva, tra borchie, pelle nera e tacchi a spillo. L’omonimia della donna con la protagonista del romanzo appare quasi ironica, ma si fa simbolo. L’eccentrica disforia emotiva e linguistica tra l’ attrice e il personaggio è la prima menzogna che Thomas sperimenta sul palco, lasciandosi catturare dall’altalena interpretativa di Wanda che, in fondo, non si mostra mai. Lui diventa Severin, l’ intellettuale annoiato e schiavo del libro, lei la sua signora, padrona e poi dea. Sublime Emmanuelle Seigner, sensualissima e ipnotica in ogni sguardo o movenza: esprime magistralmente la sovrapposizione di classico e moderno che si fa carne, vita e addirittura mito. Tutto il film si regge sui due personaggi, in un provino vicendevole, su un vecchio set di Ombre Rosse: ogni oggetto diventa un’altro, nasce dal nulla della finzione ma è nella percezione spaventosamente concreto. E il mistero di Wanda si rifette negli oggetti di scena:dagli abiti ottocenteschi, alla pelliccia, alla pistola che quasi per magia tira fuori dalla borsa: una specie di Mary Poppins languida e volitiva che invece dell’ombrello schiocca nell’aria una frusta. Emblematico lo scambio di ruoli tra attrice e regista, padrona e schiavo, uomo e donna: tutto è in metamorfosi nel film, come nella vita. Accattivante il finale che sconfina nella grottesca vendetta di una Baccante greca nei confronti dell’uomo-regista-attore che resta crocefisso alla sua stessa virilità. Assolutamente da vedere.

Delia Cardinale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*
*