I piedi di una donna.

Com’è sconcertante il potere di una caviglia ben formata, dei tendini precisi e leggermente curvilinei, delle dita sottili e dritte ma quasi paffute, che lasciano immaginare le falangi e quasi le fanno vedere.

È incredibilmente sottile la domanda che il nostro cervello si pone quando osserviamo i due piedi di una donna, ed è questa: sto guardando due oggetti uguali?

No, perchè un piede è simmetrico all’altro, come in uno specchio o quasi. Quasi vuol dire che ci troviamo in presenza di due differenti parti del corpo che svolgono la stessa funzione -ma alla rovescia l’uno rispetto all’altro- e che si chiamano entrambi con lo stesso nome.

E allora noi, da buoni umani deboli, associamo i piedi come parte terminale della gamba attaccata al bacino, e la nostra visione standard è quella di due piedi simmetrici vicini ma non in contatto, che nella donna si muovono flessuosamente e leggeri come una piuma, mentre nell’uomo che indossa calzari greci da guerra si flettono vibratamente, reggono sforzi deformando la pianta coriacea e d’atleta.

I piedi di una donna sono come quando si spalma la crema sul pane fresco quando camminano, spontanei ed intraprendenti; con i tacchi sono ruggenti e potenti, graffiano l’aria e si sentono a metri di distanza, cosicchè si possa notare chi l’indossa. Sono rumorosi, per chi vuole farsi sentire, e per chi desidera una posizione diversa dalla quale discutere o giocare, rimorchiare o sentirsi eleganti.

L’altezza è un difficile pensiero affrontato dall’uomo. Guardare gli oggetti, le discussioni, gli animali da un’altra prospettiva è il problema implicito che ci siamo posti. Siamo attaccati alla terra, alla terraferma, e quasi nessun altra specie è così immobile nelle tre dimensioni come noi. Certo, abbiamo auto treni carri aerei elicotteri jetpack mute da sub, ma nella nostra naturale condizione siamo bloccati all’immobilità in due dimensioni, invece che in tre. Molti mammiferi vivono sugli alberi, altri in acque profondissime ed altri sottoterra; tutti gli uccelli si librano in aria senza difficoltà, persino i polli selvatici sono capaci di sotterrarsi per nascondersi o per costruire tane o di spiccare salti quasi da volatile.

Ecco perchè qualche movimento dell’uomo è sempre fuori luogo, non naturale per quasi tutti; ecco, ad esempio, il saltare. Se si vedesse un uomo saltare in mezza alla gente in una piazza cittadina ci si chiederebbe cosa sta succedendo, saremmo spaesati perchè non ci parrebbe del tutto naturale -naturale è il termine più consono. Il salto è un piccolo spiccare il volo, un piccolo volare a bassa quota per qualche millisecondo, ed i bambini per gioco cercano di contare quanti attimi sono riusciti a saltare vantandosi con gli altri, perchè l’aria è il proibito sogno dell’essere umano, che mai e poi mai -e solo mix di milioni di anni mi smentiranno- sarà possibile.

L’evoluzione ci ha portati ad essere quelli che siamo, per adesso; e adesso l’aria ci è sconosciuta, come la sobrietà ad un alcolizzato. Non sappiamo cos’è, come si muove, cosa provoca; eppure ci vogliamo andare, ci proviamo fin da giovanissimi a raggiungere il Sole, la Luna, i lampioni ed il soffitto, così come braccia rotte e caviglie spezzate per aver raggiunto una palizzata ed essere caduti, ma onorarsi per avere trovato un’altra faccia del diamante dell’esistenza terrena da cui spiare.

Cerchiamo di amare perciò quella parte del corpo con cui ci libriamo, e inevitabilmente ritorniamo a terra, proprio sui piedi.

Ecco che i piedi diventano paradossalmente il collegamento con l’etereo, la spina del biancospino che si attacca al cielo profondamente e sanguina, generando un ponte di scale ripide e grigie per la conquista dell’aria.

Allora il piede di per sè è uno strumento, un nostro strumento, e va usato debitamente in certi contesti e per certi movimenti, purchè finalizzati al dinamismo e alla deambulazione; quando non ci muoviamo, il piede è fermo ma anche scattante, a differenza delle braccia che per proteggersi devono fare movimenti più complessi; e se il piede prova a mimare l’andamento curvilineo dei nostri bicipiti si ride, poiché anche questo è un movimento innaturale e contro le umane regole delle due dimensioni: l’arto può solo spostarsi avanti e indietro, continuamente, in maniera tale che piegando le ginocchia il grafico del suo movimento sia espresse da una cicloide imperfetta.

Il piede si muove avanti e indietro: bene.

Il piede ruota leggermente su sè stesso: meno bene.

Il piede si alza dalla terra: che sta succedendo.

Il piede compie dei movimenti circolari: cazzo le scimmie.

Il piede afferra degli oggetti con le dita: definitivamente scimpanzè.

Gesti erotici, gesta superbe, il piede afferra le responsabilità affibiategli e supera le paure incessantemente, senza difficoltà, ed anzi con facilità.

E allora perchè ci scandalizziamo per questi movimenti precisi eppure imperfetti?

Perchè abbiamo paura.

Si, paura.

Paura di volare; paura che l’asimmetrica creazione frutto di darwiniane affermazioni sia troppo potente, che superi la nostra volontà, che ci colpisca dritto in faccia e che ci catapulti in una realtà troppo azzurra e piena di luce, a noi che siamo per lo più individui bui e scortesi.

Oscuri e benpensanti, ci riampiamo la bocca di parole al prosciutto cotto, frasi che sanno d’odio e d’amaro, cene d’aragoste e sandali di lino, ma non possiamo fare a meno di temere un movimento scorretto per il nostro cervello e lo escludiamo, lo isoliamo, lo cacciamo con i nostri sguardi schifati o le pupille minute fulminanti.

Siamo giù, e giù dobbiamo rimanere.

L’umiltà cos’è, se non un inginocchiarsi od abbassarsi fino ad arrivare più vicini ai piedi?

Le arti marziali, quali sono i colpi più forti e più incredibili a cui assistere, se non quelli con i piedi?

Nella religione cattolica, non esiste forsa la lavanda dei piedi ma non delle spalle o dei genitali?

Casualmente esiste la lavanda del capo -il battesimo- e quella dei piedi, come a voler simboleggiare cosa ci comanda e cosa ci trasporta. Ma molto spesso ci comandano i piedi, magari i piedi di altri, come quelli odorosi di una donna che sa cosa vuol dire appoggiarli al nudo pavimento o all’aspra terra, e che sa come si muove il sacro arto con maestria e prestanza.

Il povero abitante della terra, la scimmie evoluta che ha difficoltà nello stabilizzare questa evoluzione fino a scala mondiale si accinge ogni giorno, e ci tiene fermamente, ad imporre la filosofia dei ‘piedi per terra’, la più sbagliata frase che possa essere stata pronunciata da qualcuno; tenere i piedi per terra significa non sognare, non innamorarsi, non crederci, non questo non quello e non quell’altro per cause più grandi di noi.

Invece, i piedi per terra simboleggerebbero meglio una condizione statica temporanea, pronti a scattare per qualsiasi causa; e quando ci si augurasse di tenere i piedi per terra sarebbe come a dire ‘stai pronto a correre verso la cosa che vuoi’.

È strano come il piede abbia condizionato e condiziona la nostra vita.

Tutti i giorni.

I disabili, i paraplegici, i malati di sclerosi, i giocoforza allettati vivono una vita differente dalla nostra. Totalmente, indiscutibilmente: sono bloccati ancora più in basso dell’uomo comune, che già e in una gabbia naturale, un’Alcatraz infinitamente grande che nasconde la nostra vergogna e da una spiegazione alla nostra infelicità, alle nostre cattiverie, alle nostre falsità quotidiane.

Se ci si potesse librare, si sarebbe felici anche con poco. Si avrebbe tutto e non si desidererebbe nient’altro. Si potrebbe essere uguali. Ma non si può.

Ecco perché si venera il piede, ecco perchè il tacco ci intriga e le dita ci attraggono, perchè lo smalto è così acceso sul piede e sulle mani è confuso con il vestito abbinato, perché si dice ‘mettere sul piedistallo’: per avvicinarci un po’ di più al cielo, di un tantino in più al divino, di una briciola in più all’immortalità.

Si venera il piede perchè non c’è niente di più intrigante del fatto stesso di venerarlo, della potenza sessuale incarnata in sè, della sua sinuosa flessuosità che ci rende tutti più curiosi, avventurosi, scherzosi e maliziosi.

Perché siamo umani, e finchè ci saremo avremo solo questa possibilità di volare, anche solo con il pensiero, almeno fino al momento in cui la nostra noiosa mortalità ci avrà posto un umano limite, appunto.

© Giuseppe D’Addurno

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